IL SINODO PANAMAZZONICO UN ANNO DOPO / INTERVISTA A JUSTINO SARMENTO REZENDE
A un anno dall’Assemblea speciale del Sinodo per la regione amazzonica, che cosa ha rappresentato per lei, che vi ha partecipato fin dall’inizio, il processo sinodale?
Per me è stata una grande sorpresa partecipare in questi due anni al processo sinodale, sinodale in questo nuovo senso di lavorare insieme, con persone che non avevo mai visto, su temi cui non avevo mai pensato, rappresentando anche, come indigeno, una popolazione panamazzonica, col suo grido e i suoi molti sogni. Anche per pensare e sognare una Chiesa con un volto amazzonico, con un volto indigeno. Per me è stato un momento di enorme crescita personale, come indigeno, prete e religioso. Mi ha scosso, nel senso che non ero preparato a dare un contributo di grande qualità ad un processo di tale portata. È stato un evento importante nella mia vita, un’opportunità anche per rielaborare i momenti di fallimento e per rialzarmi. È stato un momento che considero un miracolo della vita, della storia della Chiesa. Partecipandovi ho imparato più di quanto ho insegnato.
Quali progressi ritiene siano stati fatti in quest’anno di processo post-sinodale e in che misura la pandemia da Covid-19 l’ha condizionato?
Io, come tutti quelli che hanno partecipato al Sinodo, non vedevo l’ora di metterlo in pratica. Prima di tutto condividendo quanto avevo vissuto durante le tre settimane trascorse a Roma. Ho potuto farlo nella nostra assemblea pastorale diocesana, dove, col vescovo, dom Edson Damian Tasquetto, e suor Mariluce Mesquita, abbiamo trasmesso i risultati del lavoro, raccontando le nostre esperienze personali. Poi è arrivata questa pandemia di Covid-19 e ha paralizzato tutti i programmi, gli incontri, che qui in Brasile erano già programmati, dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) e dalla Conferenza dei religiosi del Brasile (Crb). Se non avessimo avuto il Covid-19, il clima sarebbe stato diverso, perché eravamo ancora al culmine delle discussioni di quei temi più caldi, come i ministeri, che erano stati approvati, e poi è arrivata l’esortazione apostolica Querida Amazonia, presentando in un altro modo ciò che abbiamo vissuto, sognato e i vescovi hanno approvato. Credo che dopo questa pandemia, riprenderemo lo spirito sinodale con più forza, con più coraggio. Allora erano sogni, oggi andremo a dire che sono realtà, che dobbiamo lavorare per mettere in pratica gli orientamenti emersi al Sinodo e nell’esortazione apostolica post-sinodale, dove sono già delineati gli orizzonti della presenza della Chiesa nella regione panamazzonica.
Qual è la reazione dei popoli indigeni all’Assemblea sinodale e all’esortazione post-sinodale Querida Amazonia?
Nella regione del Rio Negro, dove lavoro, vedo che i popoli amazzonici, i nostri fratelli, parenti, cognati, continuano a nutrire grandi aspettative. Credo che questa pandemia ci faccia imparare un ritmo di lavoro, a sognare insieme e a mettere in pratica alcune cose importanti che abbiamo studiato, non solo a livello regionale, ma anche con altri. Le popolazioni indigene, come ha detto Papa Francesco, hanno ancora molte opportunità per contribuire al bene della Chiesa. Quando parliamo di un volto indigeno, un volto amazzonico, vogliamo sottolineare proprio il fatto che i nostri popoli hanno un grande contributo da dare all’arricchimento della nostra Chiesa. È importante non perdere il ritmo del nostro lavoro, sapendo che oggi abbiamo una Chiesa più vicina a noi attraverso il Sinodo, attraverso la collaborazione di tutti, di tutte le comunità e le diocesi. Questo è qualcosa che ci appartiene, che è uscito da noi e a noi ritorna, e noi abbiamo la responsabilità di mettere in pratica le azioni necessarie per il rinnovamento delle nostre comunità e delle nostre parrocchie.
