Essere missionari in Ciad: Come? Quale dono? Perché?
All'inizio di questo mese missionario, condividiamo una lettera - riflessione di p. Carlo Salvadori, sx che ci scrive da Bongor, in Ciad.
Carissimi amici, percorrere le campagne di Bongor e vedere gli steli di sorgo carichi di chicchi, alti e rossi dà un senso di gioia mista a gratitudine. (...)
Io sto preparando l’incontro di formazione per i catechisti delle nostre 56 comunità. Sul foglio guida ho appuntato quattro domande che desidero condividere con voi:
1) Perché facciamo quello che facciamo?
Sono missionario, la mia vita è basata sulla parola di Dio. Il mio non è un lavoro perché non esiste il sindacato dei “predicatori”. All’età di 19 anni ho rinunciato alla carriera di geometra per abbracciare la vita religiosa. Dal 17 dicembre scorso mi trovo in Ciad e dal 1° luglio sono parroco di Bongor, una città di 120 mila abitanti, 56 comunità cristiane in un territorio grande e diversificato. Non so perché mi trovo qui, è un dono inaspettato. Mai avrei immaginato di essere riferimento per la vita di fede di migliaia di persone in un contesto così lontano da quello da cui provengo. E’ Dio che mi ha inviato e sono felice di “fare il missionario”. L’ultima pazzia che ho fatto la settimana scorsa è organizzare una preghiera di rosario e adorazione con benedizione di malati, mamme, bambini, oggetti per la preghiera. Per la prima volta hanno partecipato in 100 persone. Inoltre da giovedì a domenica ho organizzato un ritiro spirituale con 7 giovani che ha toccato il cuore. Ecco alcune testimonianze: “la parola di Dio, il tempo di meditazione, i canti di lode, l’adorazione: adesso posso dire che so come parlare a Dio”. “All’inizio credevo fosse un campo estivo, poi quando mi hanno detto di fare silenzio ho capito che era una cosa seria. Ho incontrato Cristo, mi sono avvicinata a lui e mi sento più matura”.
2) Quale è la missione di un missionario?
Il missionario vive ciò che dice. Non c’è un prima e un dopo nel missionario. Papa Francesco ha sintetizzato questa idea in una frase: IO SONO UNA MISSIONE. Questo è quello che credo. Per esempio quando vado in prigione non ho bisogno di un protocollo particolare né di lettere di raccomandazione, ci vado e basta. Porto con me una ventina di cristiani. Li carico sul pick up e entriamo con gioia perché siamo missione. Da circa due mesi abbiamo voluto raccogliere abiti per i prigionieri della nostra cappellania. Poi ho chiesto all’Imam di censire i suoi e ho consegnato la lista al grande Imam di Bongor che ora vestirà i suoi. Così senza suonare la tromba la parola “ero nudo e mi hai vestito” è condivisa anche dai musulmani.
3) Qual è il dono personale che ho ricevuto da Dio?
La follia. Un confratello dice che “se non son matti non li vogliamo” e penso che abbia ragione. Il nostro Fondatore difendeva i Maestri dei novizi (quelli che hanno l’incarico di formare i giovani missionari) di “cambiare l’indole del candidato” cioè il dono particolare che Dio ha dato ai ragazzi. La mia indole è l’amore per i poveri, il desiderio di assomigliare a Gesù povero, come Charles de Foucauld che per assomigliare a Lui ha abbandonato tutto ed è andato a vivere nel deserto dell’Algeria con il popolo Tuareg di cui ha creato il primo vocabolario Francese-tamahaq. Una vita persa alla ricerca di Dio, nell’amore di Dio.
4) Cosa vuol dire missione?
Qui a Bongor vuol dire tante cose. Primo è la comunità, siamo in 3, io Marco ed Elvis. Secondo essere parroco vuol dire occuparsi di 3 scuole, una elementare, un liceo ed una scuola agraria. Vuol dire avere a cuore la vita dei cristiani, cercare di essere giusti di non cedere alla tentazione della corruzione, ad approfittare del ruolo che si è ricevuto per superare gli altri. Vuol dire pensare ai poveri, non abbandonarli, penso specialmente ai giovani che qui non hanno futuro perché è stato loro rubato, penso ai prigionieri che da due settimane non hanno cibo e dipendono dalla generosità della direttrice. Penso ai malati dell’ospedale regionale che non hanno l’esenzione né gli esami più specifici né il pasto e che devono pagare perfino i guanti che l’infermiere utilizza per obscultarli. Penso alle mamme ed ai papà che devono iscrivere 10 figli (loro) a scuola e non sanno in che lingua piangere.
Missione vuol dire vivere di amore, lo stesso che si è ricevuto in famiglia e che per miracolo si moltiplica a dismisura attorno a noi.
Carissimi, vi mando come al solito qualche foto insieme ad un abbraccio grato per la vostra amicizia. P. Carlo,sx.

I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.






