Un giorno devi andare, Il Film
Abbandonata dal marito per aver perso un figlio e per non poterne più avere, Augusta lascia Trento e segue per mesi suor Franca, una missionaria amica della madre, sulla sua barca tra gli indios delle rive del Rio delle Amazzoni. In continua tensione e ricerca, si trasferisce poi in una favela di Manaus dove, vivendo con una famiglia, s’impegna nell’animazione dei bambini e nel procurare un lavoro agli uomini. Ancora in ricerca si allontana e dopo una forte esperienza interiore nella natura si sente pronta per la partenza.
Il film è il viaggio interiore di Augusta, che la morte del bimbo e l’abbandono da parte del marito hanno resa arida, sterile dentro, ma che attraverso nuove esperienze in una nuova realtà dall’altra parte del mondo ritrova senso e motivazione per ripartire.
Le tappe del percorso di Augusta sono narrate in tre diversi spazi:
- * il Rio delle Amazzoni che l’inquieta donna percorre senza sosta accanto all’amica missionaria, osservando con occhio attento e critico esperienze di diversi missionari;
- * una favela di Manaus dove Augusta s’immerge nella vita e nell’impegno;
- * una spiaggia deserta sulla quale la donna rigenerata trova nel bilancio e nel senso del suo passato lontano e recente la forza di “andare”.
C’è poi un quarto spazio lontano dove una madre, una nonna e una piccola comunità di suore seguono con gli affetti e la preghiera le sofferenze della loro cara.
Il montaggio salta tra Manaus e Trento, tra la montagna e la pianura, tra il freddo e il calore, ma è come se un legame invisibile sempre più si rinsaldasse a sostenere chi è in difficoltà. Se il primo momento è caratterizzato da un atteggiamento di fondo di ricerca soprattutto razionale, se l’attività di animazione di Augusta nelle strade di Manaus è fortemente sostenuta dal ritrovamento dell’amore materno e dal rapporto empatico con la gente, il momento finale è raccoglimento interiore e accoglienza del tutto.
Se il primo è fuga e ricerca e osservazione di un’esperienza di donazione e vita missionaria; se il secondo è soprattutto impegno nel concreto per riscattare situazioni di deprivazione e sfruttamento, il terzo è come una sintesi, cercata dentro, lasciata scavare e svelare dalla natura comunicante nel suo silenzio e nella violenza delle sue piogge e ad essa Augusta si concede.
Se un bambino perduto nel suo ventre l’aveva gettata nella disperazione e nella tragedia interiore, se un bimbo prima amato e poi venduto per fame le provoca un nuovo trauma di abbandono e di inutilità, proprio un bambino ancora le darà la gioia di una vita di nuovo da giocare.
Il finale del film ci racconta solo la decisione e la partenza, il fiume è immenso, il cielo lo è ancora di più, ma lì dentro Augusta ha ormai deciso di essere. Piccola è quella barca che fende le onde, piccolissima ancor più se guardata dall’alto delle nubi, ma è l’infinito che chiama a rivivere una donna che ha ritrovato se stessa.
Quale scelta ha fatto? Come vivrà il suo futuro? Dove ha deciso di andare?
Non lo sappiamo, ma l’esperienza da lei passata, e che anche noi abbiamo condiviso, ci portano a pensare ad un futuro d’impegno e solidarietà.
Il regista
Giorgio Diritti, regista, sceneggiatore e montatore, è nato a Bologna nel 1959 ed è cresciuto alla scuola di registi come Federico Fellini, Pupi Avati e Ermanno Olmi; dopo alcuni documentari e corti arriva all’attenzione di pubblico e critica con Il vento fa il suo giro (2005) nel quale narra le reazioni di una comunità occitana di montagna messa in crisi dall’insediamento di un nuovo residente venuto da fuori, e con L’uomo che verrà (2009), nel quale la guerra e la strage di Marzabotto sono viste attraverso gli occhi di una bambina. Con queste due opere ha vinto numerosi premi nazionali ed ha ottenuto riconoscimenti in diversi festival stranieri.







