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Paolo VI, il papa dell'evangelizzazione

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Il 6 agosto 1969, a pochi giorni dal viaggio in Uganda, Paolo VI si rivolgeva ai fedeli convenuti a Castel Gandolfo facendo un bilancio della sua visita in terra africana. Delle tre idee che il viaggio aveva fatto brillare al suo spirito il Papa poneva in primo piano la necessità della missione.

Per illustrarla prendeva avvio da una domanda: “Come si diffonderebbe il Vangelo, se non vi fossero le missioni?”. La risposta orientava al dinamismo della comunicazione della fede, ossia al rapporto interpersonale. A differenza di quanto avviene nella diffusione delle idee, “la fede deve essere portata […] da persona a persona. […] È necessario il missionario, cioè l’uomo mandato dall’autorità apostolica della Chiesa, affinché il messaggio divino giunga a destinazione, […] al cuore degli uomini. È stato detto, con paradossale efficacia: Dio ha bisogno dell’uomo. Cioè: affinché il mistero d’amore e di salvezza da parte di Dio si diffonda nel mondo è necessario il ministero d’amore e di sacrificio dell’uomo che accetta l’incarico, il rischio, l’onore di comunicare questo mistero agli altri uomini, i quali per ciò prendono la figura di fratelli. Quell’uomo indispensabile è il missionario.

La carità di Dio mette in esercizio la carità dell’uomo per svolgere il suo piano storico e sociale nel mondo”.

DALLA CARITÀ DI DIO LA NECESSITÀ DELLA MISSIONE

In questa citazione è riassunta la visione della missione di Papa Montini. Benché non citi 2 Cor 5,14 (“La carità di Cristo ci spinge”) e invece 1 Cor 9,16 (“Una necessità incombe su di me! E guai a me se io non annunciassi il Vangelo”), fa chiaramente intendere che la missione viene dal Vangelo, che è annuncio della carità che ha raggiunto le persone. Ci si potrebbe domandare perché il Papa bresciano ponga l’accento sulla necessità della missione.

Per capirlo ci si deve riferire a un contesto teologico che cominciava a far capolino: stava diffondendosi l’idea che, siccome Dio vuole che tutti siano salvi (cfr. 1Tm 2,4), la necessità della missione non fosse cogente. Tale idea risentiva della tradizionale concezione della missione, secondo la quale questa era finalizzata alla salvezza delle anime. Paolo VI, pur non negando questa prospettiva, spostava l’accento sull’origine della missione, appunto la carità di Dio manifestatasi in Gesù che pervade il cuore dei cristiani.

Proponendo questa visione si poneva in sintonia con il Vaticano II, in particolare con il decreto sull’attività missionaria Ad gentes (AG) 1. 6, nel quale si fa derivare la natura missionaria della Chiesa dalla missione del Figlio e dello Spirito, e ciò in corrispondenza con la descrizione dell’origine della Chiesa dalla Trinità, secondo Lumen gentium (LG) 2-4.

DALLE MISSIONI ALLA MISSIONE

All’origine di tale impostazione stava la richiesta di un gran numero di Padri durante la discussione conciliare sullo schema missionario, conclusasi il 9 novembre 1964 con un voto che rinviava il testo alla commissione: l’attività missionaria della Chiesa avrebbe dovuto essere teologicamente fondata, e cioè le “missioni” avrebbero dovuto essere comprese a partire dalla “missione” della Chiesa, e quindi lo schema avrebbe dovuto essere armonizzato con l’ecclesiologia della LG. Nel decreto ci si preoccupò pertanto di fondare la missione della Chiesa nel disegno di Dio, il quale trae origine dall’amore fontale (termine mutuato da Dionigi, Tommaso e Bonaventura), inteso come amore del Padre, dal quale, Principio senza principio, procedono il Figlio e lo Spirito.

Lo svolgimento del pensiero segue poi la successione economico-salvifica come abitualmente è intesa nella teologia latina: il Padre manda il Figlio, il Figlio manda lo Spirito. Appare così chiaro il nesso tra missione e Trinità economica, oltre che il nesso tra natura della Chiesa e missione. In tal senso si può convenire con Y. Congar quando scrive: “La teologia che fonda l’attività missionaria non è teologica solo nel senso generale […], per il fatto che si tratterebbe di un discorso i cui principi o postulati vengono dalla fede. È teologica per il suo contenuto, nel senso più forte di un discorso su Dio, e perfino nel senso preciso in cui i Padri greci, i Cappadoci soprattutto, distinguono la ‘teologia’ (Dio in se stesso, Trino e uno, e la creazione) dalla ‘economia’ (la disposizione di grazia, soprattutto l’incarnazione)”.

