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Casa Saveriana

Udine



Presentazione

La comunità saveriana di Udine è composta da missionari che hanno alle spalle una ricca esperienza missionaria, frutto di un periodo di vita passato in missione o al servizio della congregazione.


Oltre a prestarsi per alcuni incarichi comunitari di accoglienza e di manutenzione della casa, collaborano con la Caritas diocesana e con il Centro Missionario diocesano per l'animazione missionaria della pastorale nei suoi diversi settori. Inoltre, sono disponibili ad aiutare i parroci nel ministero pastorale.

La celebrazione della Parola e dell'Eucaristia dà l'opportunità di offrire ai fedeli un messaggio missionario, in sintonia con il nostro carisma saveriano.

 È una pastorale un po' itinerante, proprio in stile missionario; in certi periodi è veramente intensa tanto che non sempre possiamo rispondere a tutte le richieste che ci vengono rivolte.

In ogni caso diamo la precedenza ai gruppi che chiedono ospitalità nella nostra casa, prestandoci anche per l'animazione di incontri e ritiri spirituali.

Vogliamo soprattutto essere una comunità aperta, generosa e attiva nel servizio e nel donarci a tutti attraverso molte iniziative come: incontri e ritiri per giovani, visite e celebrazioni nelle parrocchie, accoglienza dei migranti, conferenze di formazione alla globalità e di testimonianza di vita, mostre missionarie, ecc.

Venite a visitarci!

SERVONO PASTORI NON PETTINATORI DI PECORE!

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Nel 2013 durante l’udienza gene­rale di apertura al convegno eccle­siale della diocesi di Roma papa Francesco coniò quest’ espressione: pastori non pettinatori di pecore.

L’immagine del pastore e del greg­ge non ha grande rilevanza nella nostra cultura, ma in quella ebrai­ca esaltava un rapporto prezioso e vitale: il pastore aveva estrema­mente cura delle proprie pecore perché senza di esse sarebbe mor­to, visto che rappresentava­no l’unico suo mezzo di sussi­stenza.

Partendo dalla parabola del buon pastore il Papa ricordava che, nel testo, si vede un pa­store preoccu­pato per la mancanza di una peco­rella all’appello e in partenza per la sua ricerca.

Se riportiamo il testo ai giorni no­stri e nelle nostre comunità, si vede come la situazione sia rovesciata.

Il Papa faceva notare che sono le 99 che mancano all’appello e il pa­store è rimasto solo con una nell’o­vile, per cui oggi, noi come pastori, dovremmo essere spronati ad usci­re non solo per cercare quell’una che potrebbe sempre smarrirsi, ma soprattutto le altre 99 “smarrite”.

Non è sempre così, perché di fatto, spesso il pastore è fermo nell’ovile e ha cura dell’unica pecora rima­sta. Questa è la situazione descritta da papa Francesco: la trasforma­zione del pastore in pettinatore di pecorelle. Pettinarla significa fare la sua volontà, starle accanto, com­piacerla sempre quasi per la paura di perderla, visto che è l’unica ri­masta.

Il pastore non è più una guida, quindi, perde la sua identità e di­venta un pettinatore.

Cosa deve fare il vero pastore?

Il pastore è chiamato ad uscire sia in senso geografico, spostando le pecore alla ricerca di pascoli più ricchi, sia nella sua azione evan­gelizzatrice cercando nuove vie ri­spetto alle solite, proposte alla pro­pria comunità.

È un’impresa difficile perché pre­vede un cambiamento di mentali­tà sia per chi guida il gregge, ma soprattutto per il gregge stesso. Spesso le poche persone rimaste in parrocchia fanno fatica a cambiare il loro modo di essere cristiani che in realtà, dovrebbe tendere sempre all’evoluzione, un po’ come ci sug­gerisce il ritornello di una canzone di Fiorella Mannoia: “… come si cambia per non morire, come si cambia per ricominciare…”.

È inevitabile che fare il pastore oggi comporti un cambiamen­to, sia rispetto alle prassi pastorali consolidate, sia all’uso delle strut­ture a disposizione.

Molte volte il pastore, nella sua operazio­ne di scouting, cioè esplorando e apren­do nuove vie, non avrà tutti con sé: c’è chi ha il coraggio di seguirlo e chi si tira indietro o addirittura ostacola il suo lavoro.

Questo impegno è spesso sottovalutato durante la prepara­zione dei pastori.

Peccato.

Non ha avuto vita fa­cile neppure il Maestro e chi lo segue non può, certamen­te, aspettarsi un trattamento mi­gliore. Ma è dovere comunque del pastore camminare, andare, uscire, perché restare fermo porta a con­seguenze pericolose.

La comunità infatti che si chiude nel suo piccolo cerchio, si amma­la ed è destinata a morire in tempi più o meno brevi. Nell’uscire, nel camminare ci si può anche far male, si può sbaglia­re percorso, ci si può inciampare o perdere, ma, nonostante tutto, è più salutare muoversi che restare fermi. (Padre Andrea)



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