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Interventi e risposte dopo l’intervento di mons. Teissier

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Alla relazione di mons. Teissier hanno fatto seguito gli apporti di Enzo Bianchi e Massimo Toschi, collaboratori di Missione Oggi (pubblicati a parte) e numerosi interventi liberi: riportiamo le parti principali e le risposte di Mons. Teissier.

Non esiste un dialogo islamo-cristiano fuori della vita delle persone. L’incontro deve cominciare dai loro problemi concreti.

È importante far conoscere “esperienze di vita”: di collaborazione tra cristiani e musulmani, di impegni portati avanti insieme, di amicizia.

Invitiamo i nostri amici, di tutti i climi e di ogni religione, a comunicarci le loro esperienze di “dialogo della vita”: Missione Oggi mette le sue pagine a disposizione per farle conoscere.

QUALE DIALOGO CRISTIANI-MUSULMANI IN ITALIA?

Vorrei chiedere a mons. Teissier alcune linee di dialogo, che possiamo cominciare a percorrere come chiesa italiana con i fratelli musulmani qui in Italia.  In Algeria, avete una chiesa senza fedeli, lei ci ha detto,  ma con un popolo.  Noi invece abbiamo una chiesa numerosa, e in questo tempo siamo a contatto con molti fratelli musulmani, che spesso sono gli uomini e donne emigrati dalla zona del Maghreb. 

Adesso il nostro problema, a parte la prima accoglienza, è di riuscire a costruire delle occasioni di convivenza.  Per alcuni aspetti, anche grazie (o malgrado) alcune trasmissioni televisive, viviamo ancora con l’immagine stereotipata di fratelli musulmani che ci definiscono infedeli e con i quali il dialogo sembra davvero molto difficile. Mi auguro, dunque, di ricevere dalla chiesa di Algeria qualche indicazione per la chiesa italiana e anche per quanti di noi stanno cercando di aiutare la società a vivere in modo migliore il contatto e anche la convivenza tra questi diversi popoli nel nostro paese.

  • (Federica Cacciavillani)

Grazie, perché è vero che io ho parlato della chiesa d’Algeria e della mia esperienza, ma adesso bisogna arrivare alla “vostra” fedeltà. Ritengo che non esista un dialogo islamico-cristiano fuori della vita delle persone: noi, in Algeria, siamo impegnati, in questo dialogo, nella particolare situazione di essere  una minoranza e di un crescente sviluppo del fondamentalismo.

Voi dovete vivere l’incontro con i musulmani a cominciare dai loro problemi concreti legati all’immigrazione (permessi di soggiorno, casa, lavoro, ecc.): come esseri umani, bisogna incontrare l’altra persona sul terreno concreto, dove c’è qualcosa da fare assieme. Attraverso questo impegno, a poco a poco, si può sviluppare una relazione umana; e questa relazione umana può allargare il confronto sulla vita, su Dio, sulla religione, sulla fedeltà alla coscienza umana, sul rapporto fra religione e stato ecc.   Penso, quindi, che il  primo passo sia questa fedeltà ai bisogni delle persone; il secondo passo è la costruzione di un rapporto umano. Solo dopo, se il ponte si sviluppa, possono nascere gruppi di incontro. 

Vorrei richiamare la situazione degli emigrati in Francia, perché questo avviene da più   tempo. Due mesi fa è uscito un libro, in francese, scritto da un marocchino e da un sacerdote: Cristiani e musulmani, abbiamo tante cose da dirci. Il musulmano che lo ha scritto è professore di sociologia all’Università di Parigi: ha spiegato che la sua evoluzione proviene dalla relazione che aveva da bambino con il prete del quartiere popolare, dove viveva a quel tempo.  Ha influito poi il rapporto con i ragazzi cristiani incontrati nel movimento della gioventù  della parrocchia. Tutto questo gli ha dato fiducia nella chiesa, o almeno in alcune persone della chiesa. L’importante è notare come i primi incontri di fiducia abbiano potuto contribuire a stabilire un rapporto di fiducia.  

Ora ci sono centinaia di “gruppi di incontro inter-religioso” in Francia, mentre dieci anni fa non esistevano. L’ultimo intervento su quest’argomento - riportato cinque giorni fa dal quotidiano Le Monde - è di un esponente musulmano che vive in Svizzera. In sostanza, dice: “I giovani musulmani chiedono ai movimenti di gioventù cristiani di cercare un cammino d’incontro”.  Prima questo non esisteva. So che rimangono molte difficoltà nei quartieri popolari con la droga, con persone non integrate nella società, ecc. Tuttavia, l’incontro è possibile. E mi auguro che, con il passare del tempo, avvenga su un terreno sempre più profondo.

