IL TEMPO DELLA MEMORIA
Mio padre era qualcosa di più di un semplice artigiano; aveva il compito di caricare e controllare il funzionamento dell’orologio della piazza principale della sua città.
Prima di aprire bottega, ogni mattina si infilava dentro la porta della torre veneta sulla quale due mori scandivano i quarti, le mezze e le ore dai tempi della Serenissima.
Non mi ha mai raccontato che cosa ci fosse dentro, quali complicati e magici bilanceri, ruote dentate, pesi e contrappesi fossero là custoditi.
Conservo ancora una foto che lo ritrae mentre esce da quella torre, dopo aver compiuto questo suo pagano rito quotidiano, come un sacerdote che si è recato a pregare la sua strana divinità con un atteggiamento complice, quasi compiaciuto di sapere che quell’entità ha bisogno di lui per esistere agli occhi e alle orecchie della gente.
Mi è sempre piaciuto pensare a lui più che ad un moderno Chronos, come ad un alchimista praghese che proprio perché governava il segreto del tempo, aveva un potere immenso sulle persone: ordinava loro il risveglio mattutino, controllava la durata delle loro attività ed indicava loro il tempo del riposo notturno.
Da lui, in fondo, dipendeva il tempo pubblico che segnava i ritmi della vita quotidiana a tutta la comunità cittadina. Ma come artigiano, riparava privatamente anche gli orologi dei suoi clienti: le sveglie da comodino e le pendole da parete. Così il suo potere si estendeva enormemente, perché decideva delle scansioni temporali della vita familiare, ma anche permetteva ad ognuno di entrare in sintonia con i suoi simili.
Il fatto è che nella sua bottega non c’era un solo quadrante su cui le lancette segnassero la stessa ora o minuto nello stesso momento; era come se le piccole macchine da polso o da tavolo, si ribellassero al grande tempo ufficiale pubblico, si prendessero gioco di lui e del suo sacerdote.
Quelle preziose individualità meccaniche decidevano autonomamente il loro tempo e quando le due belle pendole di radica, collocate a destra e a sinistra del banco da lavoro, come austeri guardiani, in perfetta sintonia con l’orologio della torre della piazza, stavano per scandire la loro monotona verità, tutti gli altri piccoli oggetti meccanici prendevano vita e si divertivano facendo in modo che le loro lancette e suonerie arrivassero sempre prima o sempre dopo quei rintocchi.
Quei maldestri oggetti meccanici accompagnavano così il tempo della giornata di lavoro di un uomo ricurvo sotto una vivida lampada opalescente, intento a muovere le sue mani con gesti misurati, impercettibili, tra pinze, lime, minuscoli cacciaviti, con un binocolo sospeso nell’incavo oculare, come un terzo occhio che aiutava a scomporre e rimontare, con pazienza contadina e precisione di un chirurgo, quei piccoli arti meccanici, per ricondurli al loro destino disciplinato.
Ma non so se mio padre abbia avuto notizia di un certo principe Haroun al Rashid, che nell’807 d.C., inviò a Carlo Magno, tra gli altri regali, proprio un orologio, frutto di una nuova e prodigiosa arte meccanica che lui, moderno artigiano, continuava a onorare con silenziosa dedizione.






