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LE COMUNITÀ LOCALI NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

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Per Natale anch’io torno al mio paese, un piccolo comune del mantovano, Medole, poco più di tremila abitanti, dai miei parenti, nei luoghi cari dell’infanzia, ai sapori evocativi, come le proustiane madeleines: i tortelli di zucca, la mostarda, l’anguilla marinata...

Vado anche per prendere il Lunare medulés, un calendario che i medolesi confezionano per sé stessi, per la propria comunità. In esso ogni mese vengono proposte vecchie fotografie offerte dalla gente: na famia  nunerusa (una famiglia numerosa), la “fabrica” dei supei (il laboratorio degli zoccoli), du spus de l’otsent (due sposi dell’Ottocento), accompagnate da alcune brevi rubriche: “i consigli della nonna”, su come curare alcuni malanni e gestire piccoli problemi domestici; “le cantilene della zia”, dedicate al mese corrente; “località”, dove si spiega l’origine della toponomastica locale; “curiosità medolesi” che narrano di storie, leggende, tradizioni del paese; “erbe”, in cui si presentano erbe selvatiche locali commestibili.

Con quattro inserti a tutta pagina di fotografie tematiche: il primo el nos “palas” (il nostro palazzo) dedicato al più importante palazzo nobiliare del paese recentemente restituito alla comunità dagli ultimi eredi; quindi i medulés en sbrendola (i medolesi a spasso e in vacanza); i “granc” de Medule (i grandi di Medole), cioè gli otto artisti che si sono distinti nel passato; e infine na olta fiucaa de brot (una volta nevicava di brutto), immagini di Medole del 1932, sotto un manto di neve, quando nella pianura Padana normalmente nevicava in inverno e ai bambini nelle scuole si insegnava “…sotto la neve pane…” e l’effetto serra ancora non era emergenza.

Ne mancava, forse, una quinta di pagine che suggerirei venisse inserita il prossimo anno: uno spazio interamente offerto alle immagini e alla cultura dei furester a Medule (gli stranieri a Medole), perché questa comunità ha anche dimostrato di saper accogliere il diverso, di integrare l’ex-tossicodipendente, l’extracomunitario.

Ho raccontato il lunare medulés con eccesso di dettagli perché mi ha colpito molto, e non solo per ragioni biografiche. Mi è sembrata una sfida, tanto piccola quanto significativa, di una comunità locale alla globalizzazione: una volontà pervicace di non smarrire se stessa, fagocitata nella megamacchina del mercato globale, di continuare un proprio originale percorso antico di saggezza e di legami sociali, senza cadere nella trappola delle offerte seducenti delle vetrine mediatiche.

GLI EFFETTI SULLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA

Infatti, la globalizzazione, di cui da tempo stiamo trattando su questa rivista, non riguarda solo l’economia internazionale, i mercati finanziari, il rapporto fra Nord ricco e Sud povero. Tocca direttamente il nostro quotidiano e sta inducendo cambiamenti esistenziali e di mentalità, anche di noi privilegiati dell’Occidente, cambiamenti forse non tutti desiderabili.

Con Riccardo Petrella, nel recente convegno, abbiamo considerato i diversi ambiti in cui la globalizzazione si manifesta: la crisi dei processi democratici di controllo sull’economia, rappresentata dall’esaurirsi degli stati nazionali; le grandi disparità sociali, di diritti civili, di condizioni di vita, fino all’esplicita esclusione di parte importante della popolazione mondiale (recentemente il Worldwatch Institute rilevava che nel mondo il numero degli obesi sarebbe pari al numero dei condannati alla fame: un miliardo e 200 milioni!); la tendenza da parte della monocultura mercantile, quella vincente dell’Occidente, a schiacciare le culture altre, o negandole o fagocitandole all’interno del proprio universo; infine la carica distruttiva nei confronti dell’ambiente che inevitabilmente esprime il “libero mercato”, attento alla competizione e al massimo profitto.

Ed a questo livello gli sforzi dell’analisi, della conoscenza dei processi stanno dando alcuni risultati. Ma non si riesce a sottrarsi alla sensazione, che la disponibilità a fare qualcosa di concreto appartenga ancora ad una ristretta élite. Si dice: “Vorrei prendermi cura di questi problemi epocali, ma mi sento impotente e non so da che parte cominciare”. Oppure, nella maggior parte dei casi si scrollano le spalle: “tutto sommato non mi riguardano”, e le occasioni per distrarsi e pensare ad altro o non pensare affatto sono perfino esorbitanti.

Ma se una cosa l’abbiamo imparata dalle lezioni della storia, è che “se il cambiamento deve verificarsi, si verifica sul terreno, tra gente che parla con franchezza dei propri bisogni interiori più che attraverso sollevazioni di massa”, oggi oltretutto improbabili.

Allora è utile riflettere su quale quotidianità, su quale dimensione esistenziale, qui ed ora, la globalizzazione sta prefigurando per le nostre vite. I vantaggi, almeno per noi appartenenti alla cerchia ristretta dei paesi ricchi, sono ovviamente sotto gli occhi di tutti: siamo liberi dal bisogno e dall’indigenza (almeno la stragrande maggioranza), spesso anzi immersi nel mercato del superfluo e nello spreco; parte di noi può accedere alla “rete” e quindi all’informazione globale, pressoché tutti all’istruzione e ai servizi sociali di base.

Insomma non ci manca nulla, facciamo spesso notare alle nuove generazioni irrequiete. Eppure…



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