Da alcuni mesi viviamo come in ammollo. Non c’è modo - a parte la necessità di comportarsi responsabilmente - di sottrarsi a questa immersione nella pandemia che ci ha colpiti.
Sopra le nostre teste - non lo potevamo forse pensare? - pende(va) una spada di Damocle, paragonabile alle disastrose pestilenze che l'umanità ha già sperimentato. Per questa epidemia sono volate tante parole di buon senso e di buoni propositi. Anche parole grosse ed impegnative come "niente sarà come prima". Che dire? Ricordo un altro avvenimento per il quale sono state usate le medesime parole, l'11 settembre 2001 con l'attentato alle torri gemelle di New York. Sono passati appena 20 anni ed ancora ci troviamo a pensare che sia necessario cancellare completamente la lavagna. È proprio così? Tarare il tempo sui vari prima/dopo le torri gemelle; prima/dopo il Covid-19 non offre ancoraggi sicuri. Non siamo in grado di aver sotto controllo né le cattiverie umane (torri gemelle), né le forze della natura (Covid). Tuttavia, sia ben chiaro: il sano dibattito deve proseguire, ma io scrivo da missionario e solo suggerisco di spostare il baricentro. L'attesa di una palingenesi (rinascita dopo un disastro epocale) non è né nuova, né originale ed ha contraddistinto diverse epoche della storia. Tipo i millenarismi.
Forse è meglio (solo) riposizionarsi. Da duemila anni abbiamo convenuto di connotare il tempo in prima e dopo Cristo. Allora parve che fosse sopravvenuto un evento da segnalare con un "quando venne la pienezza del tempo" (Gal. 4,4) ed il popolo biblico gemeva nell'attesa di un Messia Salvatore. L'atmosfera era quella giusta e i discepoli di Gesù ci credettero. Per sé, allora, la prospettiva non era esattamente quella del “niente sarà come prima” (un po’ di sano realismo non guasta), perché non partiva dall'assunto che prima non ci fosse stato niente di buono e tutto fosse da buttare; semplicemente si trattava di accogliere qualcosa di nuovo. Tanto più che l'evento tanto atteso non si è presentato sulla scena della storia come uno sconquasso (pestilenze, torri gemelle o Covid che fosse), bensì come una carezza: può venire qualcosa di buono da Nàzaret? (Gv. 1,46).
Ecco, questa mi appare una prospettiva di lungo respiro. Non dobbiamo deputare ad altri drammatici avvenimenti il compito di costringerci a sostituire ogni cosa con un'altra (niente sarà come prima) quanto quello di convertire una cosa in un'altra. La chiesa lo propone tutti gli anni e si chiama "avvenimento/avvento": invito ad accogliere un nuovo che trasforma quello che è stato prima. "Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete"? (Is 43,19). La proposta è quella di riposizionarsi, per dirla banalmente, spostandosi da un binario che sempre clona se stesso, a un binario aperto sull'eterno.






