LIBERTÀ VA CERCANDO, CH’È SI CARA
Il dibattito sulla libertà si è articolato in queste ultime settimane su diversi scenari. Il primo riguarda le limitazioni collegate alle misure anti-covid, che hanno suscitato malcontento in diverse categorie sociali, sfociando in disordini provocati dalle frange più estreme. C’è poi la vicenda legata alle vignette di Charlie Hebdo, con il loro strascico di sangue (il professor Paty, i tre fedeli di Nizza...), di manifestazioni nei paesi islamici e in Europa e di forti tensioni internazionali. Infine la questione di alcune misure legislative e amministrative relative all’aborto – la sentenza restrittiva della corte costituzionale polacca e le misure pro-life deliberate da qualche comune lombardo –, che hanno generato vibranti proteste in chi le ha interpretate come lesive della libertà delle donne.
Nella nostra società occidentale, in cui l’individuo e i suoi diritti assumono un ruolo sempre più centrale nel determinare opinioni, scelte politiche e stili di vita, tutto ciò che, a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo, intenda porre dei limiti all’esercizio della libertà individuale viene accolto con sospetto e ostilità.
Proprio gli eventi sopra citati, tuttavia, fanno riflettere sull’adeguatezza di tale visione, in cui si indebolisce l’idea dell’essere umano come persona, la quale si realizza pienamente nelle relazioni, e della libertà come strumento per consentire a tutti e a ciascuno di conseguire e custodire fruttuosamente i rapporti con gli altri in tutti i campi dell’esistenza.
Le proteste contro le restrizioni e le chiusure decretate dai governi sono state dettate assai spesso non dalla legittima esigenza di renderle più efficaci e più sostenibili, ma dalla rivendicazione – in nome della libertà – di interessi personali o corporativi, non tollerando che venissero sacrificati sull’altare del bene collettivo.
La giusta indignazione per gli atti di violenza e gli omicidi commessi dai fanatici (condivisa da numerosissime personalità e istituzioni islamiche in tutto il mondo) è sfociata nell’affermazione del carattere indiscutibile della libertà di espressione, anche quando dovesse offendere valori e simboli altrui.
Le dimostrazioni polacche e le critiche nostrane contro i succitati provvedimenti pro-life hanno accreditato l’idea di una libertà che si esprimerebbe assai più compiutamente nella possibilità di porre fine a una vita che nell’eventualità di accoglierla e custodirla nonostante tutto.
Si potrebbe lungamente proseguire nell’elencare situazioni o episodi in cui l’affermazione della propria libertà comporta la fatica di tener conto degli “altri”, si tratti di concittadini, credenti di altre fedi o figli non ancora nati. Libertà, insomma, come valore assoluto, patrimonio intangibile dell’individuo.
C’è da essere orgogliosi di siffatta libertà? Non credo, con buona pace dei suoi alfieri nostrani ed esteri. Essa, infatti, appare infettata nel profondo – come direbbe Papa Francesco – dal “virus dell’egoismo indifferente”, capace di trasformarla proprio nel suo contrario, cioè nel prevalere del forte sul debole. Da una parte si impongono i diritti di chi strilla più forte, di chi ha il controllo dei media, di chi può decidere sulla vita di un altro essere umano, di chi ha i soldi, di chi possiede gli armamenti migliori… Dall’altra si negano quelli – persino la libertà di esistere! - di chi non ha voce, di chi non ha mezzi, di chi non ha santi in paradiso… In una situazione di marcata disparità, qual è quella in cui l’umanità ancora si dibatte, la “libertà degli individui” non può funzionare bene. Produce inevitabilmente soprusi profondamente illiberali e mina dall’interno la stessa democrazia, privandola di quell’afflato solidaristico senza il quale la convivenza e le sue regole si sfibrano nel tentativo – quasi sempre giocato al ribasso in quanto a spessore ideale – di regolamentare e comporre i contrapposti interessi di singoli e gruppi. Una democrazia asfissiata dall’ipertrofia delle burocrazie e dalla frammentazione dei partiti.
C’è invece bisogno di tornare a parlare di “libertà delle persone”, per la quale l’esistenza e la promozione dell’altro risultino altrettanto essenziali dell’arbitrio individuale, perché capaci di orientarlo a ben funzionare. Una libertà che si sostanzia nella capacità di scegliere ciò che giova al bene comune, come uno strumento ben calibrato e ben adoperato che compie bene il suo lavoro. Ci serve, insomma, la libertà di essere felici tutti insieme.







