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Mentre il primo capitolo degli Atti, con la narrazione dell’ascensione, fa da transizione tra il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa, il secondo capitolo si concentra sostanzialmente sull’evento fondatore che segna gli inizi del cristianesimo: l’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste (At 2,1-13). È importante rilevare che la Chiesa, nata dalla Pentecoste, prima ancora che configurarsi dal punto di vista istituzionale, mostra fin da principio la propria indole missionaria, quella cioè di una comunità aperta al dialogo con il mondo, in tutto e per tutto fedele al mandato del Risorto di essere sua testimone “fino ai confini della terra” (At 1,8).

Nel presente contributo desideriamo rileggere il racconto della Pentecoste, ripercorrendone le tappe fondamentali, per mettere bene in luce il carattere missionario che lo Spirito ha voluto imprimere alla Chiesa fin dai suoi inizi.

Il racconto di Atti 2,1-13 può essere facilmente strutturato in due scene: la discesa dello Spirito Santo (vv. 1-4) e la reazione della folla (vv. 5-13). È bene ricordare, prima di addentrarsi nell’analisi del racconto, che l’interesse di Luca non è semplicemente quello di fornire una cronaca dettagliata degli eventi, quanto piuttosto trasmetterne il significato, deducibile non solo dalle immagini utilizzate per descrivere l’effusione dello Spirito, ma soprattutto dalla reazione dei presenti, i quali attestano il prodigio accaduto dinanzi ai loro occhi.

Prima scena: la discesa dello Spirito Santo

1 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbattè impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,1-4).

Il racconto si apre con la menzione del giorno della Pentecoste, una festa che anticamente segnava la conclusione del raccolto e che, in epoca più recente, celebrava il dono della Legge e la stipulazione dell’alleanza sul Sinai. Certamente Luca ha colto soprattutto il significato religioso della festa, così da farne lo sfondo per la propria narrazione: la discesa dello Spirito sigilla il rinnovo dell’alleanza di Dio con il suo popolo, anzi, con l’umanità intera. Assai significativo è il fatto che “tutti” fossero presenti “nello stesso luogo”. Chi siano questi “tutti” non è chiaro: sicuramente gli apostoli, ma non è escluso un riferimento alle donne e a coloro che già avevano aderito al movimento inaugurato da Gesù. In ogni caso, Luca insiste sull’unanimità che caratterizza la prima comunità cristiana, dato non scontato se si pensa alle divisioni che erano sorte nel dramma della passione.

UNA “LINGUA” DI FUOCO

Per descrivere la venuta dello Spirito, Luca ricorre, facendo uso del registro metaforico, al vocabolario tipico delle teofanie dell’Antico Testamento: il fuoco e il vento sono elementi caratteristici delle manifestazioni del Dio di Israele (cfr. Es 3,2-3; 19,18; 24,17; Is 66,15; 1Re 19,11; Sal 50,3; 104,4). Tuttavia, nella narrazione di At 2 emergono alcuni aspetti di indubbia originalità che non devono passare inosservati. Il primo riguarda la forma assunta dal fuoco, ovvero quella di una “lingua” (in greco glossa), termine che può indicare sia l’organo, sia il linguaggio. Luca sembra giocare su questo duplice significato, poiché il primo effetto dell’azione dello Spirito consiste proprio nel permettere agli apostoli di parlare lingue diverse, consentendo così di realizzare una comunicazione altrimenti impossibile.

TRA INDIVIDUALITÀ E TOTALITÀ

Il secondo aspetto, non meno importante, concerne la tensione che si viene a creare tra individualità (le lingue si posano su “ciascun” apostolo) e totalità (provengono dalla “medesima” sorgente), così che “la separazione delle lingue conferisce un’identità particolare a ogni discepolo, legata a un dono che gli è proprio, ma senza essere separato dagli altri” (D. Marguerat). Paolo rifletterà su tale esperienza, sottolineando che i carismi, nella loro diversità, se sono veramente autentici devono essere a servizio della comunione ecclesiale (cfr. 1Cor 12-13).

UN PARLARE MISSIONARIO

Il dono dello Spirito non corrisponde però, come alcuni vorrebbero, alla “glossolalia”, cioè ad un parlare estatico, quanto piuttosto alla capacità di parlare “in altre lingue”, dando così la possibilità agli apostoli di farsi capire da tutti. Come giustamente sottolinea G. Rossé, si tratta di un parlare missionario, espressione di una Chiesa che è anzitutto evento comunicativo accessibile a tutti, nessuno escluso. Il contenuto di tali parole verrà svelato al v. 11, laddove leggiamo: “… li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”, affermazione che riecheggia i cantici di Maria (cfr. Lc 1,46-55) e di Zaccaria (cfr. Lc 1,68-79). La Chiesa non dovrebbe mai dimenticarlo: prima di dispensare chissà quali insegnamenti, la comunità dei credenti è anzitutto chiamata a magnificare l’agire di Dio nella storia della salvezza.

Seconda scena: la reazione stupita della folla

5 Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7 Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8 E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11 Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”. 12 Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: “Che cosa significa questo?”. 13 Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di vino dolce” (At 2,5-13).

Dopo il racconto dell’irruzione dello Spirito, Luca passa a descrivere la reazione degli astanti, reazione importante poiché, grazie ad essa, il narratore può esplicitare ulteriormente il significato dell’evento. È fondamentale notare che, sebbene la folla radunata fuori dalla casa sia cosmopolita, è pur sempre una folla composta da giudei, a conferma del fatto che il popolo di Israele mantiene comunque un posto di rilievo nella storia della salvezza. Lo stupore della folla rientra nel cliché tipico delle teofanie dell’Antico Testamento, a conferma della straordinarietà dell’evento accaduto.

UNO SPIRITO UNIVERSALE

L’elenco dei popoli ai vv. 9-11a, non semplice da interpretare, sembra seguire un moto circolare che va da nord a sud e da ovest a est: insomma, sembra essere stato composto ad hoc per trasmettere ai lettori una sensazione di universalità in riferimento all’azione potente dello Spirito di Dio.

CHE ABITA OGNI CULTURA

Va ricordato che, secondo i Padri della Chiesa, il parlare in lingue suscitato dallo Spirito farebbe da contraltare alla confusione di Babele narrata in Gen 11,1-9. Non sembra però questo l’intento di Luca. Piuttosto, la pluralità delle lingue costituisce una reazione a qualsiasi genere di totalitarismo che cerchi di annullare quella sana individualità indispensabile perché possa crearsi un’autentica relazione. Il vero miracolo della Pentecoste, infatti, è che singoli individui, provenienti da culture diverse, siano in grado di comprendere il messaggio del Vangelo, senza confusione o ambiguità: “lo Spirito può trascendere ogni cultura o piuttosto abitare ogni cultura, per far ascoltare e comprendere le meraviglie di Dio. In altri termini, lo Spirito di Pentecoste fonda la Chiesa come una comunità diversa nella quale la comunicazione universale è un dono” (D. Marguerat). In fondo questa è la grande missione della Chiesa: comunicare all’umanità, senza discriminazioni, la salvezza di Dio.



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