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Nei giorni scorsi ho fatto un intervento sull’ultima enciclica di Papa Francesco. Per prepararmi ho consultato varie riviste e riflessioni, anche in internet. Ne è venuto fuori questo scritto che raccoglie (come una specie di “collage”) tanti stimoli. Non è esaustivo né completo, ha anche varie ripetizioni, ma può far venire la voglia di approfondire l’ultimo dono di papa Francesco. Come molti dicono, è una pietra miliare del suo magistero.

Buona lettura! P. Filippo Rota Martir

Fratelli tutti: una enciclica sociale
Fratelli Tutti (FT) affronta le nostre realtà e problemi legati all’economia, al lavoro, alla politica e ai rapporti internazionali. Queste realtà sono illuminate con la luce del Vangelo. Con Francesco, si amplia l’orizzonte: non solo globalizzazione (già Paolo VI ne parlava), ma anche ecologia e “casa comune” (ecologia).

Titolo dell’enciclica
Esso riprende un’affermazione di S. Francesco ai suoi frati.[1] Erano anni difficili e la vita di fraternità gli stava a cuore.

Orizzonte dell’enciclica
Un mondo che corre verso destini di guerra. La Pacem in terris di Giovanni XXIII, nel 1963, uscì in un momento in cui c’era il pericolo imminente di una terza guerra mondiale. Anche oggi c’è una profonda crisi.[2] Segni di tale crisi sono la globalizzazione, lo scontro tra i blocchi (Usa, Cina, Russia), le continue guerre “a pezzettini”, il terrorismo religioso, le grandi disparità economiche, il Covid con le sue ricadute sui Paesi più poveri, l’immigrazione.[3]  “FT è una lettera sconcertante e potente che papa Francesco, facendosi ‘trasformare’ dal dolore del mondo, ha scritto a una società che invece mira a costruirsi ‘voltando le spalle al dolore’” (Francesco Zampese). FT è un'alternativa al nostro modo di abitare la Casa Comune, soggetta a molte minacce.[4] Un filo conduttore attraversa l’enciclica: “o ci salviamo tutti o nessuno si salva” (32).

Sogno di Francesco
Una rinnovata fraternità tra i popoli, le persone, con il creato.[5] Fraternità che offre qualcosa di positivo sia alla libertà, sia all’uguaglianza (103). Fraternità religiosa, politica, economica, sociale, ecologica. Martin Luther King diceva: “I have a dream”… “La Chiesa… vuole partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli, dove ci sia posto per ogni scartato… dove risplendano la giustizia e la pace” (278).

Francesco idealista o realista?
Egli è realista, ma un realismo non cinico, che si sporge oltre, capace di rischiare un progetto ideale, aprendo alla speranza. Il cristiano infatti è persona di speranza, non di rassegnazione. FT è come un sasso potente nella palude delle idee, della politica, di una fede stagnante.

Sfide da raccogliere nella Fratelli Tutti
“Davanti alle quotidiane guerre, agli odi di ogni genere, passati e presenti, al terrorismo, alle cattiverie personali e collettive (11-12ss) ci si domanda se e come si possa parlare di fraternità”.[6] Fratelli tutti è un testo potente, un grido ad un tempo di allarme e di speranza, per offrire un orizzonte che trasmetta fiducia e susciti il desiderio di impegnarsi per il bene comune, per gli altri, che sono tutti, nessuno escluso, nostri fratelli (l'urgenza di fermarsi, 63). Siamo vicini (globalizzati) ma isolati, non fratelli! (12).  Contro il “si salvi chi può” (che porta al “tutti contro tutti”, 36), contro paure, allarmi, xenofobia, chiusura e ripiegamento (39) occorre aprirsi agli altri, incontrarli (41.147-148).

Punto di partenza della FT
FT parte dal Documento sulla Fratellanza umana firmato nel 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Iman. S. Francesco d’Assisi e il sultano, nel 1219, in Egitto, in piena quinta crociata, si incontrarono, vincendo paure e sospetti. Dalle religioni può sorgere una fraternità universale, un movimento di pace che attraversi popoli e nazioni. Questo può far nascere la cultura dell’incontro, che superi dialettiche, divisioni, paure, muri (284), che ci mettono l’uno contro l’altro (215-216). Accorciare le distanze, costruire il “noi” come antidoto alle derive egocentriche (35).

Una immagine ricorrente: il poliedro
Esso ha molte facce, moltissimi lati, ma tutti formano un’unità ricca di sfumature, perché “il tutto è superiore alla parte”. Nella società-poliedro le differenze convivono integrandosi (cedendo qualcosa, 221), arricchendosi e illuminandosi a vicenda (215).

Scopo dell’enciclica
Promuovere un’aspirazione mondiale alla fraternità (8) e all’amicizia sociale. Essa si propone (è una delle sue novità) di far nascere l’amicizia sociale.

Una novità: l’ Amicizia” “sociale”
L’amicizia sociale si apre agli altri. I due aspetti (“amicizia” e “sociale”) che sembrano opposti, si accostano alla fraternità.[7] Qui il “tu” dell'amico viene portato nel cuore della fraternità universale. Nell’amicizia si sceglie qualcuno, in genere chi è simile a noi, come età, provenienza, idee, religione, gusti, etnia ecc.. Scegliere significa, necessariamente, escludere. Non si può essere amici di tutti, solo di alcuni a noi più affini. Nell’amicizia sociale, invece, ci si apre a tutti e gli altri, pur non essendo nostri amici, da noi scelti, lo diventano ugualmente. In tal modo, usciamo da noi stessi e andiamo incontro a coloro che sono diversi da noi, vicini e lontani.[8]
Un esempio di amicizia sociale è il Buon Samaritano (Lc 10,25-37), che soccorre uno che neanche conosceva, di un'altra etnia, popolo, “religione”, addirittura un suo nemico (un giudeo). Il Samaritano si è fatto un tutt’uno con chi era caduto e ferito ai margini della strada.

