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Sono 26, secondo l’agenzia Fides, i missionari cattolici uccisi nel 2011: 18 preti, 4 suore e 4 laici. L’America, considerata un continente “cristiano”, è al primo posto con 15; segue l’Africa con 12; l’Asia con 4 e l’Europa con 1. I numeri dicono che la cristianofobia non è appannaggio dei paesi cosiddetti “non cristiani”.

Nella prima decade del XXI secolo i missionari uccisi sono stati 255. Ma è il Novecento, appunto il secolo della massima espansione della missione cristiana nel mondo, che conta più martiri di tutti i secoli precedenti. A conferma del fatto che il binomio martirio-missione è inscindibile. Lo documenta la commissione “Nuovi Martiri”, istituita da Giovanni Paolo II in preparazione del Giubileo dell’anno 2000, che ha raccolto circa 12.000 dossier di testimoni della fede del XX secolo.

Molti non erano missionari di professione, ma semplici cristiani, come il 42enne ministro pachistano per le minoranze religiose Shahbaz Bhatti, ucciso un anno fa, la mattina del 2 marzo 2011. Il suo nome non compare nella lista dell’agenzia Fides solo perché non era un missionario o un operatore pastorale, ma senz’altro stava compiendo la sua missione di semplice cristiano quando fu trascinato fuori dalla sua macchina e crivellato con trenta proiettili.

Si legge nel suo testamento spirituale: “Credo che i bisognosi, i poveri e gli orfani, qualunque sia la loro religione, vadano considerati anzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù e io potrò guardarlo senza provare vergogna”. Non bisogna dimenticare, sembra dire con la sua morte Shahbaz Bhatti, che il martirio fa parte del DNA del cristiano, del “contratto” del discepolo missionario di Cristo.

Lo ricorda poeticamente anche padre Davide Maria Turoldo: “Questa è la legge per tutti i discepoli:/ essere vita donata in martirio,/ testimonianza d’un Nome più grande/ di tutti i nomi possibili all’uomo”.

Lo conferma la testimonianza – recentemente raccontata dal film “Uomini di Dio” – del priore dei trappisti di Tibhirine (Algeria), padre de Chergé, assassinato il 21 maggio 1996 insieme ad altri sei monaci, i cui corpi non furono mai ritrovati. Nel mezzo del periodo più turbolento vissuto in Algeria, durante un discernimento comunitario circa lo stare o no nel paese, il priore, interrogato da un confratello sulle ragioni del martirio, rispose: “Il martire non desidera nulla per se stesso, nemmeno la gloria personale del martirio, ma diventa martire per amore”. All’inizio del suo testamento spirituale, scrive ancora padre de Chergé: “Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era ‘donata’ a Dio e a questo paese”.

Il legame tra martirio e missione è stato captato anche da una donna islamica, madre di famiglia, che pochi giorni dopo la morte dei sette monaci di Tibhirine, si sentì in dovere di scrivere: “Dopo il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime versate da noi e da voi e dopo i messaggi di vita, rispetto e tolleranza dato dai nostri fratelli monaci, a noi e a voi, presi la decisione di leggere il testamento di Christian ai miei figli, perché sentii profondamente che era destinato a tutti noi. Il testamento è più di un messaggio: è un’eredità… il nostro dovere è quello di continuare il percorso di pace, amore a Dio e agli uomini, tutti, colti nelle loro differenze. Ringrazio molto la Chiesa per stare in mezzo a noi... ringrazio tutti”.



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