Una storia vera che parla dell'incontro tra una madre e un figlio che non si vedono per ben 7 anni. Una storia di emigrazione che parla di fraternità e speranza.
I nomi dei protagonisti di questa storia sono stati modificati per rispetto della loro privacy.
Mariam, una donna marocchina, vede partire di casa suo figlio, Abdou, quando lui ha soltanto 12 anni. Il ragazzo nuotando sulla costa est del Marocco raggiunge Ceuta, l’enclave spagnola in territorio marocchino, evitando così i controlli alla frontiera. Sogna una vita migliore come molti altri giovani migranti che rischiano la vita in quella traversata.
Abdou è finalmente in Spagna! Ma non era così facile come pensava. Trascorre sei anni nel centro di detenzione per minori migranti a Ceuta. Il centro ospita tutti i minorenni che giungono attraverso il mare e li accoglie fino a quando essi non divengono maggiorenni (seguendo le leggi europee).
Dopo sei anni di reclusione, ormai diciottenne, Abdou si sposta nel nord della Spagna dove lavora per tre anni come barbiere abitando presso ad alcuni parenti originari del Marocco. Ad Abdou, il lavoro va bene e anche la sua nuova vita gli piace. Ma accade che, un giorno, un amico di un suo amico lo incontra e gli propone “un lavoro più facile” in Italia, promettendogli di guadagnare molto di più di quello che Abdou riusciva ad accaparrare come barbiere a Bilbao.
Così senza saper pronunciare una parola di italiano, Abdou sceglie questa nuova strada, lascia di nuovo ogni cosa, e si trasferisce in Italia per iniziare questo “nuovo lavoro”. Purtroppo, si ritrova in strada e dopo soltanto un mese viene rinchiuso nel carcere di Parma con una condanna a quattro anni, accusato di spaccio di stupefacenti.
L’anno scorso, sono andato in Marocco per girare un documentario sulla piccola presenza cristiana in territorio marocchino come membro di MissioNET, un team media dei saveriani. In quell’occasione ho incontrato Mariam. Conoscevo Abdou facendo servizio in carcere a Parma. E quando gli ho detto che avrei incontrato sua madre, non poteva trattenersi dalla gioia.
Ho visto Mariam, a Tetouan, città che si trova ad un’ora di distanza dalla missione dei Saveriani in Marocco. Mariam, sapendo che sarei andato vicino alla sua città, mi aveva invitato a cena, durante il Ramadan – il mese sacro per i musulmani, dove digiunano dall’alba al tramonto senza bere neanche acqua.
Abdou assomiglia tanto a sua madre. Appena l’ho incontrata, non è stato difficile capire che fosse lei. Mariam era piena di gioia di incontrare qualcuno che gli portasse notizie di suo figlio dopo tanti anni senza vederlo.
“Come sta mio figlio? Quando uscirà dal carcere? Vuole tornare in Marocco o restare in Italia?”, erano tante le domande che Mariam mi ha fatto quando ci siamo visti.
Un anno dopo quell’incontro in Marocco, non avrei mai immaginato di avere avuto occasione di ospitare Mariam a Parma. È arrivata il 3 Marzo scorso. Anche questa volta durante il mese di Ramadan. Ha fatto un viaggio lungo, da sola. Questa volta per vedere suo figlio faccia a faccia dopo ben sette anni.
Quando l’ho accompagnata alle porte del carcere, sono rimasto ad aspettare che giungesse il suo turno. Non è facile incontrare un carcerato. Abbiamo dovuto prenotare questa visita ben venti giorni prima. Dopo tante sollecitazioni, finalmente Mariam aveva avuto il permesso di incontrare suo figlio.
Una volta arrivata all’appuntamento delle dieci ha dovuto attendere per ben tre ore prima di poter incontrare suo figlio. Bisogna attraversare numerosi controlli, tre cancelli diversi e altrettante sale d’attesa. E tutto questo soltanto per avere mezz’ora di tempo da trascorrere con lui.
Ho pensato: questo è quello che vivono i familiari di tanti carcerati. Una realtà molto distante dalla mia. Chissà quanti “mondi” ci sono che ancora non conosciamo, eppure questi costituiscono la realtà per molti.
Quando sono andato a riprenderla, tre ore dopo, Mariam piangeva. Quel tempo così lungo senza vedere suo figlio finalmente si stringeva. Erano lacrime di gioia, mista a commozione e tanta nostalgia. Aveva visto con i suoi occhi che suo figlio stava bene, “anche se è un po' dimagrito”, mi ha detto. Ma felice che Abdou gli abbia detto che non vedeva l’ora di uscire e di tornare a fare il barbiere in Spagna. Quel “lavoro più facile” che gli era stato proposto, gli aveva portato soltanto guai.
Come missionario saveriano che sogna di fare del mondo una sola famiglia, questa storia mi riempie il cuore di tanta speranza. Mariam si è sentita a casa ospitata nella nostra comunità di Parma. Lei, donna, musulmana e di un altro paese, ospite di uomini, cristiani ed in una terra a lei sconosciuta, si è sentita a casa e ha potuto rivedere suo figlio dopo così tanto tempo.
Questa storia può sembrare irreale, quasi una favola, eppure quello che imparo da tutto questo è che tutto è possibile a Dio, ed ecco, l’ho toccato con le mie mani e l’ho visto con i miei occhi: l’Amore supera ogni distanza, vince ogni paura, e realizza ciò che desidera. Fare del mondo una sola famiglia non è un’utopia, ma una realtà.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.




