[dal sito Missionarie Saveriane - scritto da Immaculée Badesire Zihalirwa] *
Immaculée Badesire Zihalirwa, congolese, vive da dodici anni la missione, prima in Camerun e ora in Ciad.
Sono contenta di essere missionaria in Ciad e ne ringrazio il Signore. Ho incontrato un popolo che non conoscevo, da cui mi sento amata.
Mi sento accolta da tutti: musulmani, animisti, cristiani…
Condivido con loro la mia fede in Gesù: è il più bel regalo che ho loro da offrire. Quando sono con loro, dimentico di essere congolese, mi sento in famiglia; posso andare ovunque, incontrare e lasciarmi incontrare.
Quando sono stata gravemente ammalata, oltre all’amore delle sorelle ho sperimentato quello della gente. Le donne del villaggio mi hanno condotta all’ospedale.
La gente mi dice: “Tu sei nostra sorella, nostra figlia, nostra amica”.
La difficoltà della lingua massa non mi impedisce di comunicare, né il clima caldo di restare. Mi dico: gli altri sopportano, sopporterò anch’io.
Quando sono partita per la prima volta, mi dicevo che la missione è incontrare delle persone e vivere con loro. Cammin facendo, ho capito che la missione è anzitutto amare il popolo che si incontra, anche prima di conoscerne la lingua, e far strada insieme. Lo chiamo “l’appuntamento del dare e del ricevere”.
Ringrazio il Signore di avermi fatto sperimentare presso un altro popolo che siamo davvero fratelli e sorelle, che il Vangelo ci rende tali e che posso continuare a vivere come sorella di tutti. Al contempo sperimento che la gente prende cura di me come di una sua sorella e questo mi fa sentire a mio agio. Mi dico: ecco la forza del Vangelo. Per il mio futuro non desidero altro che essere missionaria e cristiana secondo il cuore di Dio, in mezzo a questo popolo a cui il Signore mi ha mandato.
A un missionario o missionaria che parte per la prima volta consiglierei di amare, amare la missione, amare il popolo prima ancora di vivere con esso, di non avere pregiudizi. Quando si ama, si vince tutto: la gente si accorge di essere amata e a partire da ciò il Vangelo si radicherà e anche il missionario sarà contento.
Il mio popolo congolese, ancora sofferente, lo porto nella preghiera e nei sacrifici di ogni giorno.
Non l’ho lasciato orfano: altri sono presenti e s’impegnano perché trovi la vita. La mia mamma, anziana e ammalata, mi ha detto: “Prego per te, perché la tua missione sia feconda. Non mi lasci sola: i tuoi fratelli e sorelle si prendono cura di me. Va’ tranquilla e prega anche per me”. E anche i miei fratelli mi dicono: “Restiamo noi accanto alla mamma, tu continua la tua missione. Ti chiediamo solo di levare le mani in preghiera: allora noi saremo forti”.
I giovani che sono tra di noi vengono da vari paesi di tutti i continenti (Camerun, Indonesia, Messico, Burundi, Brasile, ecc) formando così una vera comunità internazionale.





