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La bellezza dei gesti semplici e poveri, ma concreti

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Giovedì 14 novembre. Alle 08:00 giungo alla chiesa di San Babila per il mio consueto impegno del sacramento del perdono e della celebrazione eucaristica. La chiesa è appena stata aperta ad accogliere i pendolari che, recandosi al lavoro, amano sostare un momento in preghiera; alcuni di loro parteciperanno alla messa delle ore 08:30. Il piazzale della chiesa, che durante il giorno sarà attraversato da migliaia di viandanti,
è ancora deserto.

La scena che ho davanti agli occhi mi commuove.

La Signora povera che ogni giorno vedo chiedere l’elemosina seduta su un cartone, con la schiena appoggiata alla parete dell’ingresso della chiesa, sta in piedi nel piazzale antistante la chiesa con una ruvida scopa in mano. Raccoglie i mozziconi di sigaretta di cui i passanti si sono liberati buttandoli sulla ciottolata. Fumo per aria e mozziconi per terra che si conficcano nelle fessure tra un ciottolo e l’altro.

La Signora non si accorge della mia presenza, ma continua a estrarre mozziconi, a raccoglierli e a deporli nel cassonetto. Il suo vestito dai vari colori è ameno. Nella mia mente balza il confronto tra la calma della Signora povera che pulisce il selciato e la neutra disinvoltura dei passanti, impiegati in giacca e cravatta che s’affrettano agli uffici e alle boutique che costellano Piazza San Babila e l’area circostante. Vedevo quotidianamente la Signora povera, seduta a chiedere l’elemosina, ma non l’avevo
mai vista a compiere l’atto liturgico della pulizia del piazzale, perché questo lo svolge prima che venga aperta la chiesa, mentre io sono ancora in viaggio.

Infine mi sono accostato alla Signora povera che aveva pulito il piazzale e le ho detto Grazie! “Buona giornata, Padre!”. Non mi ha chiamato con un generico signore, oppure compagno, benché quello fosse il primo incontro personale. M’ha chiamato: “Padre”.

Secondo il rito ambrosiano al tramonto del sole di oggi, sabato 16 novembre, finisce
l’anno liturgico vecchio ed inizia l’annoliturgico nuovo. Secondo il rito romano, la data
dell’anno che si completa e di quello che nasce sarà il tramonto del sole di sabato 30
novembre. Il non conoscere e il non rispettare la fine e l’inizio che continuamente ritmano il viaggio della vita rende tutto generico, monotono.

E’ una tendenza pericolosissima della cultura odierna.

Il progresso che ci siamo costruiti abolisce il tempo. L’industria abolisce l’artigianato. Lo stesso prodotto è dato in contemporanea ovunque e in ogni stagione, sempre uguale, ossia senza i connotati del tempo e del luogo. Il vocabolo compagno, forgiato per indicare i viandanti che sostano a mangiare il pane insieme, appunto i com-
pagni, è usato a sproposito per dire il commilitone di partito e anche per dire lo
sposo o la sposa, riducendo la sponsalità a un capitare assieme attorno a una tavola per mangiare il pane comperato in un negozio, finché ce n’è.

Come riempie di tristezza il chiamare fidanzatino un adolescente tredicenne! Non ha potuto gustare il giocare il pallone con gli amici! E nemmeno a fare baruffe in casa tra fratelli e sorelle, con la madre e il padre che intervengono per far ricomporre la pace. Così i figli imparano che la pace la si può sempre ricomporre e i genitori imparano a essere genitori facendo i genitori. Altrimenti potrebbero fermarsi a perpetui
concorrenti di carriera nel lavoro. Nulla finisce e nulla incomincia. Tutto generico, tutto neutro!

Ho visto dove la Signora povera ripone la sua povera scopa quando ha finito di pulire il piazzale. E’ l’angoletto alla destra della facciata della chiesa, in una piccola rientranza che difficilmente i passanti notano.

Signora e Sorella povera, venuta da lontano: Grazie!

Padre Luciano!



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