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Ancora armi italiane ai paesi poveri: Dati che impressionano

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Cresce l’export di armi autorizzato dal Governo italiano. In piccola percentuale (l’1% in più dell’anno precedente), ma cresce e nel 2001 raggiunge un totale di 863 milioni di euro (1.671 miliardi di lire). Un dato che rappresenta un trend di questi ultimi anni. Nel triennio 1990-92, infatti, l’export medio era a quota 1.588 miliardi, contro gli oltre 3.000 miliardi degli anni ’80. Nei tre anni successivi però già salito a 1.991 miliardi.

Qualcosa di meno – 1.910 miliardi – tra il 1996 e il 1998, per poi tornare a 1.975 miliardi di lire (oltre 1 miliardo di euro) nel triennio 1999-2001.

Tutti dati ufficiali, documentati dal Presidente del Consiglio il quale, in ottemperanza alla Legge 185 del 1990, è tenuto ogni anno a presentare una Relazione al Parlamento sulla vendita di armi italiane. Dalla quale apprendiamo che nell’anno 2001 il primo cliente dell’industria bellica italiana è stata la Svezia, che ha acquistato dall’Augusta (Finmeccanica) 20 elicotteri A109 per uso militare, per un valore di 128 milioni di euro. L’unico dato "rassicurante" è forse questo. Nel 2001, infatti, le esportazioni italiane hanno confermato non solo di essere in crescita, sia pur di poco, ma di essere ormai stabilmente vendute a Paesi del Sud del mondo che assorbono il 55% delle nostre vendite (e nel 2000 avevano toccato il picco del 70%!).

Il 2000 era stato l’anno dell’Africa con vendite colossali al Sud Africa (quasi 500 miliardi di lire per elicotteri A109 dell’Augusta), ma anche alla Nigeria (76 miliardi per obici semoventi), fino a Paesi poverissimi come la Mauritania (6 miliardi per veivoli SF260), il Ghana e il Niger (pistole mitragliatrici Beretta per 4 milioni). Nello stesso anno, le armi italiane hanno contribuito al confronto armato in Medio Oriente e al riarmo dell’Asia orientale: 149 miliardi di autorizzazioni per armi all’India e 110 miliardi di armi vendute al Pakistan senza dimenticare Israele (119 milioni nel 2000 e 12 miliardi di consegne nel 1999).

Nel 2001 sono state esportate armi dall’Italia in Medio Oriente per 160 milioni di euro, il 18,5% del totale. L’Arabia Saudita è stato il secondo acquirente in assoluto dopo la Svezia con 119 milioni di euro di materiale. Rilevanti anche le esportazioni in Egitto (20,5 milioni) e in Kuwait (12,3 milioni). Tra i clienti compaiono Israele con due autorizzazioni per 1,8 milioni e l’Algeria che compra per 1,2 milioni di euro.

Ancora più preoccupanti delle nuove autorizzazioni sono le consegne di sistemi già autorizzati negli anni precedenti: per 32,7 milioni di euro negli Emirati Arabi Uniti, in cui sono comprese le mine marine Manta Murena della Sei di Brescia, e per 13,6 milioni in Siria, dove prosegue il riammodernamento dei carri armati T72 con i nuovi sistemi di controllo del tiro delle Officine Galileo (Finmeccanica). In Turchia continuano ad arrivare armi italiane per 45,2 milioni di euro.

L’Est europeo appare un po’ sotto tono come cliente. Ben più consistente l’export in Asia e nessuna cautela – nonostante quello che afferma la stessa Relazione – verso le aree calde. Le forniture maggiori sono per la Malaysia (76,2 milioni) e la Corea del Sud (13,7 milioni), ma non mancano l’India (10,1 milioni e 52,5 milioni di consegne) e il Pakistan (9,4 milioni e 19,2 milioni di consegne), nonostante i rapporti mantenuti da Islamabad per buona parte dell’anno con il regime dei Telebani in Afghanistan.

L’America Latina è destinataria di un quinto delle armi italiane vendute nel 2001. Il Brasile è il terzo cliente in assoluto con 90 milioni di euro di acquisti, il Cile compra per 74 milioni di euro, il Venezuela per quasi 8 milioni.

Insomma, nonostante la legge 185/’90 vieti espressamente la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto, che violano i diritti umani e a regimi dittatoriali, l’Italia continua ad esportare armi a Paesi poveri e in via di sviluppo, fortemente indebitati ed in guerra.

E intanto la lobby delle armi si sta dando da fare in Parlamento per far togliere anche questi controlli.



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