Dopo la fine di questa pandemia, vedremo come ci esprimeremo nella nostra regione amazzonica brasiliana, che conta molti gruppi di riflessione, e nell’intero Brasile. Vedo che c’è un interesse della Chiesa anche a livello internazionale, un’attesa di sapere come daremo seguito a quanto è stato approvato dal Sinodo e a quanto è stato indicato dall’esortazione apostolica. Ho molta fiducia che riusciremo a fare passi avanti grazie ai progressi nella partecipazione delle comunità, dei leader, anche nel movimento indigeno, in direzione della difesa dei diritti umani, del bene comune delle comunità, delle organizzazioni indigene. Credo che questo aiuterà la discussione. Le sfide non sono solo a livello interno della Chiesa, ma anche in altri spazi di dialogo. Per esempio, ora nel campo della politica mi confronto con i candidati alle prossime elezioni amministrative che condividono le conclusioni del Sinodo, sulla questione dell’educazione, dell’ecologia, della valorizzazione delle culture dei popoli originari. È importante entrare pure in questo campo, anche se non siamo tutti ben preparati, ma in ciò che comprendiamo è bene influenzare la politica e l’economia. È una sfida sempre più rilevante per me studiare questi altri campi per contribuire meglio. Perché non ha senso criticare, ma bisogna offrire un apporto, indicando percorsi per le nostre amministrazioni comunali. Molti dei candidati sono i nostri stessi leader della comunità, sono i nostri stessi catechisti che diventano politici, poi assessori nella amministrazione pubblica.
Questo processo del Sinodo per l’Amazzonia viene fatto proprio dal clero e dalla vita religiosa? C’è la volontà di tradurlo nella vita concreta della Chiesa?
Questo è il campo in cui dobbiamo lavorare. Io devo farlo nella mia comunità, coi miei confratelli, perché costruiamo davvero un nuovo modo di essere Chiesa, con una presenza più prossima e meno frettolosa tra la gente, come abbiamo sognato durante il Sinodo. È inutile correre, ansiosi di occuparsi di tutto: spesso si corre molto e non si fa niente. La gente ha bisogno di più tempo per stare con noi. Tra religiose e religiosi c’è grande interesse verso il processo sinodale amazzonico, come ho visto nella Crb nazionale. Dobbiamo fare passi avanti sul tema della vita religiosa tra gli indigeni. I vescovi e coloro che erano al Sinodo, come me, devono raggiungere i formatori affinché questo sogno di una Chiesa dal volto amazzonico possa iniziare dai primi anni di formazione alla vita religiosa e presbiterale, ma anche a quella di laici, catechisti e leader di comunità. È una sfida, cui dobbiamo essere preparati. È quanto sto cercando di fare personalmente, oltre ad avere questa formazione nell’educazione, nell’antropologia, per ampliare le mie conoscenze e aiutare i laici che lavorano con noi.
L’esortazione apostolica Evangelii gaudium ci parla della necessità di una Chiesa missionaria, in uscita. L’enciclica Laudato si’insiste sulla cura della casa comune, sulla conversione ecologica, sull’ecologia integrale. E ora la nuova enciclica Fratres omnesmette in evidenza il tema della fraternità universale e del dialogo. Che importanza ha l’Amazzonia nel pontificato di Francesco e che significato ha questo pontificato per i popoli amazzonici?
La cura della casa comune, del mondo, dell’universo, che noi indigeni intendiamo come la nostra casa, deve essere preoccupazione di tutti. Fratelli Tutti dice che non possiamo formare gruppi o culture chiuse, dobbiamo avere una visione più aperta. Dobbiamo capire che da soli, come indigeni, non otterremo molto oggi in difesa dell’Amazzonia, del nostro ecosistema, del nostro modo di educare, del nostro modo di prenderci cura del mondo. Dobbiamo tener conto del fatto che altri popoli hanno la stessa necessità di prendersi cura di questo mondo, anche perché gli eventi attuali dimostrano che queste distruzioni danneggiano molte persone. Per questo penso che le organizzazioni indigene dovrebbero aprire i loro orizzonti. Molte lo stanno già facendo, superando le frontiere etniche alla ricerca di altri paesi, di altri popoli, mostrandosi solidali nella difesa del mondo come casa comune, che dovrebbe essere responsabilità di tutti.
Quale speranza genera in lei, ma anche nella Chiesa in Amazzonia e nei popoli indigeni, questo processo sinodale?
La speranza è che la Chiesa gerarchica, a partire dai nostri vescovi, sacerdoti, laici, comunità, facciano propri questi ideali, che oggi non sono più sogni solo amazzonici, ma di tutta la Chiesa e del mondo intero. Come diceva Papa Francesco i sogni non sono più localizzati, ma universali: il sogno di un’Amazzonia fonte di vita per molti popoli ha una portata globale, perché coincide col sogno di un mondo migliore.







