Accolgo, condivido, partecipo
Giampietro è un volontario laico che assiste i saveriani anziani e malati nella casa madre di Parma. Con i lettori di “Missionari Saveriani” vuole condividere le sue sensazioni ed emozioni.
La vita è fatta di incontri personali a volte positivi, a volte negativi, a volte magici. Come magico è stato l’incontro con p. Filiberto Corvini, affetto da tumore terminale. L’incontro è stato positivo perché speravo sempre nella sua guarigione; negativo quando mi sono accorto della sua fine; magico perché ho vissuto con lui una relazione umana di condivisione della sofferenza che è poi entrata nel mio vivere quotidiano.
Soffrire, ma non da soli
Questa mia testimonianza ha un motivo: la morte, che è la grande contraddizione dell’esistenza, ha bisogno di essere “accompagnata” in un’esperienza vissuta nell’amore e nella fratellanza. Non si può affrontare la sofferenza da soli, ma come una famiglia, una comunità.
Non è facile intraprendere un colloquio con un malato terminale, perché può essere interpretato come “compassione”.
Il comportamento diventa semplice: basta attivare gesti d’amore che salgono dal nostro cuore e trasmetterli con semplicità e naturalezza.
Un giorno, entrando nella camera di p. Filiberto, mi sono venute alla mente tre parole: accoglienza, condivisione, partecipazione. Queste parole mi hanno reso titubante sull’efficacia della mia relazione con p. Filiberto. Tutto poi si è diradato, grazie ai suoi sguardi e gesti.
Ho scoperto che…
Ho ascoltato p. Filiberto come un fratello bisognoso di attenzioni, di dialogo, di comprensione. Ho condiviso la tristezza che si alternava alla gioia, l’angoscia e la speranza. Ho partecipato alla lotta della malattia con calore umano, perché potesse prendere forza, coraggio, speranza. Ho provato amorosa delicatezza nel trattare con chi sta per lasciarci. Ho imparato che anche l’ultimo istante è un bene prezioso. Ho dato un sorriso, una parola, una premura.
Ho scoperto cose incredibili: che l’amore è un bisogno comune.
Ho scoperto cose meravigliose nel provare questa esperienza. Ho scoperto che la discrezione e il sorriso sono strumenti quotidiani di umanità.
Ho scoperto, in quel momento, che si dicono parole mai dette. Ho imparato che il silenzio diventa indispensabile quando tutto diventa così sottile: la voce, il respiro, la vita.
“La solitudine della malattia si supera con un ritorno agli albori delle antiche civiltà. In quel tempo tutto era condiviso e c’era il senso e il gusto dello stare insieme”.








