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LA LIBERTÀ RELIGIOSA / A 50 ANNI DAL CONCILIO

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Tutti i documenti del Concilio Vaticano II hanno un rapporto complesso con la tradizione teologica precedente: un rapporto di riforma nella continuità ma anche di discontinuità, di valorizzazione degli insegnamenti precedenti ma anche di sviluppo di aspetti nuovi della dottrina.

Questo rapporto è particolarmente complesso per uno dei documenti più importanti e innovativi del Vaticano II, la dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, che tocca molti aspetti del rapporto tra la chiesa e la libertà di coscienza e di religione dei cittadini, e del rapporto tra Stato e Chiesa nella società contemporanea.

IL CONGEDO DALLA CRISTIANITÀ

Dignitatis humanae fu uno dei documenti più difficili su cui trovare un consenso per i padri del Vaticano II, perché la dichiarazione marca in modo evidente il congedo da un periodo molto lungo nella storia della Chiesa, e da un cattolicesimo eurocentrico.

Era un congedo da quindici secoli di storia (a partire dalla “imperializzazione” della chiesa da parte imperatore romano Costantino, nel secolo IV) in cui era evidente un rapporto molto stretto tra chiesa e potere politico, in un sistema noto come “cristianità”, vale a dire un cristianesimo che si fa sistema politico, legale e culturale che non lascia spazi di libertà (o ne lascia di molto limitati) ai non cattolici e non cristiani.

Oltre a questo nodo storico-teologico, al tempo del Vaticano II la questione della libertà religiosa risentiva della questione politica globale del tempo, vale a dire la questione della libertà di religione al di là della “cortina di ferro” che separava il “mondo libero” dal mondo comunista o del “socialismo reale” (Cina, Russia ed Europa orientale) in cui la libertà di religione non esisteva o era fortemente limitata. Ma la questione comunista non era la sola a giocare un ruolo nel dibattito de libertate religiosa.

Vi era anche la questione americana: in un certo senso, Dignitatis humanae è il più americano dei documenti del concilio Vaticano II perché frutto del lavoro (al Concilio, ma anche nel decennio precedente negli Stati Uniti) del gesuita americano John Courtney Murray e dell’esperienza dei cattolici negli Stati Uniti, un paese fondato sul principio della libertà religiosa per tutti i cittadini.

LA DOTTRINA PRECONCILIARE

Dignitatis humanae è una dichiarazione conciliare, ovvero da un punto di vista formale gerarchicamente non al livello di una costituzione conciliare, ma è nondimeno un documento fondamentale.

Il principio della libertà religiosa come diritto della persona (e non della verità della religione professata da quella persona) viene accettato dalla Chiesa cattolica soltanto al Vaticano II con Dignitatis humanae.

Fino al Vaticano II la libertà religiosa dei non cattolici non era presa in considerazione, e il diritto all’esercizio della libertà religiosa era una questione di rapporti di forza. La dottrina tradizionale preconciliare della Chiesa affermava che la piena libertà religiosa era soltanto quella dei cattolici che vivono in paesi cattolici (la cosiddetta “tesi”), e che nel caso in cui i cattolici vivessero in paesi non cattolici era dovere dei governi di quei paesi garantire ai cattolici la libertà religiosa (la cosiddetta “ipotesi”) essendo i cattolici cristiani appartenenti alla vera Chiesa.

IL RITORNO ALLA SORGENTE

Questa distinzione tra “tesi e ipotesi” era fonte di grandi tensioni con le altre Chiese e religioni, ma era soprattutto diventata insostenibile dal punto di vista teologico. La dichiarazione Dignitatis humanae si presenta come un caso di radicale “ressourcement” – di ritorno alle radici del cristianesimo, e in particolare all’esempio di Gesù che lasciò ai suoi la libertà di seguirlo e non fece ricorso alla forza del potere politico per formare la sua comunità.

Ma Dignitatis humanae è anche una messa in questione dell’aderenza del magistero della Chiesa a questo insegnamento di Gesù, specialmente lungo i secoli della stretta alleanza tra Chiesa e potere politico in Europa. Non è un caso che questo documento sia stato quello che sollevò le proteste della piccola minoranza reazionaria al Concilio e sia ancora Dignitatis humanae a spingere lo scisma lefebvriano a definire “eretico” il Vaticano II.

