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MOZAMBICO / UN’INDIPENDENZA DIFFICILE

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Nel 1960, quando ben 17 paesi africani ottengono l’indipendenza e si può a pieno diritto parlare di anno dell’Africa, il Mozambico, pur essendo geograficamente in Africa, non è Africa, ma Provincia d’Oltremare del Portogallo e parte integrante del territorio portoghese.

UN PROCESSO LUNGO E TARDIVO 

Il processo di decolonizzazione del paese è caratterizzato da tre aspetti che lo contraddistinguono in maniera sostanziale: è tardivo, lungo e sanguinoso. Sono necessari dieci anni di guerra di liberazione, cominciata nel 1964 e, soprattutto, la rivoluzione dei garofani del 1974 in Portogallo, che pone fine al regime fascista instaurato da Salazar nel 1933 e fa cadere l’ultimo baluardo del colonialismo europeo in Africa. È il 1975 quando il Mozambico proclama la sua indipendenza: un’eternità, se pensiamo al processo di decolonizzazione nel continente iniziato almeno venticinque anni prima.

Nel 1960, nelle aree rurali, dove risiede il 90 per cento della popolazione, sono ancora in vigore il lavoro forzato e l’obbligo di coltivazione del cotone: entrambi vengono aboliti l’anno successivo. In tutto il paese la popolazione subisce politiche e pratiche di discriminazione razziale: agli africani è concesso di studiare fino alla quarta elementare, è interdetto l’accesso ai luoghi pubblici, è proibita l’attività commerciale e lavori quali autista, elettricista e muratore. La situazione non è molto differente da quella dei vicini Rodesia e Sudafrica, dove vige il regime razzista dell’apartheid. I servizi segreti portoghesi reprimono con carcere e tortura il minimo fermento di cambiamento sociale.

Solo con l’indipendenza della vicina Tanzania, nel 1961, e con l’impulso del suo presidente Nyerere, si aprono prospettive nuove per quello che fino ad allora era il tiepido movimento indipendentista mozambicano.

LA NASCITA E L’AZIONE DEL FRELIMO

È in Tanzania, infatti, che nel 1962 nasce il Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico), guidato da Eduardo Mondlane, figura carismatica e padre nobile della nazione mozambicana. Mondlane è figlio di un capo tribù, cresce e si forma in una missione presbiteriana, riesce ad ottenere una borsa di studio in Sudafrica, a Lisbona e poi negli Stati Uniti; qui diventa professore universitario e funzionario delle Nazioni Unite. Chiamato in patria, ha tutte le carte in regola per unire le diverse anime dell’anticolonialismo: quella urbana-intellettuale e rural-contadina, quella delle etnie del nord e del sud, quella marxista e liberaldemocratica.

In questa prima fase, due sono i meriti principali del Frelimo. In primo luogo, il fatto di non avere declinato la lotta coloniale sul piano razziale: il Frelimo combatte non il popolo portoghese, ma il suo governo coloniale. A conferma di questo, c’è la presenza di bianchi e meticci nel movimento. In secondo luogo, il fatto di aver costruito una strategia diplomatica capace di tessere contatti e ricevere appoggio diplomatico, economico o militare dai soggetti più svariati: dall’Onu agli Stati Uniti, dai paesi scandinavi di tradizione socialdemocratica all’Algeria di Ben Bella (dove è addestrato il primo gruppo di militari del Frelimo), dalla Cina maoista (che addestra un secondo gruppo in Tanzania) all’Urss.

IL FATTORE GEOPOLITICO E L’EGEMONIA MARXISTA 

L’eterogeneità dei soggetti che sostengono inizialmente il Frelimo riflette la pluralità di identità interne al movimento. Tuttavia, la coesistenza pacifica è breve e il contesto globale della guerra fredda finisce per accelerare i conflitti interni che culminano con la morte di Mondlane, ucciso da un pacco bomba a Dar es Salaam il 3 febbraio 1969. 

In Mozambico, non ci sono ancora le condizioni per aprire un dibattito storiografico libero al fine di appurare se quel pacco bomba sia stato preparato dai servizi segreti portoghesi, come vuole la versione ufficiale, o dall’ala estremista del Frelimo. 

In ogni modo, la morte di Mondlane sancisce l’egemonia della componente marxista, guidata da Samora Machel. È lui, come primo presidente della Repubblica popolare del Mozambico, a proclamare “l’indipendenza totale e completa” del paese, il 25 giugno 1975.

Il Frelimo nasce come movimento anticoloniale e indipendentista. Il marxismo è semplicemente una delle differenti posizioni interne. Perché, alla fine, prevale? Al di là delle dinamiche interne, è necessario considerare la congiuntura globale dell’epoca, che vede il mondo diviso in due blocchi. Il Mozambico, confina a sud con il Sudafrica e a ovest con la Rodesia, stati razzisti di impostazione coloniale che appartengono ideologicamente al blocco capitalista. In questo senso, il fattore geopolitico gioca il suo peso e indirizza una presa di posizione opposta.

