Carissimo Angelo,
E’ la mia prima lettera che ti scrivo e che spero, che in quell’eternità dove riposi ora, tu, sorridendomi, troverai certamente il tempo per leggermi e abbozzarmi quel tuo tipico sorrisetto.
Carissimo Angelo, sosto questa mattina davanti al tuo corpo senza vita con un grande magone che mi stringe la gola, proprio mentre mi passano davanti i tanti ricordi della nostra vita passata ad Uvira, nella Repubblica Democratica del Congo, e qui in Italia, e affollano la mia mente e mi riportano, come per incanto, a rivivere, per qualche istante, proprio quelle emozioni e quei bellissimi ed entusiasmanti momenti.
Carissimo Angelo, la tua vita é stata disseminata di tanto bene e di tanto amore, ed in ciascuna sua epoca hai voluto tu stesso marcarla dalla tua duplice consacrazione umana e missionaria che sapevi discretamente nel tuo agire quotidiano.
In ciò sei stato un vero Fratello Coadiutore, proprio così l’aveva l’aveva voluto e creato il nostro Santo Padre Fondatore, San Guido M. Conforti. Ed è con profonda e semplice consapevolezza, che tu hai sempre ben saputo profondere in tutto ciò che facevi e che amavi poter e dover compiere alla perfezione. Sì, lo ripeto, hai amato la perfezione, e l’hai sempre cercata in tutto e in tutti ma con quella delicatezza e equilibrio che madre natura ti aveva dotato.
Carissimo Angelo, mi piace ricordarti proprio là tra i macchinari della tua falegnameria dell’Economato della Diocesi d’Uvira nella Repubblica Democratica del Congo, sulle sponde del maestoso lago Tanganika e ai piedi dei Monti Mitumba. Sento il rombo di quei motori, e ti vedo tutto attento a dare ordini e consegne ai tuoi cari operai.
In quei giorni, stavamo uscendo, dai tempi tanto tetri e crudeli della rivolta mulelista, in cui oltre aver vissuto la prigionia d’Uvira del Vescovo Catarzi e di alcuni Padri e Suore Saveriane (1964), avevamo assistito inermi all’uccisione dei nostri confratelli i PP. Luigi Carrara, Giovanni Didoné e il Fr. Vittorio Faccin e l’Abbé Albert Joubert (28 novembre 1964), falciati dalla forsennata furia e ferocia dei ribelli mulelisti.
Tu eri arrivato ad Uvira nel 1970, sei anni dopo tutto questo terribile disastro, e ti rendesti subito conto della grande fatica che si faceva per riprendere vita e riuscire a dimenticare quel terribile vissuto. Lì all’Economato d’Uvira incontrasti alcuni testimoni di quelli avvenimenti e sentisti le loro storie, ma soprattutto carpisti quella “grande voglia” che li aveva spinti a “restare” e “riprendere con lena la vita della missione.” Eri arrivato come aiuto Economo, e ti sei messo subito ben disposto a dare tutto il meglio di stesso.
So bene poter dire questo perché anch’io ho potuto sperimentare di questa tua bravura, che ti era propria e tutta tua, perché quanto cominciavi un’opera non riposavi per non finirla e compierla a dovere. Non lasciavi nulla a metà. Davi tutto il meglio di stesso col silenzio, la passione e col tuo “pizzico” di fede. Mi preme sottolineare questo perché é proprio là che tu giocavi in sintonia con la tua vocazione missionaria.
Carissimo Angelo, ti contemplo ora in questa cappella del 4° piano di questa nostra Casa Madre di Parma, disteso e inerme, ma ai piedi del crocifisso che pende dalla parete e con quel “tuo crocifisso posto sul tuo petto e che sembra continuare a ricordarti la tua “ricchissima ed entusiasmante” vita missionaria.
Vorrei poter dialogare con te, in questi istanti, in lingua swahili e risentire insieme il profumo e le voci della nostra comune terra di missione, facendoci cullare dalla brezza che le fresche acque del Tanganika ci portano.
Carissimo Angelo, nel pomeriggio 23 aprile ho sentito una grande gioia dentro di me, allorché, parlandoti in swahili, ho notato un bagliore illuminare i tuoi occhi e abbozzare quel leggero palpito di un sorriso sulle tue labbra. Capii allora che mi sussurravi una cosa a te sempre cara, quella di salutare “la tua Uvira e in particolare i tuoi tanti amici ancora viventi”. Alla fine, mentre tutto sembrava spegnersi, anch’io aggiunsi, con un grande magone in gola: “Insieme ai tuoi amici ti auguro un buon viaggio nell’eternità di Dio e non dimenticarti di noi”.
Ciao. Angelo, ci rivedremo un giorno. E ciò per grazia e misericordia di un Dio che ci ama infinitamente.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.






