Parlando con i giovani, si discuteva di come sarebbe stato il futuro. Ognuno diceva quale sarebbe stato il suo sogno da realizzare. Chi sognava di diventare medico, un grande capo della sua tribù, altri un generale dell’esercito, altri un grande calciatore, altri ancora sognavano di andare in Europa o America per fare tanti soldi. Qualcuno, timidamente, diceva “Mimi natumaini ya kuwa padiri missionaire, kwa sababu napenda kutangaza Enjili ya Bwana Yesu (io spero di diventare un padre missionario, perché voglio annunciare il Vangelo di Gesù)”. Gli chiedo come mai. E lui mi dice che i missionari hanno lasciato la loro famiglia, il loro paese per venire in Africa. Tutti sono ammirati di quello che stanno facendo. E allora anche lui vorrebbe andare “ad annunciare il Vangelo in Italia, incontrare il Papa”. E ringraziare, se possibile, i genitori dei missionari di Baraka, che hanno lasciato partire il loro figlio per venire fin qui in mezzo a loro. Ascoltando i loro sogni, compreso l’ultimo, mi sono chiesto quando potranno realizzarli, visto che ancora oggi la situazione in Africa è molto preoccupante (fame, emigrazioni, guerre, sfruttamento delle risorse). Uno, guardandomi e intuendo quello che stavo pensando, mi dice: “Nakucomprendre. Kweli, hali ya kijiji yetu haiko sawa, lakini tunatumaini ya kama Mungu hawezi kutuacha sisi peke. Ataingia moyoni ya kila mtu na atatupatia hali ya bien (ti capisco. Certo, la situazione del nostro villaggio non è buona, ma abbiamo fiducia che Dio non ci lascia soli. Entrerà nel cuore di ogni uomo e ci darà una buona situazione)”.







