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La rubrica “Parola e Missione” è giunta al traguardo del settimo anno di vita. Nel 2009 Fabrizio Tosolini ci ha fatto gustare la figura missionaria dell’apostolo Paolo, nel 2010 Maurizio Marcheselli ci ha fatto scoprire la vena missionaria del Vangelo di Giovanni.

Ora, dopo quattro anni di insistenza sul Primo (Antico) Testamento a cura del biblista bresciano Flavio Dalla Vecchia – che ringraziamo per il puntuale e prezioso accompagnamento sulle orme della missione di Dio e di Israele nei Libri profetici, Libri sapienziali, Salmi, Libri storici –, ritorniamo al Secondo (Nuovo) Testamento con il giovane biblista padovano, Carlo Broccardo, che ci guiderà alla scoperta della missione nel Vangelo di Luca. (n.d.r.)

Siamo tra il 60 e il 70 d.C. quando Giovanni detto Marco, uno dei discepoli di Pietro, ha avuto l’idea di scrivere un Vangelo, una specie di biografia su Gesù. Un’invenzione non da poco, che ha permesso di conoscere Gesù anche a coloro che non hanno avuto la fortuna di parlare con uno dei suoi discepoli.

Qualche anno dopo viene Luca, che fa una scelta altrettanto innovativa: decide di continuare la storia anche dopo la morte e la risurrezione di Gesù; infatti, non si limita a scrivere un Vangelo ma aggiunge il libro degli Atti. È così che diventa “l’evangelista missionario” per eccellenza, perché gli Atti ci raccontano le vicende di una Chiesa protesa verso l’esterno, che supera ogni ostacolo e chiusura per portare la salvezza di Gesù fino agli estremi confini del mondo.

Quello che vedremo di mese in mese, quest’anno, è che non è necessario aspettare gli Atti per incontrare spunti di missione; lo stesso Vangelo secondo Luca è tutto proteso in avanti, all’esterno, oltre.

L’INIZIO: COME UNA CHIAVE MUSICALE

Quando leggo un libro mi piace iniziare dalla prima pagina. Anche se il libro si intitola “Vangelo”. L’inizio di un’opera, infatti, come pure l’inizio di un racconto, dice molto dello stile e delle intenzioni dell’autore. Anche gli evangelisti hanno curato l’inizio dei loro racconti; ciascuno a modo suo.

Matteo, per esempio, ha voluto dire subito che Gesù non è una meteora precipitata dal cielo, ma si radica nella storia di Israele; anzi, ne è il compimento, la pienezza, il punto di arrivo. Il Vangelo secondo Matteo inizia infatti con la “genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli…” (Mt 1,1- 2). A noi lettori moderni non piacciono le genealogie: troppo noiose; per i lettori antichi erano invece importanti (e infatti nella Bibbia ce ne sono parecchie), era un modo per dire che la persona di cui si stava parlando non era uno qualunque. Matteo dunque inizia il suo racconto facendoci l’albero genealogico di Gesù; così ci ricorda che c’è un legame stretto con il popolo di Israele.

Marco invece ha in prima battuta un titolo: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Più sintetico, Marco; una frase semplice, senza verbo, con cui dice già tutto di colui che sarà il protagonista della sua narrazione. Ma allo stesso tempo non dice nulla di preciso: in che senso Gesù (nome proprio molto diffuso all’epoca) sarà il salvatore atteso (Messia in ebraico, Cristo in greco)? Cosa vuol dire che egli è il Figlio di Dio? Non dimentichiamo che sappiamo già come va a finire la storia e abbiamo alle spalle secoli di riflessione teologica; i primi lettori di Marco non avevano questi mezzi a disposizione.

Giovanni è il più solenne e spirituale. Se vuoi sapere chi è Gesù – sembra dirci – devi andare ben oltre Davide e Abramo; devi risalire fino al principio, a quando c’era solo Dio: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…” (Gv 1,1-2). Pochi versetti dopo l’evangelista precisa che il Verbo (cioè la Parola) è il Figlio unigenito di Dio e il suo nome è Gesù Cristo (cfr. Gv 1,14.17-18).

LA STRANA SCELTA DI LUCA

E Luca? Se prendiamo il testo greco (tutti i vangeli sono scritti in greco) e lo traduciamo alla lettera, ecco come si presentano i primi versetti del suo scritto:

“Poiché molti hanno messo mano a stendere un racconto ordinato su tutte le cose che si sono compiute tra di noi, così come le hanno trasmesse a noi coloro che dall’inizio furono testimoni oculari e servitori della parola, è parso (opportuno) anche a me – dopo aver seguito da vicino fin dal principio ogni cosa con acribia – scrivere per te con ordine, o illustre Teofilo, affinché ti renda conto della solidità delle parole su cui sei stato istruito” (Lc 1,1-4).

