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Nella Giornata mondiale dell’ambiente papa Francesco, durante l’udienza generale di mercoledì 5 giugno, ha lanciato un forte grido d’allarme contro la “cultura dello spreco e dello scarto”, che “tende a diventare mentalità comune che contagia tutti”. Per papa Bergoglio, non si deve soltanto eliminare lo spreco, ma smascherare la vernice di razionalità di questa cultura, che sacrifica uomini e donne “agli idoli del profitto e del consumo”. Siamo di fronte ad un grave pericolo, continua il pontefice, perché non si tratta di un pensiero superficiale: “Non è solo una questione di economia, ma di etica e di antropologia”.

Purtroppo abbiamo a che fare con una visione comune: “Se una notte di inverno, qui vicino in via Ottaviano, per esempio, muore una persona, quella non è notizia. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città, costituisce una tragedia. Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti”.

Sono riflessioni che non rimandano soltanto alla dottrina sociale della Chiesa, ma evocano quella “fine del mondo”, l’America latina, dove papa Francesco ha sperimentato personalmente l’iniquità di un’economia senza cuore, diventata, come direbbe René Girard, un “sistema sacrificale” che condanna a morte non solo alcune persone, ma intere popolazioni, come “scarti necessari” immolati sull’altare del mercato globale.

“Quello che comanda oggi non è l’uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano”, ha detto il papa.

Insomma, la grammatica dell’economia è la borsa, non la vita umana. O la borsa o la vita. Come uscire dalla crisi? Nella sua denuncia della “cultura dello scarto”, il papa indica due via di uscita.

* La prima è il risveglio della nostra società civile dallo stato ipnotico in cui s’è ridotta, quotidianamente addomesticata dagli indici di borsa, spread, numeri, che bloccano qualsiasi iniziativa che domanda più partecipazione nelle scelte, più democrazia e cittadinanza. La questione è molto complessa, ma proprio per questo va affrontata e non soltanto subita, come se riguardasse un ambito metafisico, separato dalla vita civile, di competenza degli addetti ai lavori, i nuovi “sacerdoti” del mercato globale.

* La seconda via è l’ascolto del grido delle vittime, dei piccoli, degli esclusi, dei giovani senza lavoro, ecc., liberandoci dall’ipnosi dei nuovi parametri economici: “La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano”.

* La terza via, papa Bergoglio l’aveva già indicata all’inizio del suo pontificato, quando ha invitato la Chiesa – e i suoi pastori – a ripartire dalle “periferie”, dal basso e da fuori, dove sono confinati gli svantaggiati e i senza risorse. A queste “periferie” la Chiesa dovrebbe guardare di preferenza, per il suo stesso rinnovamento. Ma è un grido lanciato anche ai grandi della terra, perché abbandonino i teoremi e i dogmi di un’economia senza cuore, che ha condannato i poveri come surplus people (da scartare), invece di valorizzarli come nuovi soggetti capaci davvero di cambiare il mondo.

O la borsa o la vita. Quale grammatica cambierà il mondo?



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