Il Buon Samaritano, fratello “parziale” e “universale”
Solo identificandosi con gli ultimi, come ha fatto il Buon Samaritano, si potrà essere credibili ed universali. Anche nella vita di Gesù, la sua “parzialità (la sua predilezione verso i peccatori, i poveri, gli esclusi, gli emarginati ecc.) lo rendono veramente universale, fratello “di tutti”.[9] Se Gesù, come il Buon Samaritano, non fosse “parziale”, si crederebbe poco nella sua universalità.[10] Invece, proprio a partire da tale priorità (predilezione) Egli diviene credibile e i poveri e gli ultimi, di qualsiasi continente, anche oggi, lo riconoscono subito come loro Salvatore, che salva e cerca chi è perduto e abbandonato.
Anche la Chiesa, nella sua missione, senza escludere nessuno, mette al primo posto gli “scartati”, gli impoveriti, i piccoli, i lontani, i peccatori, destinatari privilegiati del Regno.[11]
La fraternità e l’amicizia sociale includono chi è diverso e lontano, spesso ignorati. Prescindono infatti (come invece avviene tra amici) dai tratti fisici, morali, etnici, dalle società e dalle culture (95). In tal modo, si giunge a una comunione universale, a una comunità composta da fratelli e sorelle che si accolgono, prendendosi cura l’uno dell’altro.  É un'apertura geografica ed esistenziale.

Custodire le differenze criterio della fraternità
Fraternità che non omologa, non livella, non vuole tutti uguali, ma, al contrario, accoglie chiunque e fa convergere le diversità, valorizzandole. Si è fratelli e sorelle perché si è uguali (la natura umana è di tutti) e diversi. Ci si libera, così, dall'obbligo di essere uguali.

La fratellanza permette all’uguale di essere diverso.
L'odio, invece, elimina il diverso. “La fratellanza salva il tempo della politica, della mediazione, dell'incontro, della costruzione della società civile, della cura. Il fondamentalismo lo annulla in un videogame” (Antonio Spadaro, in La Civiltà Cattolica 4088, 106).

Radice della fraternità
Radice della fraternità è la comune appartenenza alla famiglia umana (32). Siamo fratelli perché figli di un unico Creatore (279. 283-284), “sulla stessa barca”. In un mondo globalizzato-interconnesso ci si salva solo insieme (32). FT ci dice, tra le altre cose, anche come vivere la fraternità nell’epoca del Covid, in cui gli altri rischiano di diventare nemici (“tutti contro tutti”, 36). Bisogna, come ha fatto il Buon Samaritano, fermarsi, accorgersi dell’altro, soccorrerlo (63). Purtroppo, spesso, siamo vicini (globalizzati) ma isolati, non fratelli! (12).

La fraternità nasce dal Padre.
Per questo motivo, essa supera ogni discriminazione (di colore della pelle, cultura, tradizioni, etnia) “origine” che, anche in ambito ecclesiale, pare si declassi o ignori. Se venisse meno l’appello alla trascendenza, la fraternità si frantumerebbe (273), l’uguaglianza non resisterebbe alle pressioni (anche economico-sociali) e la libertà si incarterebbe egoisticamente su se stessa. La fraternità ha una portata trascendente (273 cita la Centesimus Annus).

Fratellanza o fraternità?
Una certa fratellanza si dà anche tra i “pubblicani” e i “pagani”, ma per il cristiano la fraternità è dono di Dio-Padre. Senza di Lui la fraternità va in crisi e non si sostiene. La ragione fonda l'uguaglianza, non la fraternità (272). Solo cercando Dio si può riconoscere l'altro come fratello, la sua dignità, i suoi diritti umani (274-276. 281. 285).  Fraternità (Libertè Egalitè) è il primo, fondamento e garanzia della dignità umana e dei suoi diritti. Vediamo ora, in sintesi, solo qualche aspetto dei singoli capitoli dell’enciclica. Ci soffermiamo molto di più sul 7° capitolo, che riguarda la Pace e il disarmo.

Cap: Le ombre di un mondo chiuso...
La Pandemia devastante non è un castigo di Dio (34: Dio è misericordioso!), ma un segnale della natura all’uomo. Occorre infatti rivedere il nostro stile di vita personale e sociale, superare le disuguaglianze a danno dei più poveri (33); sentirci tutti nella stessa barca, tutti fratelli (32.35); sentirci tutti dei “samaritani”, realizzando non discorsi astratti, ma la fraternità universale. Passare dall’ideologia dell’individualismo alla fraternità universale.[12]

Le persone migranti
Al 1°e al 4° capitolo (“Un cuore aperto al mondo intero”) si parla delle persone migranti. Con le loro “vite lacerate” (37) essi vanno accolti, protetti, promossi ed integrati. Che possano rimanere nei propri paesi (38) o cercare altrove una vita migliore (39). Si deve tutelare i diritti dei propri cittadini, ma accogliendo i migranti (40). È inaccettabile un cristiano xenofobo (39). L’Europa è irresponsabile (40).

2° Cap: Il Buon Samaritano
“Và e anche tu fa lo stesso”. Dignità è sconvolgerci con la sofferenza altrui (68). Siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore (88). Vivere indifferenti davanti al dolore, lasciando qualcuno “ai margini della vita” ci deve indignare. Scendiamo dalla nostra serenità per sconvolgerci con la sofferenza umana. In una società malata “analfabeta” nella cura dei deboli (64-65) facciamoci prossimi all’altro (81); includere, integrare e sollevare chi è caduto.