Certo, si potrebbe osservare che nella prosecuzione il decreto non sempre ha tenuto conto di questa impostazione: va messo in conto che vi erano problemi concreti da affrontare e sarebbe stato necessario molto più tempo ai Padri conciliari per risolverli in coerenza con le affermazioni teologiche iniziali.

Resta tuttavia innegabile che AG giustifica la natura missionaria della Chiesa con il fatto che essa deriva dalle missioni divine, espressione dell’amore del Padre: ciò lascia intendere che la Chiesa è posta nel mondo come esito della comunicazione di Dio e con il compito di lasciar trasparire tale comunicazione (cfr. n. 2). La Chiesa si colloca così sulla linea dell’azione di Dio che incomincia con la creazione e con la chiamata a partecipare alla sua vita. L’obiettivo di tale comunicazione è far sì che tutte le cose siano pervase dalla realtà stessa di Dio, in una specie di anticipo di quando Dio sarà tutto in tutte le cose (cfr. 1 Cor 15,28).

La comunicazione si realizza poi non raggiungendo gli uomini solo singolarmente, ma costituendo un popolo. È questo in ultima analisi lo scopo dell’attività missionaria.

LO SPIRITO, IL PRINCIPIO MOTORE

La missione della Chiesa si pone pertanto in continuità con la missione del Figlio e dello Spirito; e non semplicemente in forza di un comando che Cristo avrebbe dato (benché questo non possa essere preterito, come richiama EN 15), ma per una necessità intrinseca della stessa: quel che Cristo ha attuato non è solo per qualcuno, ma per tutti e quindi deve essere reso disponibile a tutti. Così il contenuto della missione della Chiesa è il medesimo di quella del Figlio: la riconciliazione e l’unificazione di tutto, come scrive AG 3.

Il principio motore della missione è poi lo Spirito che Cristo ha donato a Pentecoste, che nel decreto sull’attività missionaria viene presentata come il momento della manifestazione pubblica della Chiesa, l’inizio della diffusione del Vangelo, il superamento della dispersione di Babele (cfr. AG 4). La vita della Chiesa, grazie allo Spirito, prende così avvio in modo parallelo a quella di Cristo, di cui essa è il prolungamento (cfr. EN 15). Coerentemente, la missione non può che essere connaturata alla Chiesa: esito della carità di Dio, la Chiesa è nel mondo per comunicare a tutti la medesima carità; e non solo con l’annuncio, ma anche, e soprattutto, con la testimonianza di vita.

La missione è pertanto, come diceva Paolo VI, esercizio della carità.


IL RISCATTO TEOLOGICO DELLA MISSIONE

Paolo VI lo mostrerà con particolare enfasi nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (EN), dell’8 dicembre 1975, che concluderà il tormentato Sinodo del 1974 sulla “Evangelizzazione nel mondo contemporaneo”. Qui, descrivendo il dinamismo della evangelizzazione, il Papa, oltre che descrivere questa come testimonianza, in forma semplice, del fatto che “nel suo Figlio Dio ha amato il mondo” (n. 26), ne presenta lo scopo: far aderire le persone alla Chiesa e renderle quindi protagoniste della medesima evangelizzazione (cfr. nn. 23-24).

In tale descrizione, coerentemente con la visione di AG, la Chiesa appare come l’esito del disegno di Dio di rendere gli uomini partecipi della sua vita e della sua gloria. Con ragione J. Masson, uno dei più autorevoli missiologi della seconda metà del secolo scorso, poteva osservare che tra le “missioni del Figlio e dello Spirito e l’attività missionaria della Chiesa [meglio sarebbe dire ‘la missione’] vi è, come ha detto un giorno Paolo VI, una analogia, ‘una stretta analogia’. Essa non verte su una similitudine nelle stesse persone inviate, ma piuttosto sul movimento in se stesso, sull’estensione della carità al di là di se stessa; questa estensione è non solo il movente essenziale e l’obiettivo delle missioni divine ad extra, ma deve costituire anche il movente e l’obiettivo di tutti gli invii ulteriori, sia che si tratti della Chiesa nel suo insieme, sia del singolo missionario”.



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