LA PANDEMIA UN’OCCASIONE PER LA “CONVERSIONE PASTORALE” VERSO UNA CHIESA VIRTUALE?
Nei giorni del Covid-19, grandi restrizioni hanno colpito tutte le dimensioni dell’agire ecclesiale, con l’eccezione di quella caritativa, perché i servizi della Caritas, delle Misericordie e di altre istituzioni cattoliche hanno continuato a funzionare, anzi sono stati spesso potenziati, per venire incontro alle crescenti necessità dei poveri, delle famiglie, degli anziani, degli operatori sanitari… Per il resto, dagli incontri di catechesi alle celebrazioni quaresimali e pasquali, si è fatto ampio e originale ricorso ai canali mediatici per proseguire in qualche modo la vita della comunità cristiana. C’è stato un gran parlare – come c’era da aspettarsi, anche per il coinvolgimento della Settimana Santa – soprattutto intorno alla liturgia, puntando il dito sulle dinamiche di “clericalizzazione” e “virtualizzazione”, accettate da qualcuno come un male minore, esecrate da altri come travisamento profondo della natura della celebrazione e della riforma conciliare. Molto meno si è invece discusso delle iniziative a carattere formativo e aggregativo che sono state operate grazie ai media, soprattutto a livello di ragazzi, giovani e operatori pastorali.
Comunque si consideri la questione, si è trattato di un grandioso laboratorio ecclesiale, in cui si sono cimentati pastori e fedeli, sull’uso pastorale degli strumenti di comunicazione. Non è che mancassero esperienze in materia, ma stavolta la cosa ha assunto proporzioni inaspettate, perché è stata per un periodo consistente l’unica forma possibile per l’interazione comunitaria, come mai era accaduto in passato. È sicuramente presto per trarre un bilancio, ma alcune osservazioni si possono senz’altro condividere.
È anzitutto necessario riconoscere che l’utilizzo dei media – dal telefono, alla televisione ai social – ha davvero consentito di assicurare un minimo di relazione comunitaria e di vita ecclesiale, che sarebbe stata altrimenti impossibile. Si può disquisire quanto si vuole sulla congruità teologico-liturgica delle celebrazioni e preghiere virtuali, ma l’alternativa sarebbe stata il nulla. E qualcosa è sempre meglio di niente. È inoltre evidente che, complessivamente, non eravamo preparati. Nonostante le ripetute affermazioni della necessità di un impegno nei “nuovi linguaggi”, moltissimi si sono trovati ad usare strumenti e a pensare iniziative partendo da zero. Da questo punto di vista, l’epidemia si può considerare provvidenziale: ha costretto la Chiesa a misurarsi con le tecnologie e i linguaggi della comunicazione, prendendo coscienza delle loro possibilità sorprendenti e sperimentandone la natura non antagonista, ma complementare, rispetto alle modalità in-presenza dell’agire ecclesiale. Quanti sostenevano l’inutilità o la perniciosità di una pastorale che utilizzasse i media, si sono dovuti ricredere. Abbiamo scoperto che avere giornali, televisioni, radio, siti, pagine Facebook, canali social e chat (WhatsApp su tutte) non è superfluo, anche se comporta l’impiego di risorse. Abbiamo realizzato che le persone esperte di queste cose sono preziose in una parrocchia che non ha bisogno solo di catechisti, ministri straordinari della comunione o cantori del coro, ma anche di “smanettoni” d’ogni genere. Abbiamo infine verificato che le interazioni virtuali non hanno affievolito, ma anzi incrementato il desiderio di partecipare in prima persona alla vita della comunità, suscitando o rafforzando le relazioni interpersonali.
C’è però un aspetto su cui riflettere: in molti casi l’uso dei canali mediatici si è limitato a riprodurre virtualmente le modalità consuete dell’agire ecclesiale. Soprattutto sul versante liturgico, si è arrivati a “far assistere” da casa a ciò a cui non si poteva prendere parte di persona. Anche dal lato formativo/aggregativo si sono spesso proposti gli stessi discorsi e i medesimi contenuti che si sarebbero forniti negli incontri resi impossibili dall’epidemia. È lecito domandarsi se sia questa la forma compiuta di una “pastorale digitale”, oppure se non sia necessario immaginare e sperimentare modalità di preghiera, apprendimento, condivisione, aggregazione… di stampo diverso, capaci cioè di valorizzare le potenzialità interattive che oggi risultano tecnicamente possibili. Come far sì che chi vuole unirsi da casa alla preghiera della comunità non rimanga mero spettatore, ma prenda parte in qualche modo alla celebrazione? Come rendere efficace – chiaro, divertente, interattivo, sintetico… – un incontro di catechesi realizzato via Web?
C’è infine la questione sui limiti di una pastorale virtuale, che arrivi a bypassare il corpo e le relazioni in presenza, per spostarsi sul terreno mediatico. Qualcuno – a titolo di esempio – è arrivato a proporre una “confessione” telefonica: Confessez vous par téléphone è una linea a pagamento, con utili distribuiti in beneficenza. In una società che sta investendo sempre più su tutto ciò che è “e-” (e-commerce, e-learning, e-banking…), la prospettiva di un e-praying o di una e-community è anche preoccupante.