LA DIPENDENZA DAL PARTITO UNICO

Fin dai primi colloqui di pace con il governo portoghese, il Frelimo si impone come interlocutore unico e rappresentante legittimo del popolo mozambicano. In questo momento in cui si delinea la fisionomia del nuovo Stato post-coloniale, si gettano, quindi, già le basi per il monopartitismo. Nei mesi successivi all’indipendenza, galvanizzato dall’entusiasmo popolare, Samora Machel dichiara la nazionalizzazione delle terre, dell’educazione, della sanità, di varie imprese e banche. Se ne vanno tecnici specializzati, ingegneri, medici: in un solo anno, i portoghesi presenti nel paese passano da 200mila a 20mila, mentre il Pil scende dai 28 ai 23 milioni di dollari.

Le libertà agognate per secoli sono godute per un attimo e subito perdute: viene abolita qualsiasi forma di organizzazione e associazione che non risponda al controllo del partito, il sindacato unico è confinato a funzioni amministrative, le attività delle Chiese subiscono forti restrizioni, nei villaggi vengono soppresse le figure dei capi tradizionali. Vengono uccisi gli oppositori politici, creati i campi di rieducazione e i tribunali del popolo. Negli anni successivi, si introduce la pena di morte e la fustigazione pubblica, di coloniale memoria: il Frelimo finisce per recuperare esattamente il sistema e i metodi del regime contro cui aveva lottato.

L’ABBANDONO DEL MARXISMO-LENINISMO

In virtù del contesto rurale che accomuna Mozambico e Cina, il Frelimo opta inizialmente per il marxismo nella sua variante maoista. Nel 1977 viene invece ufficialmente adottato il marxismo-leninismo di stampo sovietico, a cui seguono accordi bilaterali e progetti economici comuni con l’Urss e i paesi dell’Europa dell’Est.

Ma i tentativi di risollevare l’economia si rivelano vani. Anche perché nel 1976 comincia una guerra civile tremenda che, in sedici anni, fa un milione di morti e cinque milioni di rifugiati. Dietro la Renamo (Resistenza nazionale del Mozambico) ci sono, in un primo momento, Rodesia e Sudafrica, preoccupati della vicinanza del pericolo comunista. Con gli anni, paradossalmente, la Renamo riceve il sostegno delle classi sociali più povere, che si vedono sempre più escluse e vessate dal Frelimo. 

Il fallimento dell’esperienza comunista induce il Frelimo ad abbandonare ufficialmente il marxismo-leninismo nel luglio 1989: è il primo partito-Stato al mondo a rinnegare la sua matrice ideologica prima della caduta del muro di Berlino. Tuttavia, già nel 1984 sono cominciati i primi contatti col Fmi e con la Banca Mondiale, a cui segue un primo aggiustamento strutturale nel 1987; nel frattempo, Samora, nel 1986, muore in un misterioso incidente aereo. 

IL CONNUBIO TRA ÉLITE E CAPITALE STRANIERO

I cambiamenti corrono ad un ritmo accelerato: al liberismo economico segue il multipartitismo con la Costituzione del 1990, gli accordi di pace con la Renamo e la fine della guerra nel 1992, le prime elezioni nel 1994. Tuttavia non cambia la sostanza: il Frelimo non muta la sua natura dispotica, violenta e repressiva. Continua ad occupare lo Stato attraverso una democrazia di facciata che accentra un potere enorme nelle mani del presidente della Repubblica che è anche capo del partito. Le elezioni sono sempre caratterizzate da brogli, abusi e violenze: le ultime dell’ottobre 2019, considerate le più fraudolente di sempre, hanno fatto perdere al Mozambico cinque posizioni nella classifica mondiale dell’indice di democrazia, dove è definito come regime autoritario.

L’élite del partito, cresciuta all’ombra della burocrazia sovietizzante, si è emancipata e aperta al libero mercato in maniera tentacolare, lottizzando il territorio nazionale in base alle aree di interesse economico e gestendo i contratti per spartirsi il bottino col capitale straniero: il carbone, il legname, i diamanti e, soprattutto, il gas nella regione di Cabo Delgado, dove c’è una delle maggiori riserve del pianeta e dove il terrorismo jihadista si intreccia agli interessi opachi dei capi del partito. Come in molti paesi del sud del mondo, si impone un’economia sostanzialmente estrattivista, che dipende dallo sfruttamento delle risorse naturali e dai capitali stranieri necessari per finanziare gli investimenti: chi si arricchisce è l’élite al potere, mentre il paese rimane il decimo più povero al mondo come indice di sviluppo umano.

Severino Ngoenha, principale filosofo mozambicano, ancora trent’anni fa, quando il Mozambico usciva dalla guerra civile, titolava un suo libro: Dalle indipendenze alle libertà. Il cammino è ancora lungo.



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