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Scrivendo alcune righe sull’esperienza in Congo RD con sei giovani, mi è venuto in mente un libro regalatomi da Angelo e Cinzia, una coppia genovese. Il titolo è Amatevi come io vi ho amato (Gv. 15,12). E mi venivano in mente queste parole: “la carità rifugge dalle tante parole; ogni volta che la carità si copre di parole, batte una strada sbagliata”. 

Dopo il tempo di preparazione in Italia, il 15 luglio, siamo partiti da Milano. È stato un viaggio missionario verso se stessi, dentro la propria vita. Sono proprio le parole dei giovani a testimoniarlo: “Volevo conoscere il mondo e me stesso. Ho scoperto un’altra persona che mi piace di più, che sa amare, che non ha pregiudizi e che crede. Sono felice, ho raggiunto i miei obiettivi, ho fatto più di quello che mi aspettavo. Ho incontrato situazioni diverse che mi hanno colpito profondamente. Ho rivisto la felicità nella semplicità, ho avuto modo di riscoprire il cristianesimo come centralità dell’amore, l’amore come servizio. Ho trovato felicità e amore”. 

Queste parole rivelano la profondità dell’esperienza vissuta dai giovani. Sono riusciti a mettersi in gioco, a rischiare, a osare, a curiosare. Hanno dato e ricevuto amore, abbracci, affetto, sorrisi. La capacità di curiosare ha permesso loro di capire, di entrare, di relazionarsi con un popolo così diverso. L’esperienza missionaria ha come centro Gesù Cristo. È esperienza d’amore. È storia d’incontro tra innamorati.

Siamo arrivati a Goma due giorni dopo il primo caso di ebola. Già ad Addis Abeba avevamo fatto il primo incontro per permettere ai ragazzi di esprimere le loro emozioni. A Goma era impossibile non abbracciare i bambini. Il rischio di contagio era molto elevato. I parenti dei giovani in Italia erano preoccupati. Chiedevano informazioni, inviavano notizie. Ho dato ai ragazzi tre possibilità: rimanere a Goma; spostarci a Bukavu o Uvira per vivere la stessa esperienza con più serenità; tornare in Italia. In risposta ho ricevuto da tutti due parole: “Io rimango”. Hanno scelto consapevolmente di rimanere là, tra la gente. “Se prendo questa malattia, muoio, ma non penso neanche un attimo di abbandonare i bambini. Sono consapevole del rischio, se muoio ok”. Frasi del genere fanno pensare. La vita è una. Dio ce l’ha data per spenderla amando le persone. Io rimango dalla bocca di una ragazza di 18-19 anni ha un senso singolare, ti commuove. Se muoio, muoio dalla bocca di una ragazza di 31 anni fa rabbrividire. Io non penso di abbandonare i ragazzi dalla bocca di un giovane di 21 anni ti tocca nel profondo.

Questa scelta personale è stato il punto di svolta e di non-ritorno dell’esperienza. È stato il momento di liberazione, di una donazione più totale. Lo paragono alla decisione di Maria, che ha spaccato la bottiglia di puro nardo (assai prezioso) per versarlo su Gesù. Abbiamo ricevuto e dato l’amore all’orfanotrofio giocando, sorridendo e condividendo tante lacrime. Abbiamo ricevuto amore, più di quanto potessimo dare, dalle ragazze della comunità Saint Joseph e dai bambini accusati di stregoneria di E’kabana. La nostra vita l’abbiamo messa al servizio dei fratelli e sorelle.

Un po’ spaventati dal pericolo ebola, abbiamo chiesto di incontrare un medico per avere qualche informazione in più e, ovviamente, non sono mancate le cattive notizie: prendere l’ebola è facile, basta un po’ di disattenzione. Alla domanda “che fare?”, abbiamo tutti risposto “Io rimango”. Senza esitazioni. 
Forse il Congo ci aveva già stregati, forse siamo stati folli e imprudenti o forse semplicemente avevamo capito il nostro ruolo. Siamo tornati a casa pieni di emozioni e con le lacrime. C’è chi in Congo ha scoperto qualcosa in più sul mondo, sull’amore, sulla fede, su se stesso. C’è chi ha trovato il suo posto e chi si è innamorato. Per molti di noi non sarà un addio; sicuramente, oggi inizia la parte più importante della nostra esperienza: raccontare, fino allo sfinimento, e cercare di trasmettere anche solo una minuscola parte dell’amore ricevuto. Difficile, forse... ma in fondo è questa la vera missione (Ginevra Taccagni).



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