Ammetto che questa traduzione non sia bellissima; è letterale, non troppo elegante ma che ci aiuta a capire un dato importante su Luca e sulla sua idea di missione. Il confronto con Matteo, Marco e Giovanni ci aiuta a vederlo più chiaramente: Luca inizia il suo Vangelo usando un linguaggio “neutro”. Non usa le parole della fede: non parla di Davide o di Abramo, di Dio o del Messia; non ricorda la storia della salvezza, non allude all’eternità di Dio. Parla di “cose” che si sono compiute tra di noi, di “scrivere con ordine”, di “parole su cui sei stato istruito”. Perché questa scelta?

NON TRIBALIZZARE IL VANGELO

Ogni epoca ha le sue convenzioni letterarie; al tempo di Luca, se volevi scrivere un racconto storico dovevi iniziare con un prologo: un discorso breve, denso (e di solito scritto in modo difficile), diretto ai tuoi lettori, in cui spiegare intenzioni, metodo, contenuto del tuo lavoro. Luca rispetta questa convenzione e inizia il suo scritto con quattro versetti in cui dice tutto questo a Teofilo, che forse era un personaggio reale (colui che aveva finanziato la scrittura del libro?), forse un nome di finzione (“Teofilo” vuol dire “che ama Dio”).

Luca sa come si scrive una storia; conosce le convenzioni letterarie del suo tempo e le utilizza; sa che bisogna iniziare con un prologo e lo fa; la traduzione letterale che abbiamo appena visto ci fa notare anche che Luca sa che il prologo dev’essere scritto in modo particolarmente complicato. Così è. Non si tratta solo di un dettaglio stilistico: com’è bravo Luca! Scrive proprio bene! Si tratta di una mentalità, di un modo di pensare e di proporre il Vangelo.

Qualche anno fa mi è capitato di vedere per TV la sintesi di un convegno ecclesiale; era un canale “cattolico” e stava trasmettendo alcuni passaggi di un incontro ufficiale in una diocesi italiana. Eravamo in due a guardare e siamo rimasti entrambi impressionati dal linguaggio; ci siamo chiesti: ma come parlano questi? Usavano modi di dire che non si sentono mai in TV, ma neanche al bar, e nemmeno in un’aula di scuola. A volte parliamo “ecclesiastichese”, una lingua tutta nostra, che gli altri non capiscono. Cioè ci parliamo addosso.

Luca invece no! Lui fa la scelta della lingua comune. Scrive in greco, che era la lingua più diffusa nell’impero romano in quel periodo storico; e inizia con un linguaggio “neutro” il suo Vangelo, evitando volutamente le parole della fede. Per carità, poi per tutto il suo Vangelo parlerà di fede, di Dio, di storia della salvezza. Non sminuisce l’annuncio; solamente fa lo sforzo di essere capito da un pubblico più vasto. Vuole dire ai non credenti: questo annuncio è anche per voi.

RISPETTANDONE LA DESTINAZIONE UNIVERSALE

La scelta di Luca ci dice molto bene la sua strategia missionaria: parlare in modo da essere capiti, con il linguaggio della gente normale. Viene spontaneo pensare al papa Francesco, a come tutti ma proprio tutti siano subito in sintonia con le sue parole; poi non è detto che tutti ne condividano il contenuto, ma intanto l’annuncio è giunto.

Ma non si tratta solo di una strategia “vincente”; è anche e di più una questione di teologia: annunciare un Dio che non rimane chiuso nella sua perfezione, né confinato nella sua santità. Il nostro Dio è così! La Dei Verbum, il documento del Concilio Vaticano II sulla divina rivelazione, ci invita a immaginare Dio come uno a cui non piace rimanere chiuso in se stesso; Dio ama rivelarsi, farsi conoscere, entrare in relazione:

“Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso [...]; nel suo immenso amore (ma com’è bello in latino: ex abundantia caritatis suae) parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (DV 2).

È di questo Dio che Luca ci vuole parlare; anche le poche righe con cui inizia il suo Vangelo ce lo dicono, con il loro stile così “laico”. “Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze della umana natura, si fece simile agli uomini” (DV 13).



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