Camposcuola “All'arrembaggio verso la rotta della gentilezza”
Una ciurma non si costruisce in un giorno. Ma al camposcuola della nostra parrocchia, un gruppo di venti ragazzi tra gli 11 e i 16 anni ci ha provato in quattro giorni intensi, dal 20 al 23 agosto, prendendo ispirazione da un equipaggio molto particolare: quello di One Piece.
Il titolo scelto per l'avventura, "All’arrembaggio verso la rotta della gentilezza", non lasciava dubbi sul tema di fondo: il Manifesto della comunicazione non ostile, calato nell'immaginario di Rufy e della sua ciurma. Ogni gruppo era una "Ciurma", gli animatori i "Saggi del Mare", il sacerdote il "Grand'Ammiraglio", e fin dalla preghiera di apertura, dedicata a Giacomo e Giovanni, i "Figli del Tuono" capaci di trasformare l'impulsività in parole-ponte, la rotta era chiara: non un arrembaggio di spade e urla, ma "l'arrembaggio della gentilezza".
Ogni giornata era scandita da attività e momenti diversi, e complementari, di vita comune. C'era "l'Insieme con...", il tempo delle attività a tema in cui i ragazzi si ritrovavano nelle rispettive ciurme per giochi, laboratori e riflessioni. E c'era "l'Insieme per...", il tempo in cui i ragazzi si dividevano in gruppi di servizio a rotazione: chi si occupava delle pulizie degli ambienti, chi della cucina e della sistemazione dei pasti — colazione, pranzo e cena — chi della liturgia, chi dell'organizzazione delle serate. Anche questa, a modo suo, era una piccola lezione di comunicazione non ostile: prendersi cura degli spazi e dei compagni con gesti concreti, senza bisogno di tante parole.
Giorno 1 – Reclutare la ciurma e spiegare le vele
Il campo si è aperto come ogni grande avventura: con un gruppo di quasi sconosciuti chiamato a diventare squadra. Noi animatrici (Giada, Agnese, Sara e Angelica) siamo arrivate alle 7 in struttura per preparare tutto e accogliere al meglio i ragazzi, mentre loro sono arrivati alle 8 carichissimi per questa nuova avventura. Dopo l’accoglienza e la sistemazione nelle stanze, abbiamo subito dato il via alla giornata con il primo laboratorio chiamato "Il Varo della Nave" nel quale ogni ciurma ha scelto un nome, disegnato la propria bandiera, il Jolly Roger, e scritto un "Codice d'Onore" con le regole di convivenza: un modo concreto per capire che si è ciò che si comunica.
Il pomeriggio è stato tutto di "Luffy ascolta la sua Ciurma", un grande gioco a stand pensato per raccogliere gli oggetti della prova finale: un percorso a ostacoli affrontato bendati e legati per i polsi, guidati solo dalla voce del capitano. È stato uno dei momenti più importanti della giornata: bastava una parola sbagliata, o il silenzio di chi non ascoltava, per far "affondare" la ciurma. In serata, attorno al falò, ogni ragazzo ha pescato un oggetto misterioso da un sacchetto e lo ha usato come pretesto per raccontarsi ai compagni, sotto la "regola del silenzio": chi ascolta non interrompe né commenta. È stato bellissimo vedere come ognuno di loro, a modo suo, si raccontava e si apriva agli altri, ed era bello vedere come gli altri ascoltavano con interesse e curiosità ogni racconto.
A fine giornata dopo cena i ragazzi mi hanno anche fatto anche una sorpresa. Sono usciti dalla cucina con un dolce con sopra le candeline cantandomi tanti auguri per festeggiare il mio compleanno. Anche se era stata una mia richiesta festeggiare il compleanno con loro, sono stata comunque sorpresa e felice dell’impegno che ci hanno messo per cercare di farmi una sorpresa.
Giorno 2 – Tempeste, scontri e il peso delle parole
La seconda giornata ha affrontato di petto il lato più duro della comunicazione. Nel grande gioco d'acqua "L'Assalto a Enies Lobby", ogni ciurma doveva "tradurre" frasi reali da cyberbullismo — del tipo "sei inutile, fai schifo" — in critiche costruttive o richieste d'aiuto, prima di guadagnarsi le munizioni per la battaglia finale a gavettoni.