VALORIZZARE LE ESPERIENZE DI CHI HA LAVORATO IN ALTRI PAESI

Quale convivenza dei popoli nella vita quotidiana, nel sociale, nel politico e nel religioso?  Faccio questa domanda perché sono ormai più di 25 anni che lavoro nella Repubblica  Centrafricana, dopo aver lavorato anche in Ciad e in Camerun. Quando partii per la prima volta nel 1966, pensavo che avrei lavorato “per loro”. Dopo alcuni anni compresi, invece, che dovevo lavorare “con loro”. Noi crediamo ai maestri “quando sono testimoni”, altrimenti sono solo parole. E mons. Teissier oggi ci ha dato questa testimonianza.

La ragione della mia domanda sta nel fatto che trovo difficoltà a creare questa convivenza qui in Italia, dove sono rientrata l’anno scorso dopo il colpo di stato in Centrafrica. Non so se sono io che non riesco a capire o che non  voglio capire, ma alcune volte trovo tanta arroganza nella gerarchia. Il Papa dice “Aprite le porte al Redentore”;  perché, allora, ci sono ancora tante inquisizioni? 

Una terza  osservazione:  nessuno è perfetto, d’accordo, tuttavia credo nel grande comandamento di Cristo “Ama il prossimo tuo come te stesso”.  E questo comandamento non ha frontiere, né di colore, né di cultura, né di religione.  In Africa, ho sentito parlare i poveri: loro parlano “con Dio”; invece noi, spesso, parliamo “di Dio”. Allora, penso che questa convivenza con i popoli dobbiamo farla qui, dove siamo. Non so se anche voi, alcune volte, avete incontrato le mie stesse difficoltà di vita quotidiana nel sociale, nel politico e nel religioso.

  • (Anna Piatti)

Grazie signora Anna, grazie per il suo impegno in Africa. Vorrei partire dalla sua testimonianza per parlare della relazione con quelli che hanno lavorato nel Sud del mondo.  La signora vi ha lavorato per 25 anni, sono sicuro che esistano altre persone che, come lei,  hanno lavorato in altri paesi.  Penso che dobbiamo approfittare maggiormente della loro esperienza nelle parrocchie, nelle società, nelle riviste. 

Alla conferenza stampa di stamattina, ho parlato di una signora italiana, Anna Maria Colombo, che adesso sta a Milano, ma che ha lavorato per 35 anni in un’oasi a 1.400 chilometri da Algeri. Negli ultimi tempi, era la sola cristiana in questa oasi.  Lavorava con le donne: per queste donne era “la chiesa”. Oggi vive in una città italiana e non so che possibilità abbia di condividere la sua esperienza con la chiesa di qui. Stamattina c’era qui un sacerdote di Torino, che ha lavorato sei anni con noi in Algeria e, fra il pubblico, si trova in questo momento un altro prete che ci raggiungerà il prossimo settembre.

Ritengo che si debba trovare il cammino per trasmettere queste esperienze di vita. Certamente, il rapporto fra cristiani e musulmani in Africa non è lo stesso che in Italia. Tuttavia, la conoscenza di quello può aiutare a instaurare un autentico rapporto anche qui, in Italia. Un amico algerino, che si trova in quest’aula, mi ha detto: “Abito a Bergamo e con  altri stiamo cercando di rendere possibile questo incontro”. Lo invito dunque ad intervenire. La sua potrebbe essere una risposta molto valida alla domanda.

LA PRASSI CONCRETA, TERRENO DI INCONTRO

A dire la verità, oggi io sono qui per caso. Essendo laico, cioè non praticante di nessuna religione, trovo che il terreno di incontro tra tutte le religioni sia la prassi concreta.  Da dieci anni mi occupo di immigrazione in Italia e ho avuto modo di capire che dalla “identità” non si può  arrivare alla fratellanza, perché quella di per sé è chiusura e quindi esclusione: a quel livello si pongono  problemi di ordine “dogmatico”, sia per il cristiano che per il musulmano, mentre si tratta di un problema sociologico, di convivenza tra i popoli. Partirei quindi dall’individuo: è lui che deve stabilire un equilibrio fra sé e il contesto, l’ambiente. La responsabilità è allora il principio di base: e cioè bisogna rifondare la società, sulla base di individui responsabili dei propri gesti. L’individuo farà dunque prevalere la sostanza sul contenitore.