Dignità calda, viscerale. Il Samaritano fa un gesto viscerale (l’ebraico rachamin indica viscere e misericordia): si ferma (i religiosi, invece, sono presi dalla fretta). Parlare, diventare amico, interessarsi e recuperare la dignità umana, propria e degli altri (65). Non dobbiamo chiederci chi è il mio prossimo, ma di chi io sono prossimo (81). Ci sono solo due tipi di persone: chi si fa carico (anche se è ateo o eretico!) e chi passa a distanza (anche se è religioso!) (70). Cadono tutte le etichette (80. 74).

Davanti all'uomo ferito ci sono solo tre possibilità: o noi siamo briganti e come tali amiamo la società dell'esclusione e della violenza, o siamo quelli dell'indifferenza che passano oltre immersi nelle proprie faccende e religioni, o riconosciamo l'uomo caduto e ci facciamo carico del suo dolore” (Francesco Zampese).[13]

3° Cap: pensare e generare un mondo aperto
“Uscire da noi stessi” (88), per realizzare la “comunione universale” (95), lontani da ogni egoismo (92-93), allargando la cerchia (97), vincendo l'individualismo (100 globalizzazione liberistica; 105), investendo nei più deboli e fragili (108). La sola libertà economica non basta (109). La Proprietà Privata ha una funzione sociale (119-123). Per questo motivo, ogni paese e terra è anche dello straniero. I beni del territorio non siano negati a chi viene da un altro luogo (124). Ci vuole un'etica delle relazioni internazionali (126). Abolire il debito estero.

Unire universale e particolare. Evitare una globalizzazione liberistica (che si scaglia contro ogni cultura “particolare”, 100) ed anche il populismo particolaristico (102. 142-143.146, falsa idea di popolo). Scongiurare le feroci contrapposizioni del presente (148-149).

4° Cap: un cuore aperto al mondo intero
Visti, corridoi umanitari; alloggi, sicurezza e servizi essenziali per chi fugge da “gravi crisi umanitarie” (130). Non usare il termine “minoranze” (129-131). Ci vuole una governance globale, una collaborazione internazionale (132). L’altro, diverso da noi, è dono e arricchimento per tutti (133). Le differenze fanno crescere (133-135). Una cultura sana è accogliente e si apre all’altro (135), offrendo e ricevendo, con il dialogo (136). O ci salviamo tutti insieme, o nessuno si salva. Evitare la “sterilizzazione” e l'isolazionismo. Uscire dalla cerchia chiusa dei “soci” (102.104).[14]

Poliedro: il tutto è più delle singole parti, ma ognuna di esse è rispettata nel suo valore (145-146). Multilateralismo: i Paesi ricchi non devono trattare con quelli più piccoli e poveri (153).

5° Cap: la migliore politica
Stiamo tronando indietro, in tanti aspetti, come si diceva nel 1° capitolo (“Le ombre di un mondo chiuso”).[15] Si condanna sovranismo, populismo e liberismo (i muri). Il populismo fomenta egoismi per avere consensi (159). Ma anche il liberismo individualista (163.166.170) disprezza il popolo. Tutelare il lavoro (162), mettendo la dignità umana al centro (respingendo il dettato della finanza, 168). Il “traboccamento” o “gocciolamento” non risolvono l'iniquità, fonte di violenza. Esse minacciano il tessuto sociale (168).

La buona volontà non basta
Ci vuole una organizzazione mondiale efficace (165.168), una autorità mondiale (ONU, 172-173) che assicuri il bene comune mondiale e la pace. È urgente una politica sana e autonoma dal mercato (168.176-180) “migliori politici”, buoni samaritani (178.188), che si aprano al dialogo e alla collaborazione. Globalizzare non l’indifferenza, ma la fraternità, sconfiggendo l’individualismo, da cui nascono populismo e sovranismo (163.170).

Un'economia diversa, sogno che si avvera
“Sogno” è diverso dall’utopia. Dom Helder Camara diceva: il sogno di uno solo rimane sogno, ma diventa realtà se sono tanti a farlo (8). Sognare tutti insieme un’economia diversa (179) dove i poveri sono artefici del proprio destino (187). Tre gambe: il mercato (sottomesso però alla politica, non vice-versa 177), lo Stato e il “Terzo settore”: la partecipazione della società civile (175).

6° Cap: Dialogo e amicizia sociale
Il dialogo e l'incontro fanno crescere tutti (198-199). Dialogo è, nella reciprocità, avvicinarsi, esprimersi, guardarsi, conoscersi, comprendersi, cercare punti di contatto (198). La vita è “arte dell’incontro” (non è rottura!) con tutti, con le periferie, con i popoli originari, perché “da tutti si può imparare qualcosa e nessuno è inutile” (215).

Dialogo non è scambio veloce (come nei social), magari con aggressività (200-202). Dialogo è accettare il punto di vista altrui, con le sue convinzioni e i suoi legittimi interessi (203). I social media non gettano ponti, ma spesso comunicano odio, insulti, offese verbali, tirando fuori il peggio delle persone, demolendo l’altro e i più fragili (205). Così non si costruisce fratellanza.

