Le missioni sono finite? Viva la missione!
Pubblicato dalla EMI nella collana Parole delle Fedi (diretta da Brunetto Salvarani), il libretto, intitolato Missione, di Mario Menin, missionario saveriano, ripropone un tema “vecchio” ma sempre attuale, quello della “missione”.
Si tratta soprattutto di un contesto nuovo in cui la nostra missione dovrebbe realizzarsi, cioè l’Europa che ha perso o sta perdendo la consapevolezza delle proprie radici e che sta diventando “terra di missione” (anche per le altre religioni, specie per l’islam).
L’autore, molto modestamente, fa notare che la sua intenzione è semplicemente quella di descrivere “la missione nelle sue diverse declinazioni” senza pretendere di rispondere ad alcune “ardue questioni teologiche” (p. 13). Certo, in un libretto come questo, di poche pagine, sarebbe per chiunque assai difficile se non impossibile addentrarsi nelle “ardue questioni teologiche” concernenti la missione. Nondimeno, la descrizione della missione che padre Menin propone in questo opuscolo è molto ricca sia dal punto di vista storico sia teologico.
Adoperando un linguaggio semplice e chiaro egli guida il lettore alla (ri)scoperta di tutta la ricchezza di significati di cui è impregnata la parola “missione”.
Tenuto conto soprattutto del summenzionato nuovo contesto in cui dovrebbe svolgersi la nostra missione, l’autore parla di una “missione al contrario” e “dei missionari senza battello”. Ciò significa che è possibile essere missionari anche nella “cristiana” Europa, che si scopre sempre meno cristiana, senza la necessità di partire per le terre lontane.
In questa prospettiva, molto opportunamente padre Menin ha ricordato all’inizio del suo opuscolo le parole di Madeleine Delbrêl, una grande “missionaria senza battello” (è sua, infatti, questa espressione), come anche la decisione di Benedetto XVI di creare un dicastero per la nuova evangelizzazione, il cui oggetto principale è l’Europa scristianizzata o in fase di scristianizzazione (“missione al contrario”). Anche Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, ha messo in risalto la necessità di questa “missione al contrario”, osservando che “l’Europa si colloca ormai tra quei luoghi tradizionalmente cristiani nei quali, oltre a una nuova evangelizzazione, in certi casi si impone una prima evangelizzazione” (n. 46).
Partendo da vari significati e connotazioni tradizionali della parola “missione” (prima sezione), e poi percorrendo i suoi significati radicati nella Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento (seconda sezione), padre Menin conduce il lettore verso il significato della “missione oggi”, nel periodo segnato dal Concilio Vaticano II, in diversi contesti culturali e in quello del pluralismo religioso (terza e ultima sezione).
Riguardo al come si debba intendere la “missione oggi”, in che cosa essa consista fondamentalmente, l’autore non fornisce risposte prefabbricate. Formula piuttosto alcune domande di fondo e, grazie a una stimolante riflessione, con un sapiente dosaggio di testi, fa vedere, oltre ai pregi anche certi limiti (e difetti) delle nuove visioni della “missione oggi”, stimolando il lettore ad una riflessione personale, per trovare più adeguate risposte, alla luce del Vangelo e in armonia con le esigenze della fede cristiana. Alla domanda se la missione oggi è ancora valida l’autore risponde in diversi modi, il più delle volte indirettamente.
Mi piace particolarmente il titolo che ha dato alla breve sezione conclusiva: “Le missioni sono finite? Viva la missione!”.
Ciò si può intendere in questo senso: sono, forse, finite “le missioni” o piuttosto alcune forme e modelli di missione, ma la “missione” resta sempre di grande attualità ed è necessaria e urgente. Per comprendere il “perché” della missione padre Menin invita a rileggere il n. 4 della Redemptoris missio, e per indicare il “come” di questa missione si serve di due brevi citazioni, da cui risulta che la missione deve essere al tempo stesso “dialogica” e “profetica”, in modo che la verità sia “espressa e articolata chiaramente” (p. 78). Inoltre, citando ancora Delbrêl, l’autore ricorda che non è sufficiente annunciare il Vangelo usando il linguaggio delle persone cui ci si rivolge, occorre farlo “con il linguaggio di Gesù Cristo” (p. 79).
L’opuscolo di padre Menin merita di essere letto e ri-letto e poi – oserei dire – meditato.
È ricco di interessanti spunti per la meditazione sul senso della missione della Chiesa oggi. Il linguaggio è semplice, chiaro, succinto, denso, stimolante. Leggerlo è una vera delizia, che rinfresca il pensiero e riscalda il cuore.