Per quel poco che vi conosco, so che siete capaci di accettare una critica. Vi confesso quindi che, avendo conosciuto la realtà italiana in fatto di immigrazione, ho trovato degli organismi cristiani che favoriscono le componenti della società più vicine a loro:  questo può sembrare un cristianesimo “di bottega”, cioè un militare per il proprio gruppo. Bisogna valutare se i gesti che facciamo per la nostra identità, per il nostro ego, arrivano da Gesù Cristo. E la stessa valutazione vale per i musulmani che uccidono.

Sempre sull’immigrazione, un’ultima considerazione: purtroppo, quando vengono a mancare i canali di comunicazione positivi, cioè quelli che alzano la qualità della vita e dei rapporti tra i popoli, si instaura una forma di integrazione al ribasso (l’attrazione del consumismo sfrenato, la guerra ecc.): di conseguenza, si amplificano i contrasti fra le differenze. Ma siamo realmente differenti? Io che ci provo ad essere utile all’umanità con il mio impegno nel settore dell’immigrazione o la signora che ha lavorato a lungo in Africa ed è intervenuta prima, siamo così diversi?

  • (Ait Kaci Momo, algerino)

CON LA GENTE IN FUGA NEL KIVU

Sono un missionario saveriano di Uvira, in Zaire.   Mentre mons. Teissier parlava, mi venivano in mente alcune situazioni vissute nel mese che ho passato immerso nella gente in fuga  da Uvira, lungo il lago Tanganica: eravamo centomila persone, zairesi e profughi rwandesi e burundesi. Ricordo quando abbiamo passato varie barriere di militari zairesi, che ci hanno derubato di tutto, e quando siamo stati fermati dalla barriera delle milizie locali, che si ritenevano invulnerabili a causa di una speciale medicina: ci minacciavano con i loro coltelli, eravamo tre missionari, ci mettevano i machete alla gola, decisi ad eliminarci.  Ci ha salvati un ministro protestante zairese della zona: “No, non potete ammazzarli - diceva ai miliziani - questi sono pastori buoni che seguono le loro pecorelle. Se le loro pecorelle moriranno, essi sono disposti a morire insieme”.  È stato lui a salvarci.

Ricordo le notti lungo il lago, nella paura comune dei “Banyamulenghe” che venivano avanti sparando in tutte le direzioni e non si sapeva dove nasconderci.  Una sera, mentre in una capanna si cercava di dormire, sentivo le mamme che gridavano i nomi dei loro figli, era una scena straziante.  Un bambino si chiamava “Amani”, che in lingua swahili vuol dire “Pace”.  Per una buona mezz’ora questa mamma gridava “Amani, Amani”: sentivo anch’io una forte voglia di gridare: Pace, Pace per tutti noi!.

Quando, insieme alla gente, potemmo fare ritorno alle case, un cristiano del luogo ci ha dato un posto sulla sua piroga.  Mentre remava sul lago Tanganica, cantava gli inni religiosi  di sua conoscenza: mi sembravano i salmi del ritorno a casa, mi sembrava di passare il Mar Rosso...

Il poeta francese Charles Peguy si interrogava: “La fede ha costruito le cattedrali, la carità ha costruito le scuole, gli ospedali... e la speranza? La speranza - rispondeva - è una piccola bambina: la mattina si alza, dice buon giorno a tutti col sorriso, va a scuola salutando tutti per la strada... torna a casa, fa i suoi servizi e poi va a letto dando a tutti la buonanotte”.  È bello vivere questa speranza.  Ricordo quando la mattina, dopo essere scappati attraverso i campi, si giocava con i bambini per negoziare qualche mango già maturo sugli alberi. Erano i bambini stessi a volersi relazionare con noi, ci volevano consolare perché ci vedevano preoccupati.

Che il Signore benedica l’Africa, a cui ci unisce non solo l’amore e la missione, ma anche la sofferenza in cui sta passando. Molte strutture ecclesiali sono state distrutte, ma è rimasta la chiesa vera, quella di cui ci parlava mons. Teissier: quella delle relazioni, quella della gente che si fa solidale, quella che lavora per la riconciliazione e semina speranza.

  • (Nicola Colasuonno)

Vorrei ringraziare il P. Nicola per questi legami che esistono tra chiese e popoli,  sono segni di speranza. Noi abbiamo in Algeria una piccola comunità di suore dello Zaire, della regione di Goma, dove sono iniziate le difficoltà. Una di queste suore si trovava, proprio allora, nel suo villaggio ed è tornata ad Algeri con lettere dei sacerdoti della sua parrocchia che esprimevano la loro solidarietà con noi.