Dialogo non è relativismo
Il dialogo presuppone valori e verità comuni e oggettivi, da cercare e scoprire insieme, a partire dalla comune natura umana universale (206-2077). Qui si riprende la Caritas in veritate di Benedetto XVI. Per i cristiani la “fonte” a cui attingere e su cui fondare il loro impegno è il Vangelo.
Dialogo è accettare il valore universale della persona umana (206-210). Questa è sacra, inviolabile, intoccabile, portatrice di diritti umani. Sia l’individualismo indifferente e spietato, sia il relativismo (quello dei potenti e dei “furbi”) minacciano la persona, vedono le leggi, basate sui valori oggettivi e universali, come imposizioni arbitrarie (206. 209). Entrambi negano i diritti umani (209) e lasciano prevalere la forza o il vantaggio individuale, non certo il bene della persona (210).
Con il dialogo e il consenso si giunge a cogliere i valori permanenti e universali (211), necessari per la convivenza umana (212). L'altro non è un oggetto da scartare, ma ha una sua dignità (213). Incontro e dialogo si fanno “cultura dell'incontro”, desiderio di progettare qualcosa che coinvolga tutti, in vista del bene comune (216-221).

La gentilezza  
Il “miracolo della gentilezza” è come “una stella nell’oscurità”, una liberazione dalla crudeltà” (che penetra le relazioni umane), dall’ansietà e dall’urgenza distratta (224).[16] L’Amoris Laetitia ci suggerisce queste tre parole: “Permesso, scusa, grazie!” Lo stile che adottiamo con gli altri trasforma i rapporti umani, crea sana convivenza ed apre strade (222-224).

cap 7: percorsi di un nuovo incontro
Non c'è pace senza casa, terra, lavoro, giustizia per tutti (127). Il “traboccamento” o “gocciolamento” non risolvono l'iniquità, fonte di violenza e minaccia per il tessuto sociale (168). Un mondo più giusto e sicuro si raggiunge promuovendo la pace, che non è solo assenza di guerra.

Architetti e artigiani di pace (225.228).
La pace è una vera e propria opera “artigianale” che coinvolge tutti. È un “artigianato” dove tutti devono fare la loro parte, non stando seduti alla scrivania (231). Allo stesso tempo, la pace è anche opera degli architetti (delle istituzioni), che lavorano sì “alla scrivania”. Insieme, artigiani e architetti, costruiscono la pace.

Pace è Verità, giustizia, misericordia e perdono.
La pace è legata alla verità e alla giustizia.[17] Infatti non si deve dimenticare, nascondere o minimizzare il passato, il male e l’ingiustizia (227). Ma la pace, allo stesso tempo, è legata anche alla misericordia, al perdono (226-227). Occorre infatti spezzare la catena dell'odio. Lontana dal desiderio di vendetta, la pace crea una società basata sulla riconciliazione, sul perdono, sullo sviluppo reciproco (229).
Ognuno si senta “a casa”, accolto, pur con le sue difficoltà e pecche. Così avviene in famiglia (230). Lì si litiga ma non si diventa mai nemici. Nella società l’altro, anche se è avversario, rimane sempre fratello e sorella (231). La fraternità, che viene dal Padre, impedisce al cristiano di avere nemici.

Il compito della pace non dà tregua. Essa esige perseveranza e costanza, pur nelle difficoltà. Non ha mai fine (232). Per realizzare la cultura dell’incontro, con tenacia, si ponga al centro la persona umana, la sua dignità, il bene comune. Si rinunci alla vendetta e alle chiusure tipiche dei particolarismi (232).

Pace è andare incontro agli impoveriti e ai vulnerabili (233), spesso disprezzati, offesi con generalizzazioni ingiuste e tenuti ai margini. Sono quelli che più soffrono, spesso da soli. Questo può causare la “rabbia dei poveri”. Bisogna farseli amici (234). La disuguaglianza di opportunità e la iniquità minacciano la pace e la tranquillità (235). Non i poveri, i migranti, i profughi sono la vera minaccia per il nostro mondo (che si chiude come in una fortezza).

Se invece condividessimo i beni (che Dio vuole e ha pensato per tutti, 120)[18]; se smettessimo di rubare in casa altrui, di fare le guerre, di vendere armi dove non dovremmo[19], di appoggiare i dittatori (non solo in Africa) tutti vivrebbero bene “a casa loro”, senza essere obbligati a fuggire, mettendo a rischio la propria vita.[20] Tutti vivremmo in pace e sicurezza se avessimo davvero a cuore la giustizia e la fraternità. I Paesi occidentali, con le loro politiche, fanno poco per evitare alla radice queste tragedie umanitarie; alimentano l’attuale insicurezza mondiale, mantenuta a caro prezzo, attraverso l’uso militare, basato sulla forza, sulle guerre, sulla minaccia (anche nucleare!) di distruggere l’altro. La vera sicurezza non consiste nell’innalzare muri e barriere, chiudendosi “a riccio” nella propria fortezza (“ci invadono!”). Consiste, piuttosto, nel dare dignità (casa, lavoro, riconoscimento legale, Ius Soli, ecc.) a tutti.  

Pace e perdono.
Il perdono non consiste nel “lasciar perdere”, nel minimizzare quello che non va, magari per vivere “in pace”. Questo sarebbe debolezza, pace apparente (236). Il conflitto è inevitabile, soprattutto quando bisogna difendersi da forza, sopruso, violenza (238.241). Gesù ci invita a perdonare (nella parabola del servo spietato, 237) e lo stesso fecero i primi cristiani (erano miti e tolleranti, 239). Allo stesso tempo, egli ha portato anche la spada (240). Certi conflitti sociali, per chi è fedele e coerente, sono necessari e inevitabili. Bisogna prender posizione (240).

Amare chi opprime significa cambiarlo (241) e non lasciarlo più opprimere (noi stessi e gli altri). Chi soffre un’ingiustizia deve difendere con forza i propri (e altrui) diritti e dignità, dono di Dio (241). Proprio il perdono richiede questo! (241). Importante è però come lo si fa: senza odio e rancore, senza voler distruggere l’altro, senza vendetta.[21] Nel tal caso si perderebbe tutto (242).

