90 candeline per zia Irma, Una vita intera per le missioni
Della "zia Irma" pochi conoscono il cognome: Costa. Il suo battesimo missionario nella famiglia saveriana porta la data dell'estate 1956, quando gli studenti teologi - in quel tempo "sfollati" a Piacenza per i lavori di ampliamento della casa madre di Parma - si arrampicano sulle alte vette accessibili da Locasca (in Val Antrona).
Zia Irma, arruolata dai nipoti p. Giuseppe e p. Stefano Berton, si offre come cuoca estiva. E così scatta "la trappola" che suggerisce al suo coscritto p. Dante Mainini di invitarla come "factotum" nella comunità di Roma in viale Vaticano. Arriva alla stazione Termini per il suo periodo di prova che dura fino al 1972, quando interrompe gli anni più belli della sua vita, per assistere la sorella Rina, mamma di p. Bepi e mia, gravemente ammalata.
Indimenticabili anni romani
Zia Irma racconta di aver vissuto e imparato da numerosi e diversi tipi di missionari: il patriarca p. Bonardi le insegna qualche nuova ricetta culinaria romana; mons. Tissot dalla fluente barba bianca preferisce consumare i pasti da solo... Non dimentica, con rispettosa ammirazione, i libri di p. Mondin, l'attività cinematografica di p. Carlesso o le puntuali partenze e ritorni dall'ufficio di p. Luigi Ferrari.
Il tono si fa più allegro quando affettuosamente ricorda i fiori di buon compleanno, omaggio dei giovani studenti, anche se le sembrava di aver visto gli stessi fiori il mattino in cappella! Come dimenticare quello studente distratto (p. Marini) che le porta in cucina come asparagi da bollire un mazzo di verdi pianticelle che con tanta cura lei aveva piantato alcuni giorni prima in giardino? Indimenticabile è anche quel tesoro di p. Gotti che si premura di preparare "solo per lei!" la meditazione per il ritiro mensile. È impressionata dalla precisione di p. Sottocornola, virtù meno praticata dal disattento p. Ghizzo.
Con lei, i saveriani romani hanno perfino imparato qualche parola in accento veneto, ma lei no, non si è adattata all'accento romano, perché per zia Irma "el dialeto veneto ze meio...el ze el pi beo". A tanti anni di distanza, i contatti fra i saveriani degli "anni romani" e la zia Irma rimangono intensi.
Le missioni e i nipoti
Attualmente, dal monolocale di via Proti nel cuore di Vicenza, un'emergenza costante da monitorare è la partenza dei container con pacchi di "ogni ben di Dio" da spedire in missione. Se si passa a salutarla, sarà meglio accertarsi che il baule della macchina sia disponibile per qualche pacco da portare alla procura delle missioni di Parma o al centro missionario di Villaverla. Ma oltre ai saveriani, ci sono anche i tanti nipoti, che sempre hanno trovato una buona spalla nella disponibilità della zia: un vero "cavallo di battaglia" aperto su due fronti.
Non fa meraviglia quindi se una presenza pluri generazionale ha fatto traboccare la chiesetta, quando lo scorso 9 settembre la zia ha celebrato il suo 90° compleanno. I saveriani sono rappresentati dal loro "uomo di fiducia", il rettore p. Mario Giavarini, che vede zia Irma sempre presente, anche in rappresentanza dei fratelli Berton, nelle tradizionali feste famigliari celebrate all'istituto.
"Il sugo della storia"
Durante l'Eucaristia, il "suo padre Bepi" le ricorda che non ha motivo di lamentarsi se le forze, la memoria o la vista non sono più quelle di una volta, perché - lo dice Manzoni - "l'anziano è colui che dovrebbe avere il sugo della storia", cioè non dimentica le cose quotidiane, ma le legge alla luce dell'eternità.
Sono parole che zia Irma capisce con il cuore, quando dal suo appartamento al terzo piano guarda verso Monte Berico e vede il manto della Madonna rigonfiarsi di nuovi pellegrini da proteggere. Alla Vergine lei affida problemi e sogni, con le innumerevoli "Ave Maria" che arrivano a destinazione a ogni ora del giorno e della notte.