Nel pomeriggio, il "Consiglio di ciurma: la decisione della Going Merry" ha messo i ragazzi di fronte a una scelta comune da prendere — come spendere risorse limitate — sotto lo sguardo dei Saggi, pronti ad alzare un cartellino giallo davanti a un attacco personale ("la tua idea è stupida") e a fermare tutto con il cartellino rosso in caso di insulto vero. È stato proprio in questi momenti che si è visto il salto di qualità: ragazzi normalmente impulsivi fermarsi un istante prima di rispondere, altri riformulare da soli un "messaggio-bomba" in una parola-ponte. La sera, al falò, ogni ragazzo ha raccontato di un insulto ricevuto che ancora fa malein un lungo momento di silenzio condiviso, per poi ricevere consigli dai compagni. Ed è li che è stato bellissimo vedere come in pochi giorni si siano uniti così tanto tra loro a tal punto da consigliarsi e consolarsi lun l’altro.
Giorno 3 – Il grande Poneglyph e il silenzio del mare
Il terzo giorno ha rallentato il ritmo per andare più in profondità. Nel laboratorio manuale "Scolpire il Poneglyph", ogni ciurma ha inciso su tavole di das le proprie "10 Parole di Pietra": regole di comunicazione, reale e digitale, scritte da loro e per loro — perché ciò che si scrive online, come ciò che si scolpisce nella pietra, resta.
Nel primo pomeriggio è arrivato il momento forse più atteso e più difficile: il Deserto, tre ore di silenzio con in mano solo il proprio Diario di Bordo e diverse domande scomode su esclusione, parole-ponte e parole-muro, e sulla propria fatica a chiedere aiuto. Vedere un gruppo di adolescenti reggere ore di silenzio vero, senza pranzo ma solo con pane e acqua e senza telefono, è stato un piccolo segno che qualcosa, in quei giorni, si stava muovendo davvero. C’è chi si è commosso, chi ha voluto rimanere da solo con se stesso tutto il tempo e chi ha voluto un confronto con noi animatori e chi ha invece preferito affidarsi alle mani del sacerdote che con tanta pazienza si è messo a disposizione per confessioni e consigli, ed è stato bello vedere ragazzi che hanno chiesto di poter parlare con lui, soprattutto chi all’inizio faceva tanta fatica ad aprirsi.
Giorno 4 – L'arrivo al porto e il grande banchetto
L'ultima mattina è stata dedicata alla condivisione finale: ogni ragazzo ha provato a rispondere a una domanda semplice e insieme enorme — cosa scriverebbe oggi sulla propria bandiera, per farsi riconoscere dai genitori e dai compagni? E quale regola del Manifesto è stata la più difficile da rispettare in questi quattro giorni?
Durante il momento della condivisione finale dai ragazzi sono emerse tante cose, tra cui l’entusiasmo e la felicità di aver trascorso quattro giorni insieme, la felicità di aver fatto nuove amicizie ma anche punti critici su cui poter migliorare. In più noi animatori abbiamo preparato una lettera per ringraziarli di aver creduto in noi e in questa fantastica ciurma, in particolare abbiamo fatto un ringraziamento personale a ciascuno di loro, ed è stato bello vedere come si sono commossi, e ammetto che un po' ci siamo commosse anche noi.
Poi è arrivato il momento delle famiglie: pranzo insieme, condivisione con i genitori dei gruppi di pulizia e attività, giochi, un pomeriggio condiviso e la Messa finale di saluti, a chiudere un campo che ha provato a insegnare qualcosa di semplice e complicato insieme: che le parole hanno un peso, che si può scegliere di usarle come ponti invece che come spade, e che anche il silenzio, a volte, comunica più di mille frasi.
Un grazie di cuore
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'ospitalità dei Missionari Saveriani di Taranto, a Lama, che ci hanno accolti nella loro casa per questi quattro giorni: un grazie sincero per averci aperto le porte e per lo spazio che ci ha permesso di vivere davvero questa avventura.
Un grazie speciale, poi, va a Padre Jean Marie, che è stato con noi in ogni momento del camposcuola, sostenendoci e mettendosi a disposizione con generosità nonostante il suo infortunio invalidante. La sua presenza, silenziosa e costante, è stata essa stessa una testimonianza viva di quello che questi giorni hanno cercato di insegnare ai ragazzi: che si può essere un dono per gli altri anche nella fatica.
Un altro importante ringraziamento va alle cuoche che con tanta pazienza hanno cucinato ogni giorno per noi facendoci mangiare cibo buonissimo e facendoci sentire sempre coccolati con un buonissimo dolce.
Un equipaggio, tante rotte
Guardando questi ragazzi mettersi in gioco, stand dopo stand, falò dopo falò, si capisce che il camposcuola non è stato solo un momento di divertimento, ma una vera palestra di relazioni. Come ogni buona ciurma, non tutti remano allo stesso modo, non tutti parlano la stessa lingua — ...
— ... ma insieme, con pazienza e rispetto, si può davvero salpare verso una meta comune.
Giada Diciolla







