La prima volta che il nuovo vescovo di Uvira venne in visita nella parrocchia di Baraka (Congo RDc), tutta la parrocchia si era mobilitata per riceverlo. I giovani avevano preparato i canti e anche delle scenette da fare nello stadio di calcio. Le corali già scaldavano i tamburi e altri strumenti. Insomma, tutti erano pronti. Quando sentiamo i rumori del clakson della landRover che portava il vescovo, che scendeva da Fizi, tutti si mettono per fare l’accoglienza. I giovani sono davanti a tutti con le loro bandiere. Sbucando nel viale che portava alla chiesa parrocchiale, tutti cominciano a cantare, a “kusherekea” (a celebrare). La gioia è al massimo. Il vescovo a piedi, con un cappello in testa (faceva molto caldo e il sole si dava da fare per farsi sentire), viene accompagnato, direi travolto, dai cristiani e da tanti curiosi (anche non cristiani) che si avvicinano. Tutti vogliono salutarlo, dargli il benvenuto. Lui sorride a tutti (conosceva l’italiano, perché era stato a studiare in Italia). Finalmente, a fatica, arriva nella rotonda vicino alla chiesa. Viene fatto accomodare su una sedia e cominciano i saluti ufficiali. Poi la grande messa, animata, come solo gli africani sanno fare, nello stadio (prima era andato a visitare la chiesa con le tombe dei due martiri saveriani e da lì poi era partita la lunga processione). La gioia era l’invitata principale e ognuno faceva la sua parte per condividerla con gli altri. Qualcuno si chiederà: quanto tempo è durata la messa? In Africa non si guarda il tempo, perché si sta bene insieme. Quindi? Due o tre ore, ma sembra che il tempo non passa mai. I canti, poi, con gli strumenti musicali, ci facevano danzare. Insomma tutto concorreva a condividere la gioia di stare insieme, uniti dall’unica fede in Cristo. Poi, dopo i doni per il vescovo (come si fa di solito), una pausa per mangiare, con l’impegno a ritrovarsi più tardi, nel medesimo stadio per continuare a stare insieme. Infatti i giovani avevano preparato la storia della vocazione del vescovo. Una gioia per gli occhi e il cuore. Il vescovo aveva anche imprestato qualcosa di se stesso per rendere più interessante le scene (non mi ricordo più, forse il cappello rosso). Tutti commentavano e anche il vescovo era molto divertito. Non solo si “kusherekea” (celebrare il vescovo), ma anche la fierezza di avere qualcuno che era venuto a trovare i suoi fratelli e ognuno si sentiva contento. Poi, piano piano, il sole scendeva nelle acque del lago e il vescovo, dopo averci benedetto e ringraziato, si ritira con la comunità dei missionari, nella casa. Domani ripartirà per l’altra missione di Mboko. Era la sua missione “andare, visitare e confermare i suoi fratelli” e lo faceva con gioia.







