La liturgia, cuore della Chiesa e del mondo
La costituzione Sacrosanctum Concilium (SC) sulla liturgia, promulgata il 4 dicembre 1963, è stata il primo documento offerto dal Concilio alle vive attese della Chiesa e del mondo intero. Non si è trattato solamente di una “apertura” cronologica. La SC ha mostrato il cammino e offerto un metodo ai padri conciliari. Il discorso della SC s’ispira e si alimenta alla grande “Tradizione” della Chiesa: alla Sacra Scrittura e ai Padri. Ne risulta un approccio teologico che porta a cogliere la Chiesa e le sue strutture, la sua natura e le sue attività, alla luce del “mistero nascosto da secoli in Dio e ora rivelato per mezzo della Chiesa” (cf. Rm 16,25-26; Col 3,4-5. 9 ), a coglierne cioè l’indole “sacramentale”.
La SC vede e sente la Chiesa dal suo stesso cuore che è la liturgia. E concepisce la medesima liturgia, e quindi la Chiesa, non come chiusa in se stessa, ma come aperta all’umanità tutta.
Cuore del mondo, proprio per il mistero che essa contiene, la liturgia trasmette e rappresenta di generazione in generazione il mistero del Cristo morto e risorto per tutti (cf. 2 Cor 5,14s).
IL PROEMIO, “L’INCIPIT” DEL CONCILIO
Il prologo della SC costituisce al tempo stesso l’incipit del Concilio, essendone la “prima parola”! Esso scandisce chiaramente gli scopi del Concilio: promuovereil rinnovamento e l’”aggiornamento” della Chiesa; favorire l’unità di tutti i credenti in Cristo; “rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa” (SC 1). In questa semplice frase sta tutta la materna passione della Chiesa per l’umanità. Il rinnovamento stesso della Chiesa e il suo aggiornamento sono visti in funzione della sua missione, essere “sacramento visibile di... unità salvifica per tutti”(LG 9).
È proprio perché tende a questi finicheil Concilio decide di trattare della liturgia in stretto rapporto con la missione della Chiesa rivolta al mondo intero. Dopo avere dichiarato gli scopi del Concilio, il testo procede, infatti, così: “(Il Concilio) ritiene quindi di doversi interessarein modo speciale anche della riforma e dell’incremento della liturgia” (SC 1). Da notare che il “quindi” della traduzione italiana rende molto bene il nesso causale espresso in latino dalla struttura sintattica della frase. Peccato che non tutte le traduzioni italiane registrino questo dettaglio!
UNA GRANDE “OUVERTURE” MISSIONARIA
Riprendendo quanto dichiarato nel n. 1 e dandone come una spiegazione, la SC prosegue affermando che “la liturgia infatti... contribuisce in sommo grado (summe eo confert ut) a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa”(SC 2).
Questa affermazione, intensa di senso e carica diconseguenze,è poi ripresa nel seguito del n. 2:“In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quellichesono nella Chiesa in tempio santo nel Signore, in abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungerela misura della pienezza di Cristo, nello stesso tempo ein modo mirabileirrobustisceleloro forze perché possano predicareil Cristo;ecosì a coloro che sono fuori mostra la Chiesa come vessillo innalzato sui popoli (cf. Is, 11,12), sotto il quale i dispersi figli di Dio possano raccogliersi (cf. Gv 11,52), finché si faccia un solo ovile e un solo pastore (cf. Gv 10,16).”
È questa la grande ouverture missionaria della SC. E’ questa la concezione della liturgia che anima la costituzione e che ha animato la riforma liturgica da essa scaturita. Questa è la “chiave di lettura” o, se si preferisce, la chiave musicale per cantare la sinfonia della SC.
“CULMEN ET FONS” DELLA MISSIONE DELLA CHIESA
I nn. 9 e 10 riprendono esviluppano ancora più esplicitamente questa concezione della liturgia come cuore di tutta l’attività della Chiesa, il cui movimento di “sistole e diastole” alimenta la vita del mondo intero. Il n. 9 inizia con il richiamo al fatto che la liturgia non esaurisce tutta la vita e tutta l’attività della Chiesa. Tra le “altre attività” viene evocata soprattutto l’evangelizzazione, ossia l’annuncio del Vangelo di Cristo a quanti ancora non lo conoscono: “Infatti, prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e si convertano... Per questo motivo la Chiesa annunzia il messaggio della salvezza a coloro che ancora non credono, affinché tutti gli uomini conoscano l’unico vero Dio e il suo inviato, Gesù Cristo e si convertano”.
Ma poi, subito, con il n. 10, il Concilio dichiara che di tuttele attività della Chiesa, inclusa l’evangelizzazione, la liturgia è culmen et fons: la scaturigine prima e il vertice a cui tende il cammino dell’esperienza cristiana della salvezza. “Poiché il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediantela fedeeil Battesimo,si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore”.
La liturgia, infatti, anticipa già qui sulla terra l’esperienza di quell’incontro con Dio che è al tempo stesso pienezza di vita umana (“santificazione” o “divinizzazione” dell’umanità) e glorificazione di Dio “verso la quale convergono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa” (SC 10).
Questi due movimenti (santificazione dell’umanità e glorificazione di Dio) non sono che due aspetti complementari dello stesso fine: poiché, come scrive S. Ireneo, “gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei” (Adv. haer. 4, 20, 7). E qui homo è tutta l’umanità, tutta la storia umana, tutto l’universo. La conclusione del n. 10, associando il movimento della hominum sanctificatio e della Dei glorificatio come fine ultimo della storia della salvezza, ripete l’affermazione che ad essa la liturgia contribuisce “maxima cum efficacia” (con la massima efficacia)!
E’ su questa prospettiva “liturgica” dell’evangelizzazione, dove il mistero di Cristo e della Chiesa, suo corpo mistico, s’intrecciano e si fondono, che deve fondarsi una missiologia coerente con l’insegnamento del Concilio, ossia con la grande “Tradizione” della Chiesa. Attraverso l’aggancio alla liturgia, la missione viene legata sia al mistero pasquale di Cristo, e così aperta sull’intera umanità, sia alla Chiesa, sacramento della presenza viva di Cristo nella storia del mondo. E ciò attraverso la mediazione di “segni sensibili”, ossia in modo visibile, tangibile, storico, umano (SC 7).
La teologia della SC e la sua antropologia, squisitamente biblica e patristica, si saldano così in una prospettiva cosmica ed escatologica di altezze vertiginose: “quelle cose che occhio umano mai vide, ne’ orecchio umano mai udì, ne’ mai è entrato nel cuore di alcuno di pensare, ma che Dio ha preparato per coloro che lo amano”(1 Cor 2,9).