Non è affatto facile vincere il male col bene (243), ricusando la vendetta. Non è facile superare le conseguenze negative e nocive del conflitto. Ma quando si riesce a rinunciare alla forza distruttiva del male, al pezzetto di guerra (all’incendio) che portiamo dentro (243) nasce, nel proprio cuore, una gioia e una pace profonda.[22]

Riconciliazione non è evitare il conflitto, o minimizzarlo, ma, nel conflitto, superarlo, attraverso il dialogo, la discussione, l’ascolto sincero, la trattativa trasparente, sincera e paziente (244), ricercando la giustizia. L'unità è superiore al conflitto. Puntare sempre in alto! (245).

Meglio perder qualcosa, mediare, accettare la diversità, piuttosto che dividersi. Infatti, insieme e uniti, ci si guadagna tutti molto di più di quando qualcuno vuole vincere sugli altri. Proprio il conflitto, assunto, dichiarato, trasparente e senza sconti, una volta superato, può generare unità, nuova vita (245). Anche a livello religioso, riconoscere con sincerità il proprio peccato e lasciarsi riconciliare e perdonare dal Padre, genera in noi cammini nuovi, fonti di speranza, fiducia, pace e riconoscenza.

Non possiamo esigere un perdono sociale da parte di tutta la società, per decreto (246). Perdonare non è dimenticare, minimizzare, ma è, facendo memoria, ricordare. Perdonare non è accettare l’impunità, ma avere sempre a cuore la giustizia. Si fa perciò memoria proprio perché, in tal modo, si spezza il circolo vizioso dell’odio, si rinuncia al rancore e alla vendetta (246).

Mai dimenticare gli “orrori” come, per esempio, la Shoah (massima malvagità, di cui occorre vergognarci, 247), i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki (le cui conseguenze perdurano per anni e anni, 248), i massacri etnici (248). Queste tragedie vanno sempre ricordate e nuovamente (anche ai giovani!) per non anestetizzarci, per mantenere viva la coscienza collettiva dell’orrore, per voltare pagina. Dimenticare? “No, per amore di Dio!”, si dice nell’enciclica (249).

Dimenticare non si deve mai, perdonare sì, anche a chi fa fatica a pentirsi e non riesce a chiedere perdono. Il perdono, infatti, è gratuito, e riflette l’immensità del perdono divino (250). Altrettanto importante è fare memoria del bene, di chi ha scelto il perdono e la fraternità (246-252). Perdonare è ricordare, è condannare il male, l’ingiustizia (passata e presente) per non ripetere lo stesso errore, per spezzare il circolo vizioso del male, circolo di distruzione e vendetta, che non basta e non si sazia mai (251).
Certi crimini sono così orrendi che neanche uccidere o far soffrire chi li ha commessi serve a qualcosa. Non si riparano mai (251). Se si ricerca la giustizia (non stiamo parlando di impunità) lo si fa per amore alla stessa, per rispetto delle vittime, per evitare altri crimini, per tutelare il bene comune, non certo per sfogare l’ira! E’ solo il perdono che “salva” la giustizia (il male rimane tale!), evitando i due errori, la vendetta o il dimenticare (252).
In questo quadro Francesco esamina due situazioni estreme, che sembrano soluzioni possibili in circostanze drammatiche: la guerra e la pena di morte.

Mai più la guerra, fallimento dell’umanità! (258).
La guerra non è “un fantasma del passato”, ma “una minaccia costante” (256: stiamo torniamo indietro!), la “negazione di tutti i diritti, aggressione all'ambiente” e allo sviluppo umano (257).[23] Siamo globalizzati e ogni scontro (locale) ne genera altre peggiori, colpendo tutto il pianeta. Già ora viviamo “una terza guerra mondiale a pezzi”: tutti i conflitti e i paesi sono connessi (259).

Non esiste più la guerra giusta!
A causa delle armi nucleari, chimiche e biologiche oggi non esiste più la “guerra giusta” (basata sul diritto alla legittima difesa, sempre più abusato, 258). Le conseguenze sono devastanti con danni incalcolabili, molto più gravi del bene che si vuole difendere. La guerra non è più una soluzione poiché i rischi sono superiori alla sua supposta “utilità”. Non c’è alcuna razionalità.
Diceva, in un periodo di forte tensione internazionale, Giovanni XXIII: “riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (Pacem in terris 67). Dopo la guerra fredda abbiamo sprecato le occasioni, cedendo a interessi particolari (260). La guerra lascia il mondo peggiore, è “il fallimento della politica e dell’umanità”, “la resa vergognosa alle forze del male” ed al loro “abisso” (261).[24]

È assurdo dissuadere mediante la paura e la minaccia delle armi (nucleari, chimiche, biologiche). Esse sono totalmente inadeguate alle sfide di oggi. Ordigni nucleari causano catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali, incontrollabili nello spazio e nel tempo. L’equilibrio basato sulla paura la aumenta e mina la fiducia tra i popoli.[25]

Il trattato che proibisce le armi nucleari
La Santa Sede è stata tra i primi a firmare il “Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari”. Tale trattato, votato all’Onu nel luglio 2017 da 122 Paesi (assente l’Italia), afferma che le armi nucleari sono inaccettabili e disumane. Lo scorso 24 ottobre 2020 tale trattato ha visto la ratifica operata dal 50° Stato, l’Honduras. Il 22 gennaio 2021 è diventato giuridicamente vincolante per tutti i Paesi che l’hanno firmato. Tale trattato rende illegale, nei Paesi che l’hanno sottoscritto, l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. La campagna “Italia ripensaci” ha visto Brescia in prima fila (enti, associazioni, Comune, Diocesi, parrocchie, missionari ecc.). Si spera, in tal modo, di smuovere le acque e richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, abbastanza “anestetizzata” e assente, su questi temi importanti e cruciali. Tale campagna chiede al governo italiano di “ripensare” la propria posizione e di ratificare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.

