Il “Kuzoea” (l’abituarsi) a un ambiente nuovo e a persone nuove è stato il primo consiglio ricevuto, quando nel 1983 sono arrivato in Congo (ez Zaire). La prima cosa è stata di avere l’umiltà di tornare a scuola, cioè almeno tre mesi, ogni giorno, per imparare la lingua swahili. Nel medesimo momento, qualcuno ci spiegava le tradizioni, la religione tradizionale, il significato dei gesti, ma soprattutto come relazionarsi con le persone. Naturalmente, poi bisogna cominciava anche a mangiare e bere le cose che in Italia non c’erano. E soprattutto calma, molta calma. Non avere fretta, ma cominciare a gustare la gioia di essere arrivati in un luogo diverso, ma sempre di questa terra, dove c’erano dei fratelli e sorelle che avevano die sogni, dei progetti e che facevano fatica a realizzarli. Poi piano piano siamo usciti dalla città e abbiamo cominciato a fare dei brevi viaggi soprattutto nella foresta dell’Urega (io sarei poi andato lungo il lago, nell’Ubembe). E poi, non farsi prendere dal panico davanti ai primi attacchi di malaria. E poi…vincere la nostalgia di casa, limitandosi a ricevere e scrivere, di tanto in tanto, delle lettere che impiegavano un po’ di tempo per partire e ritornare. E poi…prepararsi ad andare, dove il superiore aveva pensato bene. Un giorno o due di viaggio, in mezzo al fango della strada che scendeva da Bukavu (sui 1400m.) verso la pianura e poi la strada lungo il lago con i suoi 55 ponti e un fiume da attraversare (il Sandja) per arrivare finalmente a Baraka. Un abituarsi graduale, ma che ci faceva crescere e ci insegnava ad amare il luogo dove per 5 anni avremmo lavorato. Qualcuno dal Cielo ci ha dato una mano e ora ricordo con simpatia questi primi approcci, anche se faticosi, ma belli.







