LUIGI BETTAZZI / UN VESCOVO ALLA SINISTRA DI DIO
Bettazzi ci consegna il cuore del Vaticano II: incontro, dialogo, domande critiche, nonviolenza. Profeta della pace e della nonviolenza, è tutt’altro che un protagonista del passato. È piuttosto un uomo del futuro. Si è proteso in avanti, ha anticipato il domani, ha aperto squarci su ciò che ci attende (don Tonio Dell’Olio).
Come annuncia l’Autore, “c’è molto Bettazzi che spiega Bettazzi” in questo libro, attraverso stralci dei suoi scritti e interviste in cui lui stesso, parlando in prima persona, si racconta ed espone il suo pensiero. Fin da subito ne traspare la figura cristallina, colta, libera e ironica, sempre orientata all’altro e con uno stile comunicativo capace di esprimere con semplicità anche le riflessioni più profonde e complesse, senza dare per scontato alcun passaggio e fornendo le principali spiegazioni di contesto. Sia che parli di Concilio, pace, nonviolenza, Chiesa o dei tanti temi che hanno attraversato il suo secolo di vita.
Altro aspetto metodologico apprezzabile è che “il tempo scelto per la narrazione… è il presente storico. Non si tratta di un vezzo. È piuttosto la naturale conseguenza per pensieri, parole e opere che avvertiamo essere attuali, necessari, efficaci”. Da una citazione di don Tonio dell’Olio, infatti, traspare che fu un precursore dei tempi: “Profeta della pace e della nonviolenza è tutt’altro che un protagonista del passato. È piuttosto un uomo del futuro. Si è proteso in avanti, ha anticipato il domani, ha aperto squarci su ciò che ci attende”.
A partire da questa premessa il testo si snoda, dopo alcune note biografiche che ne tratteggiano la famiglia, l’ambiente di vita e la formazione, in un percorso che ben aiuta ad accostare chi fosse don Luigi e quali fossero i tratti imprescindibili del suo essere vescovo, radicati in quell’esperienza fondamentale che fu il Concilio Vaticano II.
Partecipò attivamente a quell’evento facendo ben otto interventi e respirando una libertà di discussione che “meravigliò anche le decine di osservatori, membri delle altre Chiese cristiane protestanti e ortodosse”. Ne fece sua la ventata innovativa aderendovi in maniera radicale, e per questo fu tra i firmatari del “Patto delle Catacombe”, “il desiderio attualizzato, messo nero su bianco e fatto proprio da un pugno di vescovi, di vivere radicalmente il Vangelo”. “Il testo sollecita la Chiesa a spogliarsi da ogni orpello, a non considerarsi più un potere tra i poteri, a smettere di coltivare logiche di affermazione politica o economica. Più Betlemme che Nazareth insomma”.
Vescovo ausiliare a Bologna prima e successivamente “sbolognato” a Ivrea, come amava ricordare don Luigi, fu padre conciliare, presidente di Pax Christi Italia e Pax Christi International. All’interno del Movimento, in quell’appartenenza e quel dialogo continuo e fecondo che lo accompagnarono fino alla fine, fu protagonista di numerose campagne, missioni all’estero, gesti e azioni che si sforzavano di fare dell’impegno e della nonviolenza la sola declinazione possibile della pace.
Le pagine ricordano alcune di queste azioni, come tutte le marce per la pace dell’ultimo dell’anno a cui partecipò attivamente, inclusa quella del 31 dicembre 2022, sette mesi prima della morte. Poi le missioni in Vietnam e in Iraq, la marcia a Sarajevo del dicembre 1992, con 500 pacifisti italiani e don Tonino Bello, che ne fu successore alla presidenza di Pax Christi nel 1985, con cui condivise il coraggio, la profezia e l’idea di una Chiesa del grembiule. E tanto altro ancora, come la sua lettera aperta a Enrico Berlinguer: “non è la prima né l’ultima, certamente la più famosa”; il suo lavoro nella diocesi di Ivrea, con cui condivise anche alcune lotte sindacali, o il suo rapporto con la Chiesa, a volte doloroso.
Il suo fare fu coerente con il suo essere e la visione del suo ruolo, come quando fu nominato assistente dell’Azione Cattolica bolognese: “Mi trovai veramente ad assistere… mi trovai cioè a confermare quanto suggeriva chi lavorava con me. Mi trovai insomma ad agire come già ammoniva Pietro nella sua prima lettera (1Pt 5,3): non come padroni delle persone a voi affidate, ma con l’impegno di dire l’ultima parola come conclusione di garanzia delle molte parole che lo Spirito suscita all’interno del popolo di Dio”.