Deterrenza e pace
Pace e sicurezza non si mantengono con la deterrenza (accumulazione di armi). Non si fonda la propria sicurezza sulla minaccia (falsa!) di una distruzione reciproca o sull’equilibrio del potere. La sicurezza deve basarsi piuttosto sul dialogo e sulla fiducia reciproci, orientati al bene comune.[26] Per questi motivi, eliminare totalmente le armi nucleari è “un imperativo morale ed umanitario” (262).

Papa Francesco, ad Hiroshima, nel 2018, aveva detto: “L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche”.  Di conseguenza la Chiesa ritiene superata la dottrina della guerra giusta e rilancia la proposta (Populorum Progressio di Paolo VI) per un Fondo mondiale finanziato dalla riduzione delle spese militari per eliminare fame, sottosviluppo, fuga di massa dei popoli (262; Introduzione alla FT 2).[27] In tal modo si eviterebbero molte guerre e l’emigrazione di tanti nostri fratelli e delle loro famiglie che si vedono costretti ad abbandonare la propria casa e il proprio paese per cercare una vita più dignitosa” (FT 189 e 262).[28]

Pena di morte
Si riprende quello che diceva Giovanni Paolo II (Evangeli Vitaem 56). E' inadeguata, non necessaria, inammissibile, bisogna abolirla in tutto il mondo (263), anche l'ergastolo (268). Si deve condannare il male, ma senza cadere nella disumanità della vendetta (265). La pena non sia una vendetta crudele, ma sia rieducativa, di guarigione e reinserimento sociale (266). È assurdo che si usi solo la pena capitale (e non altre!) per difendersi dall’aggressore. Tante esecuzioni sono omicidi deliberati (267). Sono numerosi e convincenti i motivi contro la pena di morte (268).

Occorre migliorare le condizioni delle carceri: i detenuti hanno una dignità umana. L’ergastolo “è una pena di morte nascosta” (268). “L’omicida non perde la sua dignità personale, Dio ne è garante” (269). Per questo motivo si condanna la pena di morte. Bisogna rispettare “la sacralità della vita” (283) laddove oggi “certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili”, come i nascituri, i poveri, i disabili, gli anziani (18).

8° Cap: religioni al servizio della fraternità e pace universale (271-272.281).
S. Francesco chiamava “fratelli” coloro che erano visti, da secoli, come nemici, eretici, miscredenti, infedeli, da perseguitare e tutt'al più, da convertire. Papa Francesco, oggi, ci esorta al coraggio dell'alterità, per diventare, tutti insieme, costruttori di comunione e pace, su esempio del Buon Samaritano. Ogni fede religiosa porta i credenti a vedere nell’altro un fratello, salvaguardando il creato e l’universo (271.274. 285s). Una verità trascendente, valori (anche religiosi) oggettivi garantiscono la convivenza umana, la dignità, i diritti umani e la fraternità (272), contro materialismo, individualismo, relativismo, razionalismo (273-275).
La chiesa (e i ministri) non rinunci alla dimensione politica della vita. Non stia ai margini della società, o nel solo ambito privato (religioso). La sua missione sia anche nel pubblico. Promuova la fraternità universale, il bene comune e lo sviluppo umano integrale (276). Chiesa con le porte sempre aperte, madre, in uscita (dai templi e dalle sacrestie), per gettare ponti e per riconciliare (276).
Pur apprezzando l'azione di Dio nelle altre religioni, per il cristiano la fonte della dignità umana e della fraternità è la musica del Vangelo. Altri bevono ad altre fonti (277). La chiesa vuol partorire un mondo nuovo, dove tutti siano fratelli e ci sia posto per ogni scartato, dove risplendano giustizia e pace (278).
Dio agisce anche nel cuore dei fedeli delle altre religioni. Si faccia con loro un cammino di pace (281-282). La violenza (l’odio e il voler negare l’altro) non viene dalle religioni, ma dalle loro deformazioni (282). Le religioni in se stesse non dividono (non creano muri), ma portano pace e dialogo, avendo esse un riferimento religioso e trascendente. I leader religiosi siano “mediatori autentici” e non semplici intermediari (che fanno i propri interessi, 284) (272-274).
Il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza” (2019 Abu Dhabi), è la pietra miliare del dialogo interreligioso. Si adotti il dialogo come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio (285).

La missionarietà nella FT
Amare in modo universale, allargando la cerchia (contro il pregiudizio: “prima i nostri!”), superando i pregiudizi, le barriere, gli interessi meschini (83-85. 1. 6). Gli altri sono la mia carne (84). No alla cultura dei muri (quelli nei cuori e quelli fisici) che imprigionano noi stessi (27).

Il mese missionario diceva: “missionari tessitori di fraternità”. Oggi il vero virus da combattere è la divisione e la frammentazione, i muri (dentro e fra i popoli), razzismo e xenofobia, sovranismo, nazionalismi chiusi e violenti, disprezzo e maltrattamenti verso chi è diverso (86), individualismo liberista egoista. Sono tutte realtà contro il Vangelo, che si stanno diffondendo rapidamente ovunque nel mondo.

S. Francesco di Assisi aveva un cuore senza confini. Aveva visitato il Sultano in Egitto, per abbracciare tutti (3). Aveva compreso che Dio è amore, che chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui (4). Che alla fine di questa pandemia, voglia il cielo che non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi” (35).

Conversione missionaria della Chiesa
La Chiesa sia in uscita, casa con le porte aperte, madre, che serve, che esce di casa, dai suoi templi, dalle sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità, per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione (276).

