La teologia di Manila e il Covid-19
Non diversamente da tanti, in tutto il mondo, anche noi della comunità della Teologia di Manila stiamo vivendo le restrizioni dovute alla pandemia. Da alcuni giorni, siamo tornati a un regime di quarantena nell’area di Metro Manila, dovuta all’aumento dei casi di positività degli ultimi tempi. Per fortuna, sembra che la variante virale presente nelle Filippine abbia un tasso di letalità inferiore a quello dei livelli europei o americani, con il 3% di persone positive che si aggravano in modo serio.
Anche nella nostra comunità abbiamo avuto alcune vicissitudini, nonostante il fatto di aver ridotto i contatti esterni al minimo necessario. A marzo, ci siamo divisi in due gruppi. Una parte è andata nella comunità della filosofia di Project 8, in una zona più centrale della città. Lo scopo era quello di alleggerire il peso dei lavori di casa, visto che non potevamo ricevere il cuoco e le signore della lavanderia. Inoltre, si voleva evitare che in caso di contagio tutti risultassero esposti. Durante questo periodo uno studente ha avuto febbre e una tosse persistente. È stato isolato prima in casa e poi in una struttura governativa. Alla fine è risultato negativo al tampone. Ma si è fatto due periodi di quarantena. Uno dei padri che lo ha accompagnato in ospedale ha dovuto auto isolarsi per 20 giorni.
Alla fine di giugno le restrizioni sono diminuite. Per questo, ci siamo riuniti di nuovo nella nostra casa di Maligaya. Uno dei nostri diaconi, in procinto di partire per l’Indonesia, è stato riscontrato positivo al test Covid-19 obbligatorio per affrontare il viaggio. Siamo stati tutti sottoposti a tampone e altri 4 studenti hanno avuto lo stesso risultato. Su 20 persone eravamo 5 positivi, isolati nelle loro camere, mentre gli altri non potevano più avere contatti con l’esterno. In casa dovevamo mantenere le distanze di sicurezza e usare le mascherine. Per fortuna, i positivi erano tutti asintomatici. Dopo un mese, tra ritardi e asincronie dei test tra un gruppo e l’altro, siamo stati dichiarati “covid free” e abbiamo potuto riprendere la vita un po’ più normale, anche se continuiamo a stare molto attenti. Niente di nuovo, quindi. Chissà quante altre persone stanno vivendo in questa situazione.
Fare una lettura di questa pandemia è difficile, perché ci si è ancora dentro e non si sa quando finirà. Per noi è un periodo difficile e, come tutti, proviamo stanchezza, senso di impotenza e c’è un po’ di ansia, soprattutto in chi è stato riscontrato positivo. Per fortuna, nessuno di noi si è ammalato seriamente, ma la paura rimane, soprattutto quando arriva il risultato del test che non ti aspetti. Questa situazione ci rende solidali con tanti che stanno vivendo con paura e disagi fuori dalla nostra comunità. Sappiamo di amici che sono in quarantena. Molte persone si sono ammalate o sono morte anche qui, nelle Filippine. Molti stanno soffrendo per il fatto di non poter andare a lavorare, e molti hanno anche perso il lavoro. L’isolamento sociale per tanti deve essere difficilissimo per le dimensioni delle abitazioni e il caldo, soprattutto nelle baraccopoli. Noi non abbiamo tutte queste difficoltà, ma possiamo sentirci parzialmente vicini alle sofferenze della gente, se non altro perché anche noi siamo un po’ a disagio.
Un altro aspetto che è venuto alla luce dalle riflessioni di diversi di noi, è stato il fatto che stando molto in casa ci siamo conosciuti meglio. Direi che ci stiamo volendo anche un po’ più bene. Dovendo fare noi i lavori di casa, ci si è messi a disposizione, ognuno con i suoi talenti. Si deve cucinare, pulire, lavare i panni… Soprattutto la cucina è diventata un’arena di sperimentazione e di competizione.
Il rischio del contagio ha impedito le celebrazioni e gli incontri. L’apostolato, sia quello con i giovani che con i malati e i poveri, è stato sospeso. D’altro canto, i mezzi di comunicazione hanno permesso incontri molto utili per lavorare e sostenersi a vicenda. Il virus divide, e in questo ha qualcosa di diabolico (diavolo significa “divisore”), ma la tecnologia ci ha permesso di contrastare questa pericolosa deriva, permettendoci di vivere in digitale la nostra vocazione alla comunione.
Infine, in quarantena c’è tempo per leggere, pensare, pregare. Anche queste attività, sempre così difficili in tempi normali, sono ora degli ottimi strumenti per trasformare l’isolamento in tempo significativo per sé e per gli altri.
Io sono convinto che il virus sia male e non lo spiritualizzo. Allo stesso tempo non sono neppure dell’idea di attribuirne le colpe all’uomo (i dati scientifici sembrano screditare le teorie della manipolazione genetica all’origine del virus). Si tratta probabilmente di un fenomeno naturale come tante pandemie del passato e che rivela come la natura non sia sempre benigna nei nostri confronti. La natura, come tutta la creazione, è toccata dal peccato e dal male.
Eppure, la creatività dell’amore di Dio sta dandoci l’opportunità di trasformare questo momento negativo in tempo significativo, in tempo di solidarietà con chi soffre, in tempo di preghiera e di amore reciproco. Speriamo che questa trasformazione positiva permanga, in modo che, anche dopo la pandemia, tutto il bene che siamo riusciti a inventare non svanisca nel nulla del tempo “normale”.






