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Rita vive a Kasalle, periferia nord di Tirana. Parcheggiamo il pulmino vicino a un cumulo di rifiuti che bruciavano e delle galline vi razzolavano sopra in mezzo a colonne di fumo. Dall’altro lato della strada c’è la chiesa. Si capisce solo per la piccola croce posta sul tetto. L’acqua non c’è, la cisterna è stata rubata un paio di volte e così si è deciso di farne a meno. La corrente sì, ma può sempre capitare che salti.

Quel giorno doveva cominciare il Grest, ma gli animatori erano più dei bambini. Abbiamo deciso di fare un giro del quartiere per reclutarne altri. Una bambina al nostro seguito è svenuta in mezzo alla strada. Probabilmente non aveva mangiato.
Rita vive qui, ma non vuole andarsene, anche se studia ingegneria all’università di Tirana. Lavora in un call-center per 250 euro al mese e, nonostante tutto, è profondamente legata al suo paese. In tanti, sono orgogliosi delle proprie origini.

Una sera, Xhuana ci ha “trascinato” a casa sua. Siamo piombati nel laboratorio in cui lavora la madre, una piccola sartoria tutta colorata, con i vestiti tradizionali appesi alle pareti. Ci ha offerto lokum, raki, formaggio di capra e peperoni dell’orto. Il capofamiglia fa gli onori di casa, la figlia ha il compito di portare da mangiare e bisogna fare attenzione a non rifiutare quel che viene offerto da una ragazza non ancora sposata, se si vuole che trovi marito. Tutti questi rituali vengono sacralmente osservati dalla famiglia di Xhuana.

Per strada, nei bar, siedono solo uomini, spesso anziani che bevono raki e a volte passano il tempo con qualche gioco da tavolo. Di certo non si tratta di posti per donne. Le ragazze non possono uscire la sera. Se non per occasioni speciali, ma mai oltre le otto e mezza. Per i ragazzi è tutto diverso. A volte il rispetto delle tradizioni si trasforma in divieti, repressione e nella negazione di alcune libertà che noi spesso diamo per scontate.

Le suore di Bathore si sono impegnate a lungo per favorire l’emancipazione delle donne del quartiere: hanno organizzato lezioni di cucina, taglio e cucito, corsi di lingua. Suor Virginia visita le famiglie del posto, va di casa in casa, portando macchine da cucire e soldi per chi ne ha bisogno. Prova a garantire a tutti una vita dignitosa.
La parrocchia a Bathore è fondamentale. Offre speranza, ma soprattutto un posto sicuro dove stare, una comunità accogliente, un’alternativa. Nonostante gli sforzi, però, da Bathore e da Kasalle sono tanti i giovani che se ne vanno.

Quel che ho vissuto in Albania è stata un’esperienza vera, profonda. Mi ha posto di fronte a interrogativi che fanno da sempre parte dell’essere umano. Ma le persone che ho incontrato conoscono il vero valore delle cose. Hanno un’identità solida, ben definita, al riparo dalla confusione del mondo moderno.
Ora posso rispondere alla domanda di Rita, dirle senza alcuna esitazione che sì: nonostante tutti suoi problemi, o forse proprio in virtù di questi, l’Albania mi piace.



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