Vorrei richiamare l’esempio di queste suore dello Zaire, sono una congregazione che lavora nel campo sanitario. All’inizio della crisi in Algeria c’erano anche due suore europee con loro, ma la polizia ha detto che dovevano partire, mentre le tre suore dello Zaire hanno potuto fermarsi.  Dopo alcuni mesi la polizia ha detto che non  poteva garantire sicurezza a queste suore e che dovevano anch’esse partire. Ho telefonato alla madre generale ed abbiamo deciso che partissero il venerdì: le ho chiamate il mercoledì, per un’ultima celebrazione di saluto, ma ho trovato che non avevano per nulla preparato la partenza.  Ho detto loro che c’era in Algeria un padre zairese e che almeno si trovassero il venerdì con quel padre, per discernere sul da farsi.   Sono andato  a parlare con quel padre,  mi ha risposto: “Non vogliono partire, hanno deciso di restare con la gente”. E si sono fermate con la gente. Dopo un anno,  la polizia  è intervenuta,  ha prelevato le suore e le ha portate da noi in Algeri.  Ma esse, dopo una settimana, sono tornate nella loro casa: dapprima per un giorno, dopo due settimane sono tornate due giorni, e finalmente dopo due mesi sono tornate a vivere nel loro posto di servizio: senza l’autorizzazione della polizia, senza l’autorizzazione degli ordinatori, senza l’autorizzazione della madre generale, senza l’autorizzazione dell’Arcivescovo che sono io... 

Queste suore erano la comunità più vicina ai padri trappisti e avevano l’abitudine di andare alla loro casa per il ritiro...  Una nota umoristica dei monaci di Tibhirine, che mi viene in mente a proposito del P. Nicola, che ricordava come non sapessero dove nascondersi. I padri trappisti si erano detti all’inizio delle difficoltà: “Se viene il gruppo armato non deve finire tutto, quelli che possono scappare devono scappare”. Così quando il gruppo armato è venuto la prima volta, ha trovato sei padri, due invece  si erano nascosti in un barile inutilizzato.  Bisogna però prevedere tutto...  perché dopo mezz’ora il gruppo armato è ripartito, ma i due che si trovavano nel barile non lo sapevano. Pensavano che gli altri fossero morti e aspettavano...  Il gruppo era venuto alle otto e mezza, alle nove era ripartito.  I due, dentro il barile, alle nove e mezzo aspettavano, alle dieci aspettavano, alle undici aspettavano... Alle dodici e mezza, dato che era la notte di Natale, hanno sentito il campanile e allora sono finalmente usciti per andare alla celebrazione del Natale...

UNA RIVISTA “POPOLARE” DI ESPERIENZE DI DIALOGO

Ho fatto due anni in Burundi nel lontano 1968.   Ho il pallino delle proposte concrete. Mi pare che il dialogo cristiano-musulmano sia molto profondo, molto bello e per questo debbo ringraziare il Signore; ma mi sembra che per il momento si ponga a livello di persone con un certo livello di cultura e di studi. Allora, mi domando: non  si potrebbe fare una rivista italo-algerina o cristiano-musulmana con uno-due numeri all’anno, che possa cominciare a “raccontare” questo discorso, senza nessuna pretesa, in modo semplice e popolare, accessibile a tutti? (Oreste)

La proposta è importante e  va presa sul serio. Però prima  vorrei chiarire: il dialogo non esiste solo a livello alto, ma a tutti i livelli,  anzi spesso i poveri sono più coraggiosi  di quelli che hanno fatto alti studi e possono scappare e andare in un  altro luogo.  Per esempio,  i monaci avevano due livelli di dialogo: innanzitutto il dialogo con i contadini che lavoravano con loro;  in questo momento sono loro che, abitando vicino al monastero, gli fanno la guardia, cosa che può essere molto pericolosa per loro, perché i gruppi  armati sono ancora nelle vicinanze.  I monaci avevano anche un dialogo con persone specialiste della realtà musulmana:  questi da due anni non si erano più fatti vedere, la situazione era pericolosa e stavano alla larga. Voglio dire che al livello più alto  di dialogo ci sono i contadini,   non quelli che hanno più cultura.

A proposito della sua proposta di una rivista “popolare” sulle relazioni tra cristiani e musulmani:  ho un amico, giornalista algerino che attualmente si trova in Europa  ma che a fine giugno tornerà in Algeria:  ha in mente proprio una rivista del genere, cioè rivolta a dare delle informazioni con e per la gente comune. Penso che bisogna cercare di concretizzare questa rivista, potremmo farla magari con Missione Oggi...

HENRI TEISSIER.



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