 

[1] Le Ammonizioni XXIV e XXV invitano i frati alla reciproca dilezione verso i compagni. Ormai non era più scontata.

[2] Oggi non ci sono due crisi, ma una sola crisi socio-ambientale. Combattere la povertà è restituire la dignità agli esclusi e prendersi cura della natura (LS 139). “Abbiamo Dio come nostro Padre comune e questo ci rende fratelli, persino tra nemici... Questa gratuità ci porta ad amare il vento, il sole o le nubi... Per questo possiamo parlare di una fraternità universale” (LS 228).

[3] FT fa una descrizione delle “ombre dense”, che equivalgono a “una terza guerra mondiale a pezzi”. Attualmente non esiste neanche un progetto comune per l’umanità (17). L’attuale mondo è altamente instabile, pronto a divampare. Dopo la caduta del muro di Berlino (1989), tutto si decompone (l’Onu, la Ue, il legame tra Usa ed Europa). Emergono isolazionismi, contrapposizioni, barriere, antiche diffidenze, vecchi nazionalismi.

[4]   In questo regno del dominio, dove l'essere umano si impadronisce della natura e della terra portando, certo, molti vantaggi, ma creando anche un principio di autodistruzione, la lettera "Fratelli tutti" propone un nuovo schema: quello del fratello, della fraternità universale e dell'amicizia sociale... In questa svolta sta la nostra salvezza: superare la visione apocalittica della minaccia della fine della specie con una visione di speranza che possiamo e dobbiamo cambiare rotta (p. Francesco Zampese).

[5] “Di fronte ai vari modi di eliminare o ignorare gli altri, si sia capaci di reagire con un nuovo sogno di fraternità e amicizia sociale” (6).

[6] La fraternità è l'esatto opposto della “cultura dello scarto”, che schiaccia e rifiuta i poveri facendoli morire di fame e di ingiustizia (18-19).

[7] Amore sociale (181-182) e politico (186), che è vivere la tenerezza (193-194).

[8] Questo non è affatto facile né automatico, eppure può avvenire, se lo desideriamo, attraverso il dialogo, l’ascolto dell’altro, la mediazione, la politica, l’incontro. Il fondamentalista invece evita tutto questo sforzo, e distrugge ogni mediazione, disprezzando (o eliminando) chi è diverso da lui.

[9] Anche Francesco di Assisi, è diventato un uomo universale, accogliendo tutti e identificandosi con i più vulnerabili e invisibili del suo mondo (Francesco Zampese).

[10] Nella famiglia i genitori amano ugualmente tutti, e proprio per questo dedicano una speciale attenzione verso quel figlio che ha problemi, che è malato o in situazioni di rischio (delinquenza, droga, alcool ecc.). E i figli non si scandalizzano a causa di tale “preferenza”, segno di massima giustizia. È giusto che ci si preoccupi di più di colui che più ha bisogno rispetto agli altri. Il Padre misericordioso cerca di convincere il figlio maggiore: “Bisognava far festa, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,36).

[11]  “La Chiesa dovrebbe privilegiare non tanto gli amici e i vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, ‘coloro che non hanno da ricambiarti’ (Lc 14,14). Oggi e sempre, ‘i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo’, e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare” (Evangelii Gaudium 48).

[12] Il Covid-19 non è come la peste, “grande livellatrice”: mille super-ricchi recupereranno le perdite generate dalla crisi sanitaria in 9 mesi, miliardi di poveri ci impiegheranno almeno due lustri. Per i primi dieci miliardari il patrimonio dall’inizio della pandemia è addirittura aumentato di 540 miliardi di dollari. Jeff Bezos, Bill Gates, Warren Buffet, Larry Page hanno tutti fondato imperi, a causa del blocco della mobilità, per la tecnologia, l’e-commerce, nella comunicazione digitale.

[13] “E dobbiamo farlo non solo con il nostro amore privato, ma con il nostro amore politico, perché dobbiamo far sì che ci sia una locanda a cui affidare la vittima e istituzioni che giungano là dove il denaro non compra e il mercato non arriva” (Francesco Zampese).

[14] “I migranti non si devono accogliere perché possono essere utili, ma perché sono persone. E i disabili e gli anziani non si devono scartare perché una società dello scarto è essa stessa disumana. È forse questo il segreto di questa enciclica: c'è, per un mondo malato, dove tutto sembra dissolversi e perdere consistenza, da giocare l'ultima carta, cambiare i soci in fratelli. Si potrà poi essere anche cattivi fratelli, incapaci di memoria, pietà e perdono, però tutti si riconosceranno investiti dell’infinita dignità dell'umano. Ma per essere fratelli ci vuole un padre. Perciò, tutto il ministero di papa Francesco è volto a “narrare” al mondo la misericordia del Padre, per dare agli uomini un Padre in cui si riconoscano finalmente fratelli” (Francesco Zampese).

[15] Guerre, paure, classi dirigenti, scarto, globalismo con nuove povertà e disuguaglianze, a favore dei forti e dei mercati, modello economico iniquo, muri, razzismi, indifferenza globalizzata, nuove aggressività, aggravamento di vecchi conflitti.

[16] La gentilezza è uno stato d'animo affabile, morbido, che sostiene e rafforza la persona rendendo più sopportabile la propria esistenza. E, infine, la solidarietà ci conduce al progetto sociale della casa comune, impedendo all'umanità di dividersi tra "il mio mondo" e gli "altri" (i cosiddetti "loro" perché non più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano solo "loro"). Alla fine, si evoca la figura di Charles de Foucauld che, nel deserto del Nord Africa, insieme alla popolazione musulmana voleva essere "definitivamente il fratello universale (Francesco Zampese).

[17] Verità, giustizia e misericordia non vanno separate (227), contro coloro che accusano Papa Francesco di cedere alla sola misericordia, e di non dare importanza alla giustizia e alla verità.

