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Le "ragioni" dell'uranio impoverito e quelle della democrazia

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La maggiore gravità della cosa sta nel fatto che delle autorità militari di un paese "democratico" possano agire su questioni di così grande rilevanza all'insaputa del parlamento e dell'intero paese.

Anche lo "scandalo" dei proiettili all'uranio impoverito è stato rapidamente rimosso dalla macchina dell'informazione, cacciato nel cono d'ombra dallo spostamento dei riflettori sulla nuova emergenza di turno, la mucca pazza, o forse un'altra ancora. Eppure quella vicenda meritava e merita qualche considerazione in più. Com'è noto, vi sono sospetti fondati che la radioattività rilasciata da quei proiettili provochi la leucemia e che questa pericolosità fosse da sempre conosciuta dai costruttori ed utilizzatori di quell'arma, cioè gli eserciti degli Stati Uniti e dell'Inghilterra, ma anche della Nato. Eppure si decise di impiegarli anche in Kosovo - dopo l'Iraq, la Somalia, la Bosnia - disseminando di materiale radioattivo tossico il territorio delle popolazioni che volevamo "liberare", a suggello ironicamente tragico della "guerra umanitaria".

Ma non è questo l'unico paradosso che emerge da quella vicenda. Vi è un aspetto altrettanto inquietante, che è stato sottaciuto. Il governo ed il parlamento italiani hanno reagito lamentando di non aver mai saputo dell'impiego di quelle armi da parte della Nato. Eppure il nostro paese è membro di quell'Alleanza ed il nostro esercito ne è parte integrante. Sembra di rivedere il film dell'utilizzo dei gas nella guerra d'Etiopia mantenuto per decenni segreto, negato anche di fronte a tante evidenze. Già, ma allora c'era il fascismo al potere ed era normale che i sudditi della dittatura fossero tenuti all'oscuro.

Ciò non è normale invece in una democrazia, dove l'esercito dovrebbe essere al servizio dei cittadini e dei loro rappresentanti, per garantire la pace innanzitutto. Non è infatti compatibile con la democrazia un esercito che si sottrae ad ogni controllo delle istituzioni rappresentative al punto da poter decidere in assoluta autonomia, secondo una logica di pura efficienza militare, l'uso di armi tanto dannose per l'ambiente e per le popolazioni civili.

Si profila così quella pericolosa tendenza verso una sorta di "democrazia totalitaria", svuotata di senso, dove le reali possibilità di scelta delle assemblee liberamente elette dai cittadini si riducono sempre più ad una finzione, in omaggio alle esigenze superiori: in questo caso, delle strategie militari, e, in altri casi, del mercato e della competitività globali.

Tuttavia c'è speranza per il nostro futuro. Per svelare l'uso dei gas in Etiopia, ci sono voluti 60 anni. Oggi, pur con grandi difficoltà e contraddizioni, l'intelligenza di qualche medico che ha voluto andare a fondo su malattie sospette, il coraggio di qualche giornalista che ha saputo sbattere in prima pagina la vicenda, sono riusciti dopo poco a strappare i veli del Potere più esclusivo, ad inceppare perfino la macchina del suo braccio armato.

È la stessa lezione del popolo di Seattle contro il Mercato globale, lezione che ci conforta e ci sostiene nella nostra quotidiana, a volte difficile, resistenza.



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