Padre Emilio Baldin da un anno è il rettore della comunità saveriana di Ancona. Si presenta ora, dopo le fatiche del trasloco nella nuova sede, le chiusure dovute al Covid-19 e altri impegni di congregazione.
Nel 1999-2000 ero a Londra per rinfrescare il mio inglese, in vista del ritorno in Sierra Leone. Una lunga e terribile guerra civile, da anni, stava dilaniando quel paese. Per la situazione di insicurezza, il Superiore Generale mi chiese di tornare in Italia, suggerendomi di andare ad Ancona come maestro dei novizi.
E così, il 5 settembre 2000 mi presentai alla comunità in via del Castellano. Per me Ancona e le Marche significavano una realtà nuova. Prima e dopo la missione in Sierra Leone, infatti, ero stato in Spagna come formatore.
Ho avuto la possibilità di vivere la mia vocazione missionaria in Europa, Africa ed America Latina. La vocazione missionaria l’ho percepita in me fin da piccolo, nel desiderio di aiutare chi era povero. Nel corso degli anni, alla luce della mia esperienza e crescita nella fede, mi sono accorto che il regalo più grande che avrei potuto fare ai bisognosi era quello di condividere con loro la mia fede, perché si incontrassero con Gesù e la sua Buona Notizia. Non c’era una nazione che preferivo. Questa chiamata l’avrei condivisa con tutti e in qualsiasi posto.
Il mio impegno nella formazione di giovani che, come me, avevano scoperto e sentivano forte il desiderio di seguire Gesù missionario del Padre, è stato una scuola di vita. Mi ha dato la possibilità di conoscere il mondo giovanile in Italia e in Spagna. Mi ha dato la gioia di accompagnare nel cammino della fede e della scelta vocazionale non solo gli studenti saveriani, ma anche tanti giovani che frequentavano la nostra comunità e coltivavano l’ideale missionario. Abbiamo condiviso un tratto della nostra vita, aprendo il cuore e la mente ai grandi problemi del mondo, con il cuore e gli occhi di Gesù.
Prima di partire per la Sierra Leone mio padre mi disse: “Ti raccomando… non dimenticarti dei poveri”.
Queste parole confermavano il desiderio che già c’era in me: un’attenzione speciale per gli indigenti che significava offrire tempo e ascolto ai loro problemi. In Sierra Leone, con il gruppo della Caritas, quasi ogni giorno visitavo i più bisognosi.
Nella missione di Kamabay e Lunsar, ho avuto la gioia di occuparmi delle scuole elementari. A Lunsar c’erano 20 scuole con 4.500 bambini. Di questi, poche decine erano cattolici. Il resto proveniva da famiglie musulmane o di religione tradizionale. Il clima di rispetto, le relazioni con le famiglie e con i maestri diventavano possibilità di annuncio del Vangelo. La domenica, le scuole erano luogo di incontro per la Celebrazione della Parola o dell’Eucaristia.
In Colombia, nella periferia di Cali, noi saveriani gestiamo la parrocchia di San Francesco Saverio, nel quartiere delle “Orchidee”. La popolazione era formata da rifugiati o da famiglie che venivano nella grande città, scappando dalla guerriglia. Era una comunità di persone che vivevano nella precarietà. La gioia dell’annuncio del Vangelo e della fede era grande, ma non ero meno felice muovendomi per le vie del quartiere, visitando i poveri e gli ammalati con i ministri dell’Eucaristia. La strada era il luogo dell’incontro.
Da un anno, sono tornato ad Ancona con il desiderio di poter camminare ancora insieme, accompagnando chi frequenta la nostra comunità e desidera incontrare Gesù nella Parola di vita.
Missione è partire,
camminare, lasciare tutto,
uscire da se stessi, rompere la crosta di egoismo
che ci racchiude in noi stessi.
È smettere di girare
intorno a noi stessi
come se fossimo il centro
del mondo e della vita.
È non lasciarsi incastrare
nei problemi del piccolo mondo
a cui apparteniamo:
l'Umanità è più grande.
La missione è sempre partire,
ma non divorare chilometri.
È soprattutto aprirsi agli altri
come fratelli, scoprirli
e incontrarli.
E se per scoprirli e amarli
è necessario attraversare i mari
e volare nei cieli,
allora la missione è
andare fino ai confini del mondo.
Dom Helder Camera