Nonostante il piccolo scisma lefebvriano, a cinquant’anni anni dalla fine del Concilio, oggi, la Dignitatis humanae è uno di quei documenti conciliari diventati più importanti e necessari alla luce dei “segni dei tempi”, per due motivi in particolare.

UNA NUOVA SFIDA: LA BIOPOLITICA

Il primo motivo è la grande diversificazione del paesaggio religioso all’interno delle nostre società. Ai tempi del Vaticano II le società erano molto più coese, monoculturali e monoreligiose di oggi, e la questione della libertà religiosa era primariamente un fatto attinente ai rapporti tra Chiesa e Stato.

Negli ultimi decenni il nostro paesaggio religioso si è complicato e arricchito ovunque, in parte a causa dello spostamento delle popolazioni (con le migrazioni) e in parte a causa del cambiamento dei rapporti tra la Chiesa (o le istituzioni religiose) e la vita di fede dei credenti, che non è più regolata e controllata come un tempo dalla Chiesa. La libertà religiosa è diventata parte del modo in cui i credenti si rapportano non solo rispetto allo Stato ma anche rispetto alla Chiesa. Dignitatis humanae è un documento di capitale importanza nel cammino di accettazione da parte della Chiesa di un concetto moderno di diritti della persona e di libertà.

Ma quello che il Vaticano II non poteva immaginare nel 1965 era l’avvento della “biopolitica”, ovvero di quell’ambito di questioni legate alla vita (nascita, morte, cure, fine e inizio naturale, aborto e contraccezione, ingegneria genetica ecc.) che richiedono decisioni politiche (ovvero, nuove leggi). La moderna “biopolitica” in Occidente investe la Chiesa e la religione negli anni Settanta, circa un decennio dopo il Vaticano II, e sconvolge i tratti del rapporto tra legge dello Stato e morale religiosa.

Un esempio recente di questo nuovo sistema di rapporti tra legge e religiose si vede oggi negli Stati Uniti d’America, dove il punto di frizione più sensibile tra la Chiesa cattolica e la presidenza di Obama è la nuova legge di riforma del sistema sanitario che richiede a tutti i datori di lavoro (salvo poche eccezioni) di garantire ai lavoratori l’accesso alle cure mediche, comprese quelle procedure che per la Chiesa cattolica sono immorali (specialmente contraccezione e aborto). I vescovi americani si appellano alla libertà religiosa facendo ricorso più al concetto legale-costituzionale di “religious liberty” che al concetto che si trova in Dignitatis humanae. Ma non vi è dubbio che il caso americano sia parte del contesto in cui va esaminata l’importanza della dichiarazione conciliare a cinquant’anni dalla fine del Concilio.

UN DIRITTO FONDANTE  DEGLI ALTRI

Il secondo motivo che rende Dignitatis humanae più importante oggi che cinquant’anni fa è lo scenario globale del rapporto tra politica e religione.

La “rivincita di Dio” si avvia in Medio Oriente negli anni Settanta, fino a culminare con la rivoluzione khomeinista nel 1979 in Iran. Il fenomeno dell’islamismo militante armato emerge a livello globale tra gli anni Ottanta e porta fino all’11 settembre 2001.

Oggi i paesi in cui i confini incerti delle guerre civili passano anche per le identità religiose sono molti, tra l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia. Da una parte v’è da considerare che i cristiani e i cattolici sono vittime di questi conflitti e soffrono persecuzioni o deportazioni o devono fuggire da terre che hanno abitato fin dall’alba del cristianesimo (come in Siria e Iraq).

Dall’altra parte l’insegnamento della Chiesa cattolica sulla libertà religiosa è uno di quegli elementi che provengono dal Vaticano II che impedisce al cristianesimo di diventare vittima dell’ideologia religiosa fondamentalista.

Il diritto alla libertà religiosa e di coscienza è diritto fondante degli altri diritti di libertà e il lavoro della Chiesa cattolica come agente globale della difesa di questo diritto ha fatto del cattolicesimo e del papato un agente morale sulla scena mondiale.



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