IL PERÙ E LA SUA RIGENERAZIONE
Il Perù è un mosaico di popoli, che si mescolano, ma non si capiscono da secoli, e dove ogni situazione fa riemergere problemi antichi e irrisolti. Oggi la sfida è rimanere polarizzati e capirsi o unirsi ed essere Perù. Tuttavia, il bicentenario mostra quanto sia difficile forgiare il nostro essere e recuperare la coscienza di nazione. Siamo ancora una promessa più che una realtà.
Il ruolo assegnato negli ultimi tempi alla religione, come paladina di interessi particolari, è uno degli ingredienti dell’attuale fase storica. I 200 anni d’indipendenza ci hanno insegnato che è meglio il ruolo di ispiratrice del bene di tutti, senza partigianeria. La teologia politica, diffusasi recentemente, ha abbandonato questo insegnamento e il senso della genuina esperienza cristiana nell’ampia sfera politica per il bene comune e per i più vulnerabili.
In situazioni di crisi a lungo termine, come l’attuale, ciò può portare all’autodistruzione. Ma possiamo approfittare del lungo termine per guarire ferite e pregiudizi, ricostruendo la nostra soggettività creatrice di futuro tra tutti i peruviani. Ciò richiede di dare priorità alla dimensione educativa come riflessione, dialogo, che ci permetta di comprendere la complessa realtà che siamo e affrontiamo. Alla sfera religiosa spetta educare nel senso di ispirare più che indottrinare, e incoraggiare l’educazione mediante il “dialogo sociale”, che rafforza le persone, di modo che abbandonino pregiudizi e settarismi.
In questo senso il tema della rigenerazione, nella linea di Gesù, ci viene in aiuto, in un paese dove la base cristiana è ampia, radicata nelle culture e sostenuta da istituzioni sorte grazie all’eroismo martiriale, probabilmente ispirato alla “resa” di Gesù sulla croce.
Essendo uno dei paesi più vulnerabili per la sua diversità ecologica, non possiamo andare avanti senza abbandonare l’idea della rigenerazione come processo violento di potere assoluto, che distrugge per costruire un altro potere assoluto. Possiamo solo costruire su quanto c’è già. È necessario abbandonare la visione elitaria, secondo cui un piccolo gruppo di persone illuminate ci salverà.
Papa Francesco ha riconosciuto l’importanza di seguire con fiducia le intuizioni dei popoli invisibili ed emarginati. Chiama persino a elaborare la teologia a partire da loro per trovarvi Dio nascosto. La Chiesa vuol essere di tutti, ma soprattutto dei poveri, in forma sinodale. Sarà il modo migliore per camminare insieme, anche in Perù, imparando a condividere le decisioni incontrandosi, ascoltando e riflettendo insieme.
Al Perù serve una rigenerazione come comprensione sincera e la religione può contribuirvi nella linea di Gesù, lontana dall’idea di un Dio vendicativo e che incute timore. Le statistiche mostrano che, in Perù, Dio è visto come amore, riflesso anche nelle immagini dei suoi “Cristi” crocifissi, da Tupac Amaru a Maria Helena Moyano, da Daniel Alcides Carrion all’ultima infermiera infettata per aver aiutato i malati di Covid. Può aiutarci solo lo spirito di fraternità che Francesco incoraggia e va di pari passo con le narrazioni vive che i poveri e gli ultimi sviluppano ogni giorno nelle periferie per andare avanti. La pazienza creativa non grida, ma parla e condivide.







