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L’enciclica Laudato sì (LS) è il primo documento sociale di papa Francesco. È anche la prima volta che la dottrina sociale della Chiesa si cimenta in una riflessione così articolata sulla crisi ecologica. La creazione è proclamata “casa comune”, in cui si vive un’autentica fraternità e comunione con ogni realtà creata.

Emergono due questioni etiche fondamentali: la necessità di superare la cultura dello scarto e di promuovere l’ecologia umana.

Siamo sommersi da rifiuti. La terra sembra trasformata in un deposito di immondizie e molte scelte si sono rivelate irreversibili sulla vita delle persone. È la logica della cultura dello scarto, “che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura” (n. 22). Il criterio etico che emerge è quello dell’usa e getta. Le persone finiscono per essere ridotte a oggetti. L’enciclica approfondisce anche il concetto di “ecologia umana”. L’espressione fa riferimento alla cura dell’uomo “contro la distruzione di se stesso” (n. 79), ma apre ad una visione dove l’umanità è pensata in termini di “uscita”. La cura di sé è diventata l’ossessione del nostro tempo: l’esito è un addestramento al dispotismo e all’indifferenza.

Così, “il deterioramento etico e culturale” (n. 162) accompagna quello ecologico. Molti problemi sociali, infatti, sono in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con la crisi dei legami, con la difficoltà a riconoscere l’altro. Pertanto, la conversione ecologica è urgente: “una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi” (n. 197).

Se è vero che è sempre possibile sviluppare una nuova “capacità di uscire da se stessi” (n. 208), la prima trasformazione è quella interiore. LS invoca uno sforzo di formazione delle coscienze alla gratuità.

I problemi sociali possono avere risposte adeguate solo tessendo reti comunitarie, non cercando l’interesse particolare. Per questo la conversione ecologica è anche comunitaria. L’enciclica più che no global – come hanno diagnosticato alcuni giornali – è un inno alla creazione.

Non mancano le denunce nei confronti di problemi sociali derivanti dall’individualismo: l’aumento dei migranti che fuggono dal degrado ambientale e che rivelano una scandalosa globalizzazione dell’indifferenza; i conflitti per il controllo dei beni comuni, come l’acqua; scenari favorevoli al sorgere di nuove guerre, “mascherate con nobili rivendicazioni” (n. 57); “il salvataggio ad ogni costo delle banche” (n. 189), facendo pagare il prezzo alle popolazioni; la debolezza di accordi internazionali.

In gioco è il modello di sviluppo. Va ripensato. La stessa decrescita non è un’eresia economica, ma un nuovo modello relazionale con la creazione, perché ne ascolta i ritmi e i tempi.

All’orizzonte si prospettano due modelli di missione.

  • Da una parte, “entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune” (n. 3), in quanto responsabilità di tutti, non solo dei credenti. La fede cerca alleati per salvare il pianeta.
  • Dall’altra, è tempo di scelte coraggiose.

Non si deve necessariamente conciliare cura per il creato e rendita finanziaria. “Le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro” (n. 194): si tratta di ridefinire il progresso, poiché uno sviluppo tecnologico ed economico che non migliori il mondo, non può dirsi tale. Con buona pace dei moderati che, in questo campo, oltre a portare acqua alla mediocrità, sponsorizzano l’eutanasia del pianeta. La conversione ecologica esige anche stili di vita alternativi.

La missione tocca il modo di abitare il mondo. Da servitori di casa.



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