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La qualifica di ”missionario delle genti” o “apostolo dei gentili” viene attribuita a Paolo sulla base di quanto egli stesso dice in Gal 2,7-8. Ma è una semplificazione, visto che Atti ci parla anche del battesimo del centurione romano Cornelio ad opera di Pietro, senza contare i cristiani che predicano il Vangelo ai greci, ad Antiochia. In ogni caso, è beneinterpretare questa qualifica non solamente in relazione alle realizzazioni storiche dell’apostolo, ma anche ad una grazia speciale, che già la prima comunità gli riconosce, e che è all’origine di quelle realizzazioni.

Possiamo distinguere due aspetti: la luce particolare che Paolo ha ricevuto sull’universalità della salvezza, e le modalità concrete attraverso le quali egli offre tale opportunità nei contesti più disparati. Oltre a questo, è bene anche rendersi conto della varietà dei luoghi e dei popoli in cui Paolo predica il Vangelo.

LA NUOVA VISIONE DELL’UNIVERSALITÀ DELLA SALVEZZA

Il Vangelo di Matteo parla di farisei che girano il mondo per fare un solo proselito (Mt 23,15). Al tempo di Gesù il giudaismo era missionario?

Sembra che questa domanda debba ricevere una risposta articolata. Da una parte Israele accoglie con gioia tutti coloro (giudei e gentili) che salgono al Tempio di Gerusalemme per prostrarsi davanti al Signore e offrire a lui voti e sacrifici. Questa salita dei popoli a Gerusalemme, preconizzata dai profeti, realizza il piano di Dio sull’umanità attraverso il popolo eletto, che ne diviene sacerdote, fonte di benedizione universale. D’altra parte, non si vede quel proselitismo aggressivo che mira a convincere i pagani a farsi giudei. I non giudei che frequentano le sinagoghe della diaspora sono attratti dalla fede e dalla sapienza di Israele; possono anche ammirarle e accettarle; ma difficilmente si fanno circoncidere e si adattano ad osservare i precetti della legge.

Per altro la differenza razziale è uno degli aspetti qualificanti dell’identità giudaica (Dio sceglie Israele totalmente, fin dal grembo di sua madre; per essere secondo il piano di Dio la fede di Israele ha bisogno del supporto della sua differenza etnica). Israele quindi non vuole correre il rischio di non trovare più se stesso, per essersi mescolato con le nazioni. Qui si comincia a vedere la forza dirompente di quanto Stefano e i cristiani con lui dicono del rapporto di Gesù con il Tempio econ le leggi di Mosé (At 6,11-14). Affermare che queste mediazioni non sono più importanti come prima, di fatto cambia la funzione di Israele in un disegno di Dio cosìconcepito. Tutte le sue funzioni si raccolgono nella figura di Gesù, al quale i giudei stessi sono invitati a credere, se vogliono entrare nella vita in pienezza.

È logico che Paolo, zelante fariseo, si scagli contro tale dottrina, fino al momento della conversione.

Là capisce che il rapporto che Cristo crea con l’uomo attraverso il suo Spirito è più profondo di tutte le appartenenze culturali; ed è gratuito, incondizionato; basta solo accettare il suo amore. Questa è la luce che Paolo riceve e condivide, nella comunità e con coloro che incontra, senza distinzione: se si guarda ai testi del Nuovo Testamento, Paolo potrebbe essere chiamato anche “apostolo dei giudei”,e a ragione, perché continuamente propone il Vangelo prima ai giudei e poi ai pagani, convertendo sia questi che quelli.

LE MODALITÀ DELLA MISSIONE AI GENTILI

Anche rispetto a questo punto occorre distinguere due aspetti: i contenuti dell’annuncio e le concrete esperienze relazionali nelle quali questi contenuti sono trasmessi.

