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A quattordici anni dal sequestro e assassinio dei sette monaci cistercensi in Algeria (21 maggio 1996) si riaccendono le luci su Tibhirine, grazie al film Des hommes e des dieux che dall’8 settembre scorso riempie le sale cinematografiche in Francia e dal 22 ottobre anche in Italia (con il titolo Uomini di Dio).

Come mai uomini così semplici e disarmati, perduti nell’Atlante algerino, riescono ad emozionare milioni di persone, molto oltre i confini dell’appartenenza religiosa?

Dalle gole sgozzate dei sette monaci sembra salire un canto d’amore, di giustizia e di pace, che provoca imbarazzo sia nella società sia nella Chiesa. Nella società: la Francia non sa come spiegare, davanti ad un’accoglienza tanto entusiasta, prese di posizione controverse quali la proibizione del velo e l’espulsione dei rom, tali da contraddire la libertà religiosa e la fraternità iscritte nella sua Costituzione. Nella Chiesa: la testimonianza così luminosa e feconda di questi sette monaci è un invito a continuare il cammino del dialogo e dell’incontro tra le religioni, nonostante le perplessità sollevate da tanti episodi di persecuzione e violenza nei confronti dei cristiani nei paesi islamici.

Di fronte all’abisso di odio e di violenza in cui si stava intrappolando la società algerina, come spiegare l’amore viscerale per la terra e gli abitanti dell’Algeria di questi sette trappisti, che, avendo la possibilità di lasciare il monastero, sono rimasti fino alla morte con “l’altro”, con i fratelli e le sorelle musulmani, soprattutto con i poveri e i malati?

La spiegazione sta forse, anzi senz’altro, nelle parole che il padre Christian, superiore della comunità, aveva pensato di inviare il 28 ottobre 1993 a Sayah Attiya, capo del Gruppo islamico armato (Gia), che la vigilia di Natale di quello stesso anno avrebbe “visitato” il monastero: “Fratello, mi permetta di rivolgermi a lei, da uomo a uomo, da credente a credente […]. Nel conflitto attuale che sta vivendo il paese, ci pare impossibile prendere partito. La nostra condizione di stranieri ce lo proibisce. Il nostro stato di monaci ci vincola alla scelta di Dio su di noi, che è quella di una vita di preghiera e di semplicità, di lavoro manuale, di accoglienza e di condivisione con tutti, specialmente con i più poveri […]. Queste ragioni di vita costituiscono una scelta libera di ciascuno di noi. Ci impegnano fino alla morte. Non penso che sia volontà di Dio che questa morte ci venga da voi […]. Se un giorno gli algerini riterranno che siamo di troppo, rispetteremo il loro desiderio di vederci partire. Certamente con grande dolore.

So che continueremo ad amare tutti e fra questi anche lei. Quando e come questo messaggio le arriverà? Poco importa. Sentivo il bisogno di scriverlo oggi. E l’Unico di ogni vita ci guidi. Amen”.

Da Tibhirine soffia uno spirito nuovo. Quando la grande onda d’emozione sollevata dal film Uomini di Dio passerà, le comunità cristiane – che non vivono solo di emozioni – dovranno riprendere il messaggio del monastero dell’Atlante e interrogarsi sul senso della missione della Chiesa tra le diverse religioni e culture. Se “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”, come dice Paolo, una certa missione dovranno pure avere anche le altre religioni. Se più scontata sembra la risposta positiva per la religione ebraica, più imbarazzante risulta il discernimento sul posto dell’islam nel disegno di Dio.

Allora in che consiste la missione della Chiesa? Una risposta ci viene anche da Tibhirine!



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