PER UNA VISIONE “CATTOLICA”
Durante i tre Sinodi ai quali ho partecipato, mi sono sempre commosso al vedere tanti confratelli nell’episcopato, provenienti da culture e paesi così diversi, professare tutti insieme l’unica fede in Gesù Cristo, il Signore. La stessa commozione provo nelle celebrazioni e udienze in piazza San Pietro, dove la cattolicità della Chiesa diventa visibile e tangibile sottolineando la verità espressa nelle parole dell’apostolo Paolo:
“Noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi” (1Cor 12,13).
Questa cattolicità fa parte del Dna della Chiesa, che è sempre in tensione missionaria verso ogni persona che riceve da Cristo la sua vera luce. Per questo, fin dai suoi albori la comunità cristiana non si è identificata con i confini della Terra promessa, ma è andata oltre, lasciandosi guidare dal soffio dello Spirito Santo. La storia bimillenaria del cristianesimo ci insegna che la Chiesa, quando si è rinchiusa nella gabbia dorata della simbiosi con lo Stato, è diventata una prigione deleteria per la sua missione evangelizzatrice. Riscoprendo le sue coordinate “geologiche” all’interno dell’umanità, riconoscendo che le appartengono “le gioie e le speranza, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” (Gaudium et spes 1), la Chiesa è emersa dal Concilio Vaticano II come “esperta di umanità” (Paolo VI), voce profetica nel mondo per la costruzione di una civiltà dell’amore.
Come cristiani abbiamo dunque una cittadinanza comune saldata da un legame che sorpassa quello del suolo e del sangue (ius soli, ius sanguinis), perché in virtù del battesimo siamo stati generati da Dio (cf. Gv 1,13). Siamo portatori di una visione del mondo che non si ferma davanti ai confini nazionali, etnici, religiosi o sociali, ma contempla un’umanità redenta che è chiamata a formare un solo corpo in Cristo. Noi proponiamo Cristo agli altri non solo con le parole ma anche attraverso lo stile con cui testimoniamo questa visione “cattolica”.
In un clima di “smembramenti”, di “–exit” nel seno dell’Ue, di guerra al terrorismo, di crescente sentimento nazionalista, di sospetto diffuso nei confronti dell’altro, siamo chiamati a guardare oltre le soluzioni miopi che portano a ricostruire muri di divisione tra le nazioni. Nell’era della globalizzazione, risuonano profetiche le parole di Benedetto XVI, che denunciavano i limiti del fenomeno: ci ha resi più prossimi, ma non fratelli (cf. Caritas in veritate 19).
Qualsiasi comunità è fragile se intessuta da legami dettati esclusivamente da interessi comuni, dalla convenienza di un con-vivere che non sfocia in una crescita graduale della comunione. Parafrasando l’analisi di Erich Fromm sull’amore tra due persone, possiamo dire che i nostri gruppi e comunità vivono sempre di più un égoïsme à deux. Ciò che vale per il micro-mondo delle relazioni interpersonali, vale anche per le strutture e organizzazioni regionali, nazionali, sovra-nazionali e internazionali.
Il mondo contemporaneo lancia una sfida al Popolo di Dio: testimoniare e animare la visione di una casa comune, della fraternità tra gli uomini, della ricerca sincera dello sviluppo di tutta la persona e di tutte le persone, di tutta la nazione e di tutte le nazioni. Abbiamo bisogno di persone che sappiano indicare agli uomini e alle donne del nostro tempo la via verso la crescita di un nuovo umanesimo che purifichi, consolidi, riformi le strutture e organizzazioni che sono a servizio del bene comune e della pace fra tutti i popoli della terra.
La Chiesa come tale porta avanti la politica del Vangelo che non significa entrare nei dibattiti politici di destra o di sinistra, su quale sia la via migliore per una nazione particolare, bensì illuminare le coscienze con la sua visione “cattolica” del mondo. Essa, come ricordava papa Montini, “vivente com’è nella storia… deve scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce del Vangelo” (Populorum progressio 13). La fedeltà al mandato universale del Signore Risorto la porta a non rassegnarsi e a fare appello alla bontà presente in ogni uomo e donna, creature del Dio buono, convinta che “non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori” (Laudato si’ 205).
Pensare a tutto ciò, ogni volta che professiamo il Credo nella liturgia domenicale, ci aiuta a vivere la nostra fede come “persone-anfore” (cf. Evagelii gaudium 86) capaci di dissetare l’umanità che cerca di restare unita in un’epoca di drammatiche lacerazioni e solitudini.