Per quanto riguarda il messaggio, o meglio, sulla base di quanto si può recuperare dei discorsi fatti da Paolo, mediati dal libro degli Atti, vediamo che l’apostolo anzi tutto presenta un Dio vivo, soggetto del rapporto con gli uomini, creatore di tutte le cose e benefattore di tutti i popoli attraverso la natura e le stagioni ricche di frutti. Non solo, Paolo presenta Dio che conduce la storia, distinguendo tempi e spazi, così da suscitare in tutti una ricerca e una attesa, che la venuta di Cristo viene a compiere. Se si mette questa teologia a confronto con quanto egli dice ai giudei nella sinagoga di Antiochia di Pisidia (At 13,16-41), si vede la loro profonda somiglianza: lo stesso senso dell’azione divina che è prima rispetto a tutto quanto l’uomo può fare; lo stesso senso del suo disegno sulla storia, predisposto in funzione di Cristo; lo stesso annuncio della sua venuta, della sua risurrezione che lo costituisce Signore; la proposta della stessa risposta di fede, che salva dal giudizio imminente.

Paolo inquadra l’evento Cristo in una teologia, che alla fine dipende da questo evento stesso.

Per quanto riguarda i gentili, egli deve superare la visione delle religioni locali, peraltro aperte ad un intervento degli dèi nella storia, dove però le divinità sono ad immagine dell’uomo. Per quanto riguarda i giudei, deve mostrare loro che la storia della salvezza è ancora aperta: l’osservanza della legge e la liturgia del Tempio indicano l’attesa di un compimento, non il compimento dell’attesa. In questa modalità dell’annuncio trovano ampio spazio i miracoli come segnali dell’azione divina: miracolichein parte attirano l’attenzione, ma che per la maggior partesono segreti, ancorché molto più straordinari (la fede nei cuori). Essi, a loro volta, come realizzazione della signoria di Cristo, prolungano nella storia, o meglio, fanno entrare la storia nell’evento della sua risurrezione, così che si crea come un effetto a valanga, avviato dall’annuncio, visibile nelle comunità che nascono e nella loro vita.

UN CARISMA SPECIALE

Per quanto riguarda le concrete esperienze relazionali nelle quali l’annuncio viene fatto, si può dire che Paolo ha un carisma speciale che lo rende capace di sfruttare tutte le occasioni, sia quelle più consuete e istituzionali, sia quelle più inusuali. Purtroppo, per quanto riguarda il contesto siamo lasciati alla nostra immaginazione: nelle città occidentali è molto difficile che si parli di religione nei luoghi di incontro, nelle fabbriche o negli uffici, nei supermercati. Paolo, se provasse a parlare di Cristo in una stazione, probabilmente verrebbe allontanato subito dalla polizia, in mezzo all’indifferenza, o all’insofferenza generale. Invece dobbiamo supporre che nelle città greche i discorsi religiosi fossero pane quotidiano, uno tra gli argomenti non solo possibili ma anche frequenti delle conversazioni della gente comune, in un mix di mistico e di straordinario.

Quello che contraddistingue Paolo in questo contesto è la prontezza della parola, e l’immediatezza con cui il nome di Cristo fiorisce sulla sua bocca.

Poi le diverse situazioni si lasciano intuire da sé: la sinagoga come punto di partenza pubblico; la bottega in cui lavora come continua, ricorrente possibilità a livello privato; la scuola di Tiranno ad Efeso (At 19,9-10), in cui sembra stipendiato come conferenziere; eventuali processi in cui deve spiegare le sue ragioni; fino al dialogo con il carceriere di Filippi, in una situazione di certo straordinaria (At 16,22-40). Ma è qui che si viene interrogati fin nel più profondo: se si deve credere al racconto lucano, Paolo e Sila, dopo essere stati battuti con le verghe contro ogni procedura legale, ed essere stati gettati in ceppi in fondo alla prigione, verso mezzanotte hanno ancora la forza di cantare inni.

Che cosa li anima? Queste cose si possono solo intuire a livello personale, lasciando che la vita di Paolo parli al cuore.

LA GEOGRAFIA MISSIONARIA DI PAOLO

E di nuovo, solo in questo senso si riesce a capire un altro aspetto della sua missione ai gentili: i luoghi dove ha predicato. Quanti e quali sono? Noi neconosciamo alcuni,ma alcuni brevi accenni in Atti e nelle Lettere ci fanno pensare che Paolo abbia portato il Vangelo anche in molte altre regioni: con difficoltà di lingua e cultura che possiamo immaginare. Basti pensare ai Nabatei, ai Galati, o all’Illiria.

È difficile spiegare la passione che lo anima, il desiderio di farsi prossimo di chiunque incontri, di conoscere, fare proprio il suo mondo, per parlargli di Cristo. Non rimane che cercare di intuire.



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