LE RAGIONI DEI POPOLI NELL’ECONOMIA GLOBALE
Qualcuno giocherà con questi palloni, titolava il supplemento economico di un grande quotidiano nazionale, lo scorso 22 dicembre, un reportage dal Punjab, dove i bambini indiani fabbricano a 170 lire all'ora i regali di Natale per i bambini dell'Occidente. Una notizia che ha saputo conquistare la prima pagina, purtroppo, forse solo in ossequio a quel clima di buoni sentimenti che i mass media per una settimana, verso la fine di ogni anno, si sentono in obbligo di proporre. Destinata, quindi, come spesso accade, ad un’emozione rapidamente consumata e poi rimossa.
Eppure in quella notizia si può cogliere cosa può significare concretamente quell'Economia globale di cui tanto si parla, con toni spesso esaltanti. Quei bambini incontrati dall'inviato nelle misere baraccopoli delle periferie industriali indiane, con le mani martoriate dagli aghi, privati della scuola e del gioco, costruiscono per noi i meravigliosi palloni di pelle "cuciti a mano". E non manca la scritta stampata "Garanteed: no child labour" (Garantito: non viene impiegata manodopera infantile), per sollevare le coscienze di chi in Europa, attraverso la mediazione di un'impresa italiana importatrice o committente, li acquisterà per i propri figli a 20.000 lire.
È soltanto uno dei limiti della globalizzazione, che potremmo definire "insostenibilità sociale" del sistema economia-mondo.
Questo, oltre alla moderna schiavitù di milioni di bambini poveri, produce un'"umanità superflua", che non può essere occupata da una produzione la cui tecnologia tende proprio a fare a meno del lavoro vivo. Sono gli "esclusi", senza potere d'acquisto e che quindi non interessano il mercato, che crescono a dismisura nelle misere e sterminate periferie del mondo, ma ormai anche nel Centro supersviluppato, in Francia, in Germania, nel nostro paese.
La recente conferenza di Kyoto ci parla però anche di un altro limite, l’“insostenibilità ecologica" di un'economia che concepisce la natura come un oggetto di sfruttamento, per cui il suo destino è quello di essere consumata, distrutta, sovraccaricata di scarti, al punto da mettere in pericolo la riproduzione o la sopravvivenza della stessa vita.
Il terzo limite della globalizzazione è l’impossibilità di integrare le popolazioni, le economie, le nazioni, le culture, attaccate sin dal principio, escluse dal proprio orizzonte, condannate alla miseria. E' il grande tema della "esclusione dell'alterità" dell'America latina, dell'Africa e dell'Asia, e di un tentativo di omologazione e appiattimento culturale o peggio di negazione che ridurrebbe il mondo a tanti "non luoghi" uguali e anonimi (la civiltà della Coca Cola e dei McDonald’s), terribilmente tristi, perché privati di quell'infinita varietà di volti e colori creata da millenni di storia.
Ma se questo può essere il futuro tanto indesiderabile dell'Economia globale, non possiamo accontentarci dell'indignazione del momento, che notizie come quella dei bambini del Punjab fanno esplodere in noi. Dobbiamo innanzitutto sforzarci di comprendere quali sono i meccanismi che governano questi processi mondiali, per scoprire che dietro la cosiddetta "mano invisibile" del Mercato vi sono poteri concreti, concentrati in cerchie ristrette e spesso sottratti ad ogni controllo democratico.
I contributi del colombiano Hector-Leon Moncayo e dell’olandese Myriam Vander Stichele, presentati al convegno tenutosi a Brescia il 7 ottobre scorso in occasione della Marcia della Pace Perugia-Assisi, ci aiutano a smontare l'idea che il Mercato globale sia una sorta di idolo che sfugge al controllo dell'uomo, che agisce secondo regole proprie, quasi "trascendenti", e a cui tutti, popoli, stati, singoli, non possono che adeguarsi.
Ma liberarci del senso di impotenza e di fatalismo di fronte a processi che sembrano sovrastarci non basta.
La scoperta del "gioco truccato" di un Mercato, in realtà governato dai grandi interessi delle élites che gestiscono le economie del ristretto club dei paesi supersviluppati, non può soddisfare solo la nostra curiosità critica. Può e deve spingerci all'azione, sia nella dimensione globale, come suggerisce la stessa Vander Stichele, sia a livello locale.
Su questo piano, l'intervento dello statunitense Michael Shuman è una lezione di straordinario interesse per una realtà come la nostra percorsa da tensioni municipalistiche regressive, chiuse nel particolare etnico o addirittura razziale, incapaci di comunicare positivamente verso l'esterno, e quindi destinate ad essere sconfitte dall'urto della globalizzazione.
Shuman, al contrario, ci propone scenari suggestivi di un recupero della municipalità e del locale su un terreno forte di ricostruzione della partecipazione democratica, di controllo dal basso dei meccanismi del Mercato, di nuove solidarietà "orizzontali" fra comunità anche lontane, ma unite nella difesa delle ragioni dell'uomo e della donna e nella riconquista la "sovranità dei popoli sull'economia globale".







