MONGO / CIAD - GIOVANI COME FILI D’ERBA RESILIENTI
“Il popolo è come l’erba. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la Parola del nostro Dio dura per sempre” (is 40,7-8). Questa frase del profeta, ascoltata durante l’Avvento, mi ha fatto molto riflettere. ci prepariamo al Natale e siamo invitati a contemplare l’umiltà del Signore che si fa piccolo come un filo d’erba. Ringrazio il Signore [...] per stare accanto a quelle persone che appaiono fragili [...] come fili d’erba, ma con le quali Lui ha voluto maggiormente identificarsi [...] (Mongo, 18 dicembre 2019).
Rientrando dalle vacanze in Italia nel mese di agosto, mi sono fermato per qualche giorno a N’Djamena per salutare gli amici nella mia vecchia parrocchia di Santa Bakhita. Il nuovo parroco, l’abbé Albert, aveva organizzato un buon pranzo e invitato i confratelli delle parrocchie vicine. L’ottimo dessert, preparato da una ragazza della corale di nome Reine, ci è stato servito proprio nel momento in cui lei stessa ha fatto la sua comparsa nella sala da pranzo insieme a un’amica. Reine è rientrata da un anno circa dal Camerun, dove ha terminato gli studi universitari in economia. Uno dei preti, seduto vicino a me, le chiede cosa fa nella vita. Mi colpisce molto la sua risposta: “Padre non faccio niente”. Lo ripete due volte e, se chiudo gli occhi, anche adesso mi sembra ancora di sentire la sua voce: “Padre, non faccio niente”.
REINE: “PADRE, NON FACCIO NIENTE”
È il dramma di tanti giovani ciadiani che, dopo enormi sacrifici negli studi, non riescono a trovare lavoro nel loro paese. Tutto ciò a causa di politiche miopi dello Stato, con la complicità delle potenze occidentali, la cui unica preoccupazione sembra quella di far guerra ai terroristi per arginare i flussi migratori verso l’Europa. Quando passo di nuovo da N’Djamena, all’inizio di novembre, apprendo che Reine ha trovato un piccolo lavoro dando ripetizioni di matematica. Nell’attesa che qualche porta si apra riesce ora a ritrovare la forza di sorridere e sperare. Contemplo e ammiro questa sua forza di resilienza, come quella dei suoi genitori.
EMMANUELLE: CAPO GUIDE SCOUT
Alla fine del mese di agosto abbiamo ricevuto a Mongo, la visita di un simpatico gruppo Scout di Modena. Quattro ragazze e due ragazzi, ben preparati dal loro Centro missionario diocesano, hanno visitato le tre parrocchie principali del nostro vicariato apostolico (Abéché, Mongo e Bitkine). Nella nostra parrocchia purtroppo le occasioni di incontro con i giovani ciadiani non sono molte. È il periodo delle vacanze e molti sono partiti per i lavori nei campi dei villaggi vicini. Pian piano però la notizia della visita degli amici italiani si sparge e la domenica alla fine della messa un buon gruppo si ferma per un incontro fraterno. Dopo la presentazione personale, proviamo a raccontarci quel che si fa nelle rispettive parrocchie, soprattutto a livello di pastorale giovanile. Ci soffermiamo poi a lungo in un bello scambio sulla lettera scritta dai padri sinodali del Sinodo sui giovani. Fra i vari interventi mi colpisce quello di Emmanuelle, una cheftaine (capo) delle Guide di Mongo. Racconta che molto presto le è stato chiesto di essere responsabile del suo movimento, spiegando bene che la diocesi è una Chiesa di frontiera con pochi cristiani. Non nasconde le difficoltà, le paure e gli errori commessi, ma condivide anche il segreto della sua riuscita che consiste nell’umiltà di chiedere consiglio, soprattutto alle persone più anziane. Mi vengono in mente le parole dell’adagio citato da papa Francesco nell’esortazione Christus vivit: “Se il giovane sapesse e il vecchio potesse, non vi sarebbe cosa che non si farebbe” (CV 191). Come pure l’immagine della Chiesa come una canoa suggerita al Sinodo da un giovane delle isole Samoa. “Gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là” (CV 201).
L’ANGELO CUSTODE DI MONGO
Molte volte, in questo ultimo periodo, mi è capitato di far esperienza della Provvidenza che si è manifestata specialmente nei viaggi, attraverso le persone che ti danno un’indicazione o ti tirano fuori dai guai. Ho imparato da un amico prete fidei donum di Vicenza, qui a Mongo, dopo tanti anni di servizio passati nel nord Camerun, a fidarmi dell’angelo custode. La parrocchia che mi è stata affidata si trova in città, ma talvolta ci sono anche villaggi vicini da visitare. Le distanze da percorrere non sono lunghe, ma anche i percorsi brevi, quando piove molto, diventano difficili. Nel mese di settembre, una domenica, dopo la messa in parrocchia, dovevo raggiungere un gruppo di animatori dell’Azione Cattolica, in un villaggio a circa 10 km da Mongo. Non faccio in tempo a lasciare la strada asfaltata che mi trovo impantanato. Sceso dalla macchina vedo a distanza due persone che camminano un po’ davanti, provo a chiamarle, ma tirano dritto in fretta. Il cellulare bloccato perché nella zona non c’è segnale, mi dispero un po’. Mentre cerco di mantenere la calma, spunta dal nulla un giovane sorridente che si propone di aiutarmi. Salgo in macchina, riaccendo il motore, lui spinge con tutte le sue forze e velocemente riesco a uscire dal fango. Dopo una stretta di mano, gli porgo qualche moneta per ringraziarlo e lui riparte sorridente. Una gioia profonda mi entra nel cuore e mi accompagna durante tutto il resto del viaggio. Mi sembra quasi di vederlo, l’angelo custode, seduto lì accanto a me che mi sorride anche lui e mi porge la mano per scambiarci un cinque.
IL DIALOGO DELLA VITA
I giovani universitari della parrocchia di Mongo stanno organizzando formazioni e incontri con i loro amici musulmani per approfondire e divulgare il documento sulla fratellanza umana, firmato da papa Francesco e dal grande imam d’Al-Azhar, ad Abu Dhabi nel febbraio scorso. Abbiamo tra le mani un bel commento del vescovo di Orano, in Algeria, mons. Jean Paul Vesco, intitolato “Dichiarazione sulla Fraternità umana: un inno all’amicizia”. Vesco dice che l’amicizia fra il papa e l’imam è la chiave di lettura della dichiarazione. Si tratta di una maniera nuova di fare dialogo interreligioso con uno spostamento dello sguardo dal primato della teologia al primato della vita. Incontrandosi come due credenti che si riconoscono mutuamente come degni di fede, il papa e l’imam, ci invitano a approfondire il senso teologico della fraternità.
La fratellanza umana non è completa fin tanto che non si riconosce all’altro un accesso alla salvezza nella fede che è la sua. Francesco non immagina che Ahmad Al-Tayyeb (l’imam) si converta al cristianesimo, così come Ahmad Al-Tayyeb che Francesco si converta all’islam. E, tuttavia nessuno dei due immagina che l’altro stia correndo verso la perdizione. Vivere come cristiano nel mondo musulmano permette di fare esperienza nel quotidiano che non c’è una fraternità reale fin tanto che non ci si vede riconosciuti nello sguardo dell’altro come un credente degno di fede chiamato alla salvezza, non malgrado la sua fede, ma giustamente in ragione della sua fede. Alla fine Vesco cita il suo predecessore, il beato Pierre Claverie: “Non soltanto ammetto che l’altro è altro, soggetto della sua differenza, libero nella sua coscienza, ma accetto che possa detenere una parte di verità che mi manca e senza la quale la mia propria ricerca della verità non possa arrivare a termine. [...] Per questo ognuno di noi dovrebbe avere un amico musulmano”. Credo che quest’ultima affermazione sia vera anche nel senso più largo del bisogno di avere amici di ogni religione e anche di avere amici non credenti. L’amicizia vera permette di “fermentarsi” a vicenda, di progredire nella ricerca della verità che è una condizione necessaria per essere liberi e sensibili ai bisogni del prossimo.