[18] La destinazione universale dei beni afferma che “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati devono equamente essere partecipati a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità” (GS 69). Nella storia della Chiesa, tale principio si è a tratti appannato, non invece nel suo magistero, anche moderno. Diceva sant'Ambrogio che “non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché quel che è dato in comune per l'uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. Per papa Francesco “i beni, necessari, sono un mezzo per vivere onestamente e nella condivisone con i più bisognosi”. Quando pochi diventano “padroni assoluti”, lasciando gli altri nella povertà, si va contro la giustizia, la carità, contro il progetto di Dio, che ha creato la terra per sostenere “tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno”.
Nella Gaudium et spes si legge che “l’'uomo, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri”. Esiste dunque un limite nel diritto di proprietà. Quest’ultimo non è né assoluto né intoccabile, ma subordinato (secondario) rispetto a quello, assoluto, della destinazione universale dei beni (120). Assoluto è (solo questo!) il comune diritto di tutti a usare i beni dell'intera creazione. Una prima applicazione di questo discorso: ogni paese appartiene anche allo straniero, in quanto i beni, di qualsiasi territorio, appartenendo a tutti, non possono essere negati a una persona bisognosa che provenga da un altro luogo (124).

[19]   Nella prima udienza dopo il suo viaggio in Iraq, il 10-3-2012, papa Francesco ha detto: “Il popolo iracheno ha diritto a vivere in pace, ha diritto a ritrovare la dignità che gli appartiene”… Sempre la guerra è il mostro che, col mutare delle epoche, si trasforma e continua a divorare l’umanità”. E io mi domandai: chi vende le armi ai terroristi, che stanno facendo stragi in altre parti, in Africa, ad esempio? E’ una domanda, vorrei che qualcuno gli rispondesse. Ma la risposta alla guerra non è un’altra guerra, la risposta alle armi non sono altre armi. La risposta è la fraternità”.

[20] Di ritorno dall’Iraq, papa Francesco, l’8 marzo 2021, ha detto, nell’intervista rilasciata sull’aereo: “La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare, non sanno come farlo. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano. La si vive come un’invasione. L’altro ieri ho voluto ricevere dopo la messa il papà di Alan Kurdi: questo bambino è un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, è un simbolo di civiltà che muoiono”.

[21] Per questo stesso motivo si condanna sia la pena di morte (e l’ergastolo) (263-270), sia la guerra (256-262), entrambe crudeli, disumane e ingiuste.

[22] “Occorre riconoscere nella propria vita che quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio” (243).

[23] Negli ultimi decenni si è optato “per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una giustificazione” (258).

[24] “Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come ‘danni collaterali’. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia… Guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace” (261).

[25] Paolo VI (ottobre 1965, ONU) “Mai più la guerra! Mai più la guerra! Lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con le armi in pugno”.

[26] Deterrenza e pace non sono affatto sinonimi. La deterrenza (minaccia di distruggere) è una falsa sicurezza. L'equilibrio del potere, fondato sulla paura mina la fiducia tra i popoli (262).

[27] La Pandemia ha mostrato quanto siamo vulnerabili di fronte ai veri nemici. Papa Francesco dice: cambiamo rotta, diamo una svolta decisiva alla nostra vita. Non ha senso investire in armi e perdere vite umane. Dovremmo, invece, mettere al sicuro ciò che più conta: alimenti, salute, lavoro. “Ha senso continuare a fare massicci investimenti in armi se poi le vite umane non possono essere salvate perché mancano le strutture sanitarie e le cure adeguate? Se ho una persona malata in famiglia e ho bisogno di spendere per le cure, non indirizzerò tutte le mie risorse per curare il mio famigliare?” (FT 2). Dove vogliamo indirizzare le risorse, in un momento di svolta epocale? “Un appello finora inascoltato. Anche dall’Italia che nel dicembre 2020 ha deciso di destinare oltre 24,5 miliardi di euro in spese militari. Ben 6 miliardi sono destinati ad acquistare nuovi armamenti tra cui cacciabombardieri, portaerei, sommergibili, missili, navi e blindati. Tutto questo mentre, in diverse regioni, i posti letto per terapia intensiva sono insufficienti e manca personale medico” (Missionari Saveriani, gennaio 2021, p. 5). La spesa militare nel mondo, nel 2019, ha raggiunto il livello più elevato (introduzione alla FT, 2). Francesco si chiede: “A cosa servono arsenali per essere più sicuri, se poi basta una manciata di persone infette per far dilagare l’epidemia e provocare tante vittime? Essa non conosce confini. Abbiamo “bisogno di uno Stato militarmente forte, o di uno Stato che investa in beni comuni?” (introduzione alla FT, 2).
L’Italia, purtroppo, continua ad esportare armamenti anche nelle zone di maggior tensione del mondo, a regimi dittatoriali e autoritari, alimentando così i conflitti e la repressione. “Esportare armi, che sostengono regimi autoritari, alimentano i conflitti e da cui fuggono migliaia di persone che cercano rifugio anche nel nostro Paese, non solo è una follia. È un crimine” (Piergiulio Biatta, Missionari Saveriani, gennaio 2021, p. 4). “Tante volte penso all’ira di Dio che si scatenerà con i responsabili dei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare guerre: questa è ipocrisia, è un peccato” (Francesco). Un'ipocrisia ancor più grave in tempi di Pandemia.

[28] Questa posizione è una indiretta denuncia di troppi facili consensi, anche del mondo cattolico, nei confronti delle strutture militari. Non sarebbe il caso di mettere in discussione, ad esempio, la presenza dei cappellani militari al loro interno, con l’Ordinariato militare?



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