PERCHÉ NON VOGLIAMO DIGHE NÉ MINIERE
Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). È a partire da questo progetto di vita piena, offertoci da Gesù, che vorrei condividere alcune riflessioni su quello che, da qualche tempo, preoccupa di più le nostre comunità cristiane.
Quanto scrivo è la sintesi di un messaggio inviato, come diocesi del Quiché [Guatemala], a tutte le nostre comunità. Sono riflessioni che esprimono la posizione della nostra Chiesa locale rispetto ai progetti di apertura di nuove miniere e di costruzione di nuove dighe per la produzione di energia elettrica.
Parto da alcune idee utili per inquadrare le dimensioni del problema e gli interessi economici che vi sono collegati; poi presenterò brevemente la cosmovisione delle comunità indigene, che giustifica il rifiuto e la resistenza nei confronti di questi megaprogetti.
Da alcuni anni i nostri paesi del Sud del mondo subiscono pressioni per entrare nel circuito degli interessi economici dei cosiddetti paesi super-sviluppati. Nel tempo della crisi, in cui ci troviamo, si è nuovamente sviluppata quella che anni fa fu definita la “febbre dell’oro”. Chi mi legge, potrà capire meglio quello che scrivo a partire dal proprio confronto quotidiano con la crisi economica imperante.
Una crisi che a tutti i costi si vuol far pagare ai più poveri, alle fasce più vulnerabili del pianeta.
In Guatemala, come in altri paesi del Sud, sono arrivate imprese transazionali che con malcelata prepotenza irrompono nelle comunità con i loro megaprogetti, che lacerano il tessuto sociale, provocando conflitti e divisioni, e provocano danni irreversibili all’ambiente, con gravi ricadute sulla salute delle stesse popolazioni.
L’attività mineraria cosiddetta “a cielo aperto” è ciò che più preoccupa la popolazione delle zone in cui queste compagnie cercano di stabilirsi. I progetti estrattivi vengono avviati senza un’informazione previa delle comunità coinvolte o manipolando la gente con ridicole offerte di cooperazione. Sono imprese soprattutto canadesi, che impongono l’apertura delle miniere con l’appoggio e l’approvazione del governo di turno e delle amministrazioni comunali.
Chi si oppone viene facilmente etichettato come “nemico del progresso” e oggetto di un’indagine giudiziaria.
In alcune zone del Guatemala si è perfino giunti a scontri violenti con le forze dell’ordine e diverse persone hanno perso la vita. E questo preoccupa molto le nostre comunità, in cui è ancora viva la memoria della politica repressiva che causò centinaia di massacri e tanto dolore durante gli oltre trent’anni di guerra civile. Lo stesso si può dire della costruzione di dighe idroelettriche. Con una ricaduta positiva quasi nulla sull’economia e sulla vita delle comunità, neppure in termini di accesso all’energia elettrica, in alcuni casi la costruzione della diga provoca l’esproprio delle terre degli abitanti, senza che sia loro garantita una sistemazione dignitosa in altre aree. Le terre più produttive sono state da tempo accapparate da un grupo ristretto di latifondisti.
Le comunità, da sempre escluse dallo sviluppo, non si fidano più dei discorsi che mirano a convincerle dei grandi benefici che queste attività offrirebbero.
Attualmente il Guatemala ricava dalle attività minerarie un miserabile 3% del Prodotto interno lordo (Pil). Il bene comune è totalmente assente dall’orizzonte. Di questo le popolazioni sono ben conscienti. Ma per capire meglio la questione, bisogna entrare nella cosmovisione della “madre terra”, soprattutto fra le comunità indigene, che provoca il rifiuto delle attività estrattive.
Gli indigeni, secondo una concezione ancestrale, ereditata dagli antenati, non si ritengono proprietari della terra, ma suoi provvisori abitanti, in quanto discendenti dei popoli originari. Essi possiedono la terra e le sue risorse naturali non per un diritto legale, ma perché sono nati nelle sue viscere, e durante molti secoli l’hanno protetta, e oggi la coltivano e da essa sono alimentati: è la cultura della “madre terra”.
La terra cioè come dono di Dio, “centro del cielo e centro della terra”, Corazón del Cielo y Corazón de la Tierra, come titola un documentario sulla cosmovisione maya e la distruzione della natura.







