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Nelle settimane scorse, quando le comunità cristiane hanno celebrato l’evento fondativo della loro fede e del loro calendario liturgico, la Passione di Dio sì è incontrata con la passione dell’uomo, e di fronte al mistero della sofferenza e della malattia – che in questi mesi ha chiaramente assunto il nome di coronavirus –, l’umanità si è persa nel vortice della solitudine e nel vuoto del silenzio, suo e di Dio. Questi sentimenti li abbiamo percepiti in maniera straordinaria nella preghiera presieduta da papa Francesco sul sagrato della basilica di San Pietro il 27 marzo 2020, pochi giorni prima dell’inizio della Settimana Santa. Nella figura stanca, silenziosa, immersa nella meditazione e nella preghiera, della guida della Chiesa cattolica abbiamo potuto scorgere un riflesso di ciò che il mondo stava passando, il martirio che stava soffrendo. Da Malta, il giudice Aaron M. Bugeja ci ha inviato questa riflessione in versi su ciò che ha saputo creare nella solitudine di piazza San Pietro il papa gesuita, mostrandoci il vero volto di Dio nel Crocifisso, un Dio fragile.

IL SILENZIO DEL PAPA GESUITA E... DI DIO

AARON BUGEJA
GIUDICE DEL TRIBUNALE CIVILE
MALTA, 29 APRILE 2020


Un gesuita creò… 
una rivoluzione silenziosa!

Mise in scena uno spettacolo surreale per il mondo intero, svelando l’assurdità di questo momento presente. 
Solo, in piedi, su un’isolata pedana; in una desolata piazza; fradicio, sotto una pioggia inarrestabile.

Neanche Pier Paolo Pasolini potè immaginare una scenografia così assurda!

Il successore di Pietro; 
il rappresentante 
del più grande potere immaginabile... riesce 
a malapena a tenersi in piedi...

Il pastore, implorando 
la misericordia dell’Assoluto: nelle veci di un gregge turbato, in preda al panico, malato, confuso o altrimenti moribondo. Quel gregge che, ancora una volta, è convinto che Dio l’abbia abbandonato.

E il pastore solitario, guardando nel vuoto, 
con mani tremanti, alzò un’ostia silenziosa: affacciata su via della Conciliazione 
in prospettiva... 
inghiottita dal vuoto...

Tutto focalizzato – tutto – non sulle parole scelte con cura; ma, sul silenzio. Il lungo silenzio; controbilanciando 
le parole. Quel silenzio 
che infastidisce l’ego, sotto 
la pioggia battente 
sull’urbi et orbi. Quel silenzio, che si diffuse in un lampo 
ai quattro angoli della Terra, 
ha sopraffatto tutti.

Quel silenzio: pugnale 
che trafigge l’anima, 
che garrisce come gli storni che sorvolano Roma, rompendo il silenzio. 
Quel silenzio che urla: J’accuse! a ognuno di noi.

Quel silenzio che abbaglia 
con la sua silenziosa semplicità. Che ti porta dritto al cuore; ti costringe 
a riflettere: su quanto traballante, imperfetta 
o carente è davvero 
la nostra fede. 

Quel silenzio: un doppio silenzio. Il silenzio dell’uomo 
e il silenzio di Dio. Il Silenzio: 
la lingua di Dio. E il pastore solitario: che parla a Dio nella stessa lingua: il Silenzio. 
Quel silenzio, che conquista 
la chiassosa vita postmoderna – di cui siamo tutti schiavi 
e vittime – 
facendola inginocchiare.

Quel silenzio che, almeno, cerca di generare speranza. 
La speranza che questo Dio silenzioso, forse ascolta 
e smette di giocare 
a nascondino. La speranza 
che dopo una lunga giornata piovosa – domani 
o dopodomani – splenderà 
di nuovo il sole. La speranza, 
o meglio, la certezza, 
che anche sotto la pioggia battente, oltre e sopra 
le nuvole desolate, piangenti, c’è il sole. Sempre.

Il sole. La luce. La vita. 
La speranza.

La speranza: per la guarigione e il risveglio. La speranza: ispiratrice della convinzione che nulla rimarrà come prima. La speranza: che Dio, finalmente, ascolti. 

La speranza: che finalmente iniziamo a sintonizzarci 
e a capire il suo Silenzio.



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