SPEZZARE L’INIMICIZIA ALLA RADICE
Il dossier presenta il Martirio come punta suprema della lotta anti-idolatrica, là dove si sconfigge l’idolo, svelandolo e distruggendolo alla radice, nella propria persona. Per questo il dossier mostra l’inscindibile rapporto tra preghiera, martirio e pace.
Riflettere sulla preghiera cristiana significa collocarsi al cuore della storia, là dove si misura la signoria di Dio e la seduzione degli idoli.
C’è come una continuità tra il combattimento che avviene nella cella del cuore di ciascuno e i grandi conflitti della storia. Non ci sono due tempi. L’obbedienza al Dio dei viventi o l’adesione a idoli morti, che “sono principio e causa di ogni male” maturano nella coscienza di ciascuno e si rendono visibili là dove la violenza sembra senza fine.
Come è stato detto,”il monaco (io direi, il cristiano) non può mai abdicare alla milizia incessante per l’amore verso il fratello, tanto più se pensa che nel suo cuore possono aggravarsi o attenuarsi le contese e i contrasti che lacerano il mondo intero a seconda della soluzione che si dà al piccolo conflitto domestico... I grandi conflitti che travagliano l’intero pianeta si riflettono ad ogni istante nella mia coscienza che può essere divisa dal fratello nella mia stessa piccola comunità; e mi impongono una continua risposta positiva, un continuo superamento del mio egoismo che non vuole morire e che pure sa ormai molto bene che in questa estrema frontiera interiore si gioca la riuscita e il fallimento della mia vita avanti a Cristo e si gioca a un tempo il mio reale contributo positivo o negativo alla salvezza storica del mondo”.
Già i padri del deserto percepivano questo nesso tra vita interiore e testimonianza di pace ai fratelli. Dice Antonio: “È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagnamo; se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo” scrive P. Poemen. “Non è possibile avere amore più grande di questo, che qualcuno ponga la sua anima per il suo prossimo; e se qualcuno sente una parola cattiva che lo affligge e pur potendo rispondere con una parola simile, lotta per non dirla; oppure, se trattato con arroganza, sopporta e non ricambia, questi pone l’anima sua per il suo prossimo”.
Se la preghiera è l’esperienza della comunione con Dio e di Dio che è comunione, essa ha la misura nella pace che viene dall’alto, capace di trasfigurare la vita di tutti e di ciascuno ed ha il caro prezzo di una consegna fino alla morte, perché l’inimicizia sia spezzata alla radice.
Per questo non è improprio riflettere sull’inscindibile rapporto tra preghiera, martirio e pace.
Lo impongono oggi le orme di Dio presenti nel martirio di cristiani, monaci, vescovi, che generati dalla preghiera, hanno dilatato la carità. Ce lo chiede la fedeltà alla nostra vocazione cristiana e al nostro battesimo, che ci introduce a una comprensione più grande della Parola di Dio e un discernimento effettivo dei segni dei tempi, per accogliere il tempo nuovo che viene, senza catastrofismi e senza ingenui ottimismi.







