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In ottobre si aprirà nella Chiesa il “tempo di grazia” di un “Anno della Fede”, in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e del ventennale della pubblicazione del Catechismo post-conciliare. Numerose iniziative vengono proposte in tutti gli ambienti ecclesiali per celebrare quegli avvenimenti e per approfondire la nostra fede. Dopo tanti anni di celebrazioni e manifestazioni religiose, spesso di massa e vistose, un “Anno della Fede” sembra riportarci alle radici delle nostre convinzioni religiose, forse motivato dal preoccupante allontanamento o abbandono di grandi settori sociali, sopratutto giovanili, dalle pratiche liturgiche e catechetiche della Chiesa.

Il rischio è però di ridurre quest’anno a una serie di eventi religiosi, per dimostrare una certa vitalità ecclesiale, per riaffermare una dottrina religiosa oggi messa in discussione in vari aspetti dalle inedite sfide del nuovo millennio o per richiamare a una maggior uniformità della disciplina ecclesiale in tempi di un certo “libertinaggio”. Il Concilio è stato un’irruzione dello Spirito, che ha voluto mettere la Chiesa sulla strada di una maggior fedeltà al suo Signore, all’alba di una nuova era dell’umanità.

La visione profetica dei Padri Conciliari, 50 anni fa, ha offerto la luce per capire i tempi attuali e aprire la Chiesa a una nuova relazione con le sfide storiche, religiose, culturali e sociali che oggi contrassegnano le diverse regioni del pianeta. Anche se con una certa timidezza è emersa nel Concilio la necessità di una “Chiesa povera, dei poveri”. La fedeltà a Cristo ci chiama, infatti, a riconoscere che l´impatto della presenza, del messaggio, dell’azione e del progetto del Regno di Gesù ha incontrato eco e adesione nei poveri d’Israele, e poi, con l’opera missionaria dei discepoli, nei poveri delle varie aree geografiche e culturali dove il Vangelo è attecchito. I continui scontri per motivi religiosi di Gesù con le autorità, coi farisei, con gli scribi, coi dottori del tempio… non facilitavano la conversione. La missione di Gesù sembra così lontana dalla missione della Chiesa oggi!

Forse la Chiesa che ha compiuto più sforzi per applicare lo spirito del Concilio è stata quella latinoamericana, che si riunì a Medellín (Colombia, 1968) e poi a Puebla (Messico, 1979) per orientare la sua missione pastorale secondo l’opzione per i poveri, sotto la guida di un significativo gruppo di vescovi che nel Concilio avevano sottoscritto il “Patto delle catacombe”, affermando la volontà di tenersi lontani dagli onori sociali, dai “dolci inganni” delle ricchezze e dalle manifestazioni di potere che soprattutto il Medioevo europeo aveva impresso nella Chiesa universale.

Quarant’anni fa in America latina ha mosso i primi passi, coi pregi e le debolezze di ogni sforzo e ricerca iniziali, ma con la profezia dei tempi nuovi, una riflessione che si è chiamata “Teología della Liberazione”. Una teologia che ha messo al centro la povertà, le ingiustizie, le schiavitù, i poteri oppressori, le emarginazioni, le profonde sofferenze e il martirio che da secoli segnano l’America Latina, non poche volte con la complicità della stessa Chiesa.

Nel dopo Concilio si è verificata un’importante svolta nella pratica pastorale e nella teologia della Chiesa del “Continente della speranza”: i poveri si sono sentiti e sono stati Chiesa, il loro impegno di fede è stato deciso ed entusiasta, i giovani hanno trovato un profondo senso della vita, il cambiamento sociale è divenuto esigenza della fede, il martirio ha sparso sangue in ogni paese dell’America latina e dei Caraibi.

Oggi, purtroppo, la Chiesa dell’America latina non mostra la stessa vitalità e il medesimo orientamento di alcuni anni fa. La fede inculturata e impegnata nelle dolorose realtà del popolo ha perso la dimensione profetica dei decenni scorsi. Questa situazione sarà oggetto di riflessione e discernimento nel Congresso continentale di teologia che si terrà dal 7 al 13 ottobre a Sao Leopoldo, in Brasile, per rilanciare lo spirito conciliare.

È il momento di accendere “il fuoco che accende altri fuochi” (san Alberto Hurtado), perché la fede, come ci avverte l’apostolo Giacomo, senza le opere, è morta (2, 14-26).

Aysén (Cile), 7 agosto 2012.



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