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MODICA-MENTE MISSIONARI E MISSIONARIE / IL PROGETTO LAMPEDUSA

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Nel febbraio 2013, la Cimi (Conferenza degli istituti missionari in Italia) a Foligno, in un forum degli organismi missionari italiani, aveva ventilato l’idea di una comunità missionaria intercongregazionale per rispondere, anche come istituti missionari ad gentes, alla sifda delle migrazioni in Italia.

Il progetto originario era di aprire una comunità missionaria a Lampedusa, da cui anche il nome “Progetto Lampedusa”, soprattutto dopo il tragico naufragio del 3 ottobre 2013 al largo dell’isola di 309 migranti. Ma poiché a Lampedusa i migranti erano solo di passaggio, la comunità – composta da due padri e altrettante religiose di quattro istituti diversi – venne aperta nella città di Modica (Rg), diocesi di Noto, in un appartamento attiguo alla basilica della Madonna delle Grazie, il 16 marzo 2016.

I primi passi ci hanno portato a conoscere le iniziative in atto nella regione, con visite ai luoghi di sbarco, ai centri di accoglienza, alle serre e alle realtà associative impegnate nell’accoglienza e assistenza dei migranti. Consapevoli del carattere accogliente della cultura siciliana, ma pure delle paure, dei pregiudizi e luoghi comuni, divulgati anche da una certa politica, abbiamo offerto la nostra disponibilità per un aiuto pastorale, per incontri di formazione e sensibilizzazione nell’ambito parrocchiale, civile e scolastico, senza dimenticare l’obiettivo primario della nostra presenza: favorire l’incontro personale con gli immigrati, facendo tesoro dell’esperienza missionaria che ci caratterizza, per portare alla luce e valorizzare culture altre, ascoltando i racconti dei migranti e, in qualche caso, assistendo e accompagnando spiritualmente chi ce ne faceva richiesta. 

ATTIVITÀ

Abbiamo collaborato in alcune attività e progetti della Caritas diocesana e nazionale: “La scuola di italiano” a Modica Bassa e Modica Alta, frequentata soprattutto da donne del Maghreb, coinvolgendo giovani e insegnanti volontari; “Il presidio di Pachino”, pensato per la tutela dei diritti e l’assistenza a diversi livelli dei lavoratori stranieri sfruttati in ambito agricolo, nelle serre, spesso in maniera grave e inaccettabile. Nello specifico, le persone seguite dal Presidio sono in prevalenza di origine tunisina e marocchina, ma anche dell’Africa subsahariana e, recentemente, del Venezuela e del Perù. Abbiamo lavorato in rete, con la Diaconia Valdese, la Cooperativa Proxima e la Cgil. Nella sede del Presidio, presso l’Oratorio della parrocchia di San Corrado di Pachino, i migranti trovano anche la possibilità di essere ascoltati, per uscire dalla grande solitudine in cui spesso vivono. Col Presidio è nata pure una “Scuola di italiano” per aiutare i migranti lavoratori ad entrare in relazione più consapevole con la realtà in cui vivono. 

Il Presidio ha fornito anche un sostegno di tipo legale e amministrativo, oltre che un’assistenza medico-sanitaria. Oltre alla presenza in sede, il Presidio è mobile, con puntate col pulmino alle prime luci dell’alba per incontrare i migranti, in attesa dei “caporali” per il trasporto nelle serre, e parlare con loro, spiegando con dei volantini l’attività del Presidio; e ancora, con puntate nelle campagne e nelle serre, per una presenza concreta, facendo emergere situazioni di sfruttamento e sentire la nostra vicinanza alla loro umanità e dignità vulnerate. Dall’inizio del 2020 il Presidio, iniziato con la Caritas, collabora anche con la Procura di Ragusa, all’interno del progetto Fami (Fondo asilo migrazione e integrazione), finanziato dal Ministero degli interni, che mira a far emergere situazioni di sfruttamento lavorativo, tratta, gravi condizioni abitative e prime necessità. 

PROGETTO “ITE” A POZZALLO

Il Progetto Ite (Insieme, together, ensemble) è iniziato quando gli sbarchi erano numerosi, con i migranti in attesa di essere destinati ai Centri di accoglienza. Con la diminuzione degli sbarchi e la chiusura di gran parte dei Cas (Centri di prima accoglienza), siamo confrontati con nuove sfide: i migranti sono per strada, clandestini, alla mercé di sfruttatori e della criminalità organizzata, perché è sempre più difficile ottenere il permesso di soggiorno, e quindi una residenza e un contratto di lavoro. Per rispondere a questa nuova sfida, ci siamo organizzati nell’associazione We Care con l’obiettivo di continuare a incontrare i migranti, ascoltare le loro preoccupazioni, aiutarli quando necessario, accompagnandoli in questura per i documenti, coinvolgendo amici e conoscenti nella ricerca di alloggi e lavoro. In collaborazione con la Caritas diocesana, inoltre, stiamo seguendo sei giovani in una casa, gentilmente messa a disposizione, seguendoli nel loro percorso di inserimento e integrazione. 

PRESENZA NELLE CASE DI RECLUSIONE 

In collaborazione con le cappellanie delle carceri di Noto e Ragusa, ci interessiamo soprattutto dei detenuti immigrati che, per la totale assenza o lontananza dei famigliari, sono più soli, vulnerabili, ultimi. Questo anche a causa delle barriere linguistiche e culturali, che fanno sì che il detenuto immigrato non sempre sia in grado di comprendere la sua situazione giuridica, la natura del reato che gli viene imputato, nonché l’intero contesto giuridico e culturale italiano.

Questa attività è stata un’esperienza nuova e arricchente. Dopo un primo periodo di conoscenza reciproca coi detenuti, alcuni di loro si sono intrattenuti con me raccontandomi la propria storia e le proprie preoccupazioni. Alcuni hanno riscoperto i valori famigliari e umani pur nell’esperienza dura e difficile del carcere. Molti mi hanno chiesto di mantenere i contatti con le loro famiglie.  

LA PASTORALE DEL CAMMELLO

Vent’anni di vita missionaria in Africa e quattro di esperienza con i migranti in Italia mi hanno insegnato che, di fronte alle emergenze umanitarie, come l’immigrazione, la prima cosa da fare – e tutti possono farla, anche noi missionari e missionarie! – è essere presente, accanto a chi ha più bisogno, con pazienza e simpatia. È poi importante conoscere l’altro, trascorrendo tempo con lui, sfruttando le occasioni d’incontro, soprattutto con chi – come i migranti – vive condizioni di solitudine, emarginazione, spesso nell’indifferenza generale. 

In Africa la chiamavamo “Pastorale del cammello”, cioè dei tempi lunghi e della pazienza, necessari per stare accanto alle persone, recependone i bisogni più profondi, spesso inespressi. In altre parole, si tratta della pastorale dello “stare con”, condividendone frammenti di vita, senza pretendere risultati eclatanti e senza forzare le tappe per realizzare i nostri progetti (missionari). Nel caso di Modica, questo significa stare con i migranti con tutto noi stessi, riconoscendoci fratelli e sorelle… Questo è anche uno degli apprezzamenti più belli e significativi ricevuti dai migranti, che sono contenti anche solo di una nostra visita e presenza…

Questo è lo spirito che anima tutti i nostri incontri con il mondo dell’immigrazione. Questo è lo spirito che anima e arricchisce le nostre giornate come comunità di missionari e missionarie ad gentes a Modica, integrata da membri provenienti da istituti con spiritualità e carismi diversi, oltre che esperienze missionarie diverse... Come direbbe papa Francesco, “sono diversità che costituiscono la ricchezza della Chiesa e costituiscono un’opportunità per una testimonianza nella vita quotidiana, di quanto annunciamo e predichiamo, oltre a farci prendere coscienza di cosa significhi accogliere e valorizzare le persone”. 

È una nuova sfida per gli istituti specificamente missionari in Italia: essere segno nella Chiesa locale che la “Pastorale del cammello” può andar bene... anche in Italia!



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