A Bukavu i fedeli attendono il rilascio del loro vescovo, mons. Kataliko
Stamattina il cielo a Bukavu è coperto di nubi minacciose, ma la gente sembra non preoccuparsene. A frotte, portando ciascuno la foto di mons. Emanuele Kataliko, ben visibile, appesa al petto, vanno tutti verso la grande spianata della cattedrale Nostra Signora della Pace. Erano state programmate delle processioni, ma le autorità civili all'ultimo momento le hanno fatte sopprimere, proibendole e dichiarandole come manifestazioni politiche.
Ieri in giornata avevamo assistito a qualche episodio di violenza. I soldati avevano fatto irruzione nel collegio, tenuto dai Gesuiti, e con armi spianate avevano intimidito i presenti. Le classi erano piene di bambini che seguivano le lezioni scolastiche. I soldati avevano l'intenzione di strappare una foto gigante di mons. Kataliko che troneggiava dall'alto dell'edificio scolastico.
Di fronte alla resistenza degli insegnanti sono partiti dei colpi, fortunatamente senza ferire nessuno. L'assenza prolungata e forzata di mons. Kataliko, procrastinata da tante promesse non mantenute, tiene la città di Bukavu in una morsa di tensione. Oggi ricorre il terzo anniversario dell'entrata canonica di monsignore in questa arcidiocesi di Bukavu. Nella spianata davanti alla cattedrale è presente una folla immensa: più di 10 mila persone.
Il cielo sta diventando ancora più buio e forti tuoni fanno sentire il loro lugubre rimbombo. Tutto questo non fa sperare nulla di buono. La tensione che leggo sul volto di molti che sono venuti a salutarmi mi sembra presagire qualche cosa di tremendo che potrebbe succedere da un momento all’altro.
Non vedo molte divise militari, ma penso ad una loro presenza nascosta. Tutte le parrocchie dell’arcidiocesi sono presenti, sono qui per dire il loro “si” coraggioso.
Dinanzi all’altare c’è la cattedra vescovile vuota. Il vescovo non c’è perché da più di tre mesi è in esilio ed è impedito a rientrare nella sua diocesi, accusato falsamente di “fomentare” le violenze etniche. Da una settimana intera si è pregato e digiunato nelle diverse parrocchie della diocesi. I cristiani hanno mostrato di essere uniti e coraggiosi. In una catena di petizione continua “Ridateci il nostro pastore”, e nella raccolta di firme da consegnare al governatore.
Ma in questa spianata c’è anche un grande clima di festa, di tanta preghiera, e soprattutto di grandi emozioni. Il momento più emozionante, autenticamente africano, è stato quello del canto in lingua swahili “Oh, voi autorità politiche, ridateci il nostro vescovo e pastore”. Decine e decine di foto di Kataliko vengono sventolate nel cielo ritornato nitido per il momento. C’è ancora un raggio di sole che dà speranza e che sembra annunziare il